"Nick Cave. Mercy on me", graphic novel di Reinhard Kleist, ci restituisce il ritratto di una delle figure più grandiose e carismatiche del nostro tempo, signore di quella terra di mezzo su cui poche anime dannate al pari della sua meritano di regnare: tra apocalisse e distruzione, tra preghiera e – mai concessa - assoluzione... - L'approfondimento

Ci sono due modi per leggere Nick Cave. Mercy on me di Reinhard Kleist: auricolari alle orecchie, playlist pronta e dita svelte a selezionare volta per volta le canzoni citate nella sequenza in cui compaiono; oppure luci basse e casse soffuse, lasciando che la voce gutturale di Cave accompagni con una riproduzione casuale indifferente a qualsiasi ordine, testimone fedele di un’ispirazione unica e mai esaurita.

Vale la pena di sperimentarli entrambi, guidati dalla mano insieme onirica e realista di un illustratore tedesco che ancora una volta, grazie a Bao Publishing, arriva a stupire i lettori (e musicomani) italiani, superandosi.

nick cave graphic novel di Reinhard Kleist

Scandita in cinque parti dai titoli che riprendono le sue opere, la biografia “vicina alla verità più di qualunque altra” (è Cave a parlare) solo apparentemente si incastona in una cronologia che rivela da subito il proprio carattere arbitrario: gli stessi eventi vengono riproposti in più momenti della narrazione, analizzati dalle diverse prospettive di coloro che – talvolta loro malgrado – si sono trovati ad accompagnare il cantautore australiano nell’arco della sua vita e, quindi, della sua carriera.

Nella prima sezione, The Hammer Song, Kleist dipinge il periodo intriso dagli stridii di malessere punk degli esordi con i Birthday Party: l’insofferenza per la claustrofobica cittadina australiana d’origine e per il provincialismo dilagante, la sete di qualcosa di nuovo che renda unici.

L’ispirazione è esplicita: “Be somebody, be someone”, risposta all’imperativo di trasgressione gratuita che vede in Johnny Rotten un idolo indiscusso. Si ripercorrono le tappe successive del trasferimento a Londra prima, con la disillusione e i primi successi (emozionante il momento in cui i manifesti dei Birthday Party cominciano a comparire accanto a quelli di Smiths e Cure) e a Berlino ovest poi, con l’apertura a nuovi generi prima disprezzati (country in primis). Sullo sfondo, il lirismo costante della relazione con Anita Lane, musa ispiratrice nonché vera e propria ancora di salvezza durante le crisi di delirio creativo di Cave, e le lezioni sempre vive alla memoria dei romanzi di Tolstoj e Dostoevskij.

L’eco di fondo è un’inquietudine che non smette mai di incalzare, alimentandosi del fermento culturale della capitale tedesca e concretizzandosi in una ricerca spasmodica: «È questo che stai cercando? Vuoi catturare il sound che imperversa nella tua testa? Dominare la cacofonia e trasformarla in musica?».

L’unica risposta possibile è come sempre nella svolta; i Birthday Party si sciolgono, arrivano i Bad Seeds, la cattiva semenza da cui germoglia un brano epifanico come Tupelo: “Adesso riesco a sentire il tuono, il diluvio, una musica che è come l’onda che tutto distrugge dopo la rottura di una diga. È questo il suono che hai cercato così a lungo”. La digressione sulla trama della canzone si conclude con la bellissima immagine della tempesta che si abbatte sulla band in scena, in una perfetta resa grafica del confine tra ispirazione e realtà che ha del visionario.

Raccontare la vita di un artista poliedrico e idolatrato come Nick Cave non è forse un’impresa così ardua. Veicolarne il carisma, il caos interiore e dare volto e voce ai demoni che lo tormentano, sì. E in questo – non possiamo che concordare con Cave – Kleist si dimostra un biografo incomparabile: nelle sue tavole vediamo Cave trasfigurarsi nell’atto della scrittura, diventare una di quelle figure mostruose e semiumane di cui racconta (come non citare la metamorfosi kafkiana in scarafaggio ispirata a King Ink). Le immagini al limite del delirante che evocano la piena compenetrazione tra uomo e arte, tra autore e scrittura, disseminate in tutto il testo, raggiungono l’apice in una tavola di una potenza da mozzare il fiato: un’iniezione di inchiostro che sgorga dalle vene di Cave finisce per sommergerlo e trascinarlo, gemello nella sorte ai suoi personaggi.

La narrazione è scandita da costanti interrogativi, domande retoriche che, in una perfetta composizione circolare, tornano come un’eco ad aprire e chiudere le cinque parti e fungono da raccordo tra realtà biografica ed evasione letteraria: a rivendicare la parola, demolendo il dio Cave e trascinandolo sempre un passo più vicino al loro baratro di disperazione, sono proprio i personaggi delle canzoni, le vittime innocenti della sua carneficina spietata. Sono loro che pagina dopo pagina incalzano nel tentativo esasperato di sottrargli il ruolo di protagonista della sua biografia, della sua esistenza.

“Sei un personaggio che sembra uscito dall’Antico Testamento, tutte quelle storie di vendetta, peccato, assoluzione, le immagini dell’inferno…”.

“Sei il radioso principe dell’oscurità. Avanzi così, lasciandoti dietro una scia di distruzione”.

Ma a che prezzo?

Higgs Boson Blues, quinta e ultima parte: siamo alla resa dei conti nella Geneva (Ginevra) evocata nella canzone. Inesorabile arriva il tête-à-tête con le creature alle quali riconosce l’identità di caricatura di se stesso, frammenti di una personalità poliedrica a cui chiedere perdono per averli sacrificati alla musica, votati alla ricerca dell’immortalità.

All beauty must die (“Tutta la bellezza deve morire”) per diventare immortale. Ed è così che Kleist, “costruttore di miti”, ci restituisce il ritratto di una delle figure più grandiose e carismatiche del nostro tempo, signore di quella terra di mezzo su cui poche anime dannate al pari della sua meritano di regnare: tra apocalisse e distruzione, tra preghiera e – mai concessa – assoluzione.

 

 

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