Filippo La Porta nel saggio "Indaffarati" racconta le nuove generazioni come sempre conesse e impegnate a fare troppe cose simultaneamente ma, allo stesso tempo, anche più lontane dall'ideologia e più determinate a cercare una coerenza quotidiana fra idee e pratiche di vita - Su ilLibraio.it un capitolo

Indaffarati (Bompiani), il nuovo saggio del critico letterario Filippo La Porta, affronta un tema attuale, e dipinge le nuove generazioni come in bilico fra il pericolo dell’alienazione e la chance offerta dalle nuove possibilità di cooperazione, scambio e condivisione.

Nel mondo nuovo ognuno di noi è “indaffarato”: sia nell’ansioso tentativo di restare sempre connesso sia nel condividere, nello scambiarsi qualcosa. La cultura umanistica, ridotta a materia per specialisti e tradita da se stessa per aver giustificato la barbarie, interroga oggi la nostra concreta esistenza. La tradizione può tornare a parlare. Le sue parole, scritte sui muri della metropolitana e nello spazio immateriale della Rete, invocano di essere messe alla prova.

Le nuove generazioni appaiono smemorate, fanno troppe cose simultaneamente e sono meno abili a manipolare la lingua, però chiedono alle idee di incarnarsi in pratiche di vita (altrimenti non vi si appassionano), e tentano di rideclinare il concetto di intelligenza (come coerenza tra ciò che uno dice e ciò che uno fa) e quello di impegno (legandolo al quotidiano, non all’ideologia). E almeno nelle minoranze più attive l’etica vissuta prevale sul “culturalismo” e sul sapere libresco, l’umanità tangibile su un umanesimo disincarnato, l’esempio concreto sulle idee astratte.

Indaffarati

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un estratto dal volume:

Non riuscirei a immaginare un mondo senza libri, a essi è legato uno dei piaceri più intensi e puri della mia vita. Eppure si può vivere benissimo, pienamente, senza aver mai letto un libro. Per affrontare la spinosa questione della lettura partiamo da alcuni aforismi, oltre a quello sopra citato di Enzensberger. “Credo che alcuni dei nostri più grandi spiriti che siano mai vissuti avevano letto la metà e sapevano assai minor numero di cose dei nostri dotti di mediocre cultura. Qualcuno di costoro sarebbe potuto diventare migliore se non avesse letto tanto.” Lichtenberg.
E poi: “Si può dire bello quel libro che non ci porta oltre tutti i libri?” Nietzsche.
E infine: “La lettura è scaduta a semplice informazione, mentre dovrebbe consistere in un confronto tra i contenuti che si leggono e il proprio pensiero. Non so se un uomo che ha tanto letto e tanto appreso sia veramente più intelligente rispetto a chi legge e approfondisce solo ciò a cui crede.” Horkheimer.
Che insegnamento ricavare da queste frasi, anche al di là dell’enfasi nietzschiana, molto “spettacolare”,
sull’andare oltre ogni libro? Si potrebbe dire: non leggere tanto, non ingozzarsi bulimicamente di libri ma leggere pochi libri, essenziali e necessari, quelli capaci di rivelarci a noi stessi, farsene modificare irreparabilmente l’esistenza, il proprio sguardo sulle cose. Penso al lettore come “individuo”, il quale non è un letterato un po’ altezzoso e dai gusti sofisticati ma il lettore disperso nella folla anonima, privo di rappresentanza, poco amante di quiz culturali radiofonici, scarso frequentatore di inserti-libri e festival, ma che legge quei pochi romanzi e saggi di cui fiuta una qualche necessità. Penso a un lettore ideale, che a tratti sia non solo trasformato ma perfino “disturbato” dai libri che legge. Una volta ho sentito dire in un talk show che Primo Levi “è intrigante”. Commento legittimo, come qualsiasi altro. Però temo che così l’uso delle opere letterarie ne venga fatalmente depauperato: niente si sottrae all’obbligo di intrattenere, di intrigare (Divertirsi da morire si intitolava un pamphlet sui mass media del già citato Postman) e forse solo in Italia si poteva immaginare una trasmissione come Masterpiece, l’unico talent show letterario nel mondo (non coltivo l’immagine dello scrittore maledetto e appartato, ma nella letteratura sopravvive un elemento residuo di asocialità, di autonomia e intrattabilità dell’individuo che pure dovrebbe starci a cuore). Se chi “viaggia” davvero, come Bruce Chatwin, prova nausee e disturbi da jet-lag allora anche chi “legge” davvero è esposto al contagio a volte pericoloso dei libri, a una specie di jet-lag della lettura, che non solo “intriga” ma dà insieme incanto e turbamento.
Forse questo lettore-individuo, con le sue personalissime idiosincrasie e passioni, è solo un mito culturale e un wishful thinking. L’utopia non è un mondo trasformato in una immensa biblioteca ma una umanità che dopo aver letto quei pochi libri essenziali e dopo che li ha usati come un’ascia per il mare ghiacciato
dentro di sé potrà sperimentare tutta la ricchezza delle relazioni con l’altro e tutta la pienezza vitale dell’attimo presente.
Finalmente quell’umanità potrà realizzare la silenziosa promessa di felicità che pure è nascosta dentro la tradizione culturale e dentro i milioni di volumi che la formano. Non è importante la lettura in sé: ma cosa si legge e come si legge. E non è solo che la lettura a volte può salvare dalla solitudine (vedi Leopardi) e a volte porta alla rovina e alla follia, come ci mostrano tra gli altri don Chisciotte e la signora Bovary, innamorati di modelli cartacei… Ma in sé non garantisce alcuna emancipazione intellettuale. Sembra che Hitler, lungi dall’essere soltanto incendiario di libri, ne leggeva uno al giorno (anzi a notte, con una tazza di tè davanti), e la sua biblioteca nel 1940 ne contava oltre 16.000! Oggi siamo tutti visibilmente frastornati dall’offerta debordante di prodotti culturali. Né è rilevante che leggesse quasi solo feuilleton, romanzi pulp e robaccia esoterica. Vorrei invece insistere sul metodo di lettura di Hitler, focalizzato nel Mein Kampf: prima decidi ciò che vuoi sapere, poi cerchi tutti quei libri che confermano le tue credenze (formatesi soprattutto sui giornali, o, se volete, sui media). Perfino dentro il bunker la Storia di Federico il Grande serviva a dimostrargli che in qualche modo la Germania avrebbe vinto! Un lettore “ossessivo”, ma non selettivo e soprattutto non riflessivo.
Potrebbe anche, alla lontana, somigliare al lettore di Horkheimer, incline a leggere solo ciò a cui crede. Ma in questo caso l’autoconferma prevale largamente su qualsiasi voglia di approfondimento. Ora, in un paese come l’Italia, ai primi posti in Europa per numero di festival letterari – rutilanti passerelle di scrittori-divi – ma all’ultimo riguardo ai dati sulla lettura, il problema principale non sembra essere quello del lettore compulsivo e acritico, incline a consumare libri come consumatutto il resto. Eppure credo ci sia una segreta complicità tra lettori bulimici e non lettori. Entrambi fuggono la lettura come qualcosa che può trasformarli e, entro certi limiti, disturbarli. È legittimo acquistare un libro solo per informarsi su qualcosa o per intrattenimento. Ma la cultura non coincide tout court con l’informazione, né va usata come autoconferma. È comprensione, è capacità di scegliere e di valutare. Altrimenti la lettura non arriva neanche a essere, propriamente, un’esperienza.
Va bene, Hitler è un caso limite, con la sua fiammante libreria di legno che ordinò come prima cosa nell’appartamento ancora vuoto di Monaco. Però azzardo un’ipotesi: forse un “lettore riflessivo”, che potrebbe formarsi non solo a scuola ma negli incontri in biblioteca, nei gruppi di lettura estemporanei, nella rete dei circoli dei lettori, attraverso la discussione nei blog ecc., sarebbe l’esempio più contagioso per la massa stessa dei non-lettori. Nell’ultimo periodo l’attività più significativa dal punto di vista della diffusione è proprio quella dei gruppi di lettura, di migliaia di cittadini che si incontrano regolarmente per parlare e discutere di libri, sia fuori che dentro le biblioteche.
In Italia i gruppi di lettura censiti ufficialmente sono quasi 500, ma ovviamente quelli “clandestini” sono molti di più. Le buone pratiche della lettura, così come ogni “ben fare” del no profit, si riallacciano alle società di mutuo soccorso della tradizione anarco-socialista, e avvengono fuori di ogni pianificazione.
Tutte le iniziative – pur meritorie – che calano dall’alto, come i “Patti locali per la lettura” (cui hanno aderito comuni e province) sono importanti ma non incidono davvero sulla realtà. Meglio di qualsiasi intervento amministrativo-istituzionale è proprio la crescita spontanea e dal basso di esperienze di lettura condivisa (diversa da quella di gruppo: qualsiasi lettura è in prima battuta rigorosamente individuale). Ognuno incontra un libro quando ne avverte la necessità, ma solo con gli altri questa necessità si fa trasparente.
Nel Web esistono innumerevoli gruppi di lettura. Ed è proprio nei gruppi che si forma il lettore consapevole, analogo del cittadino consapevole: responsabile, selettivo, e soprattutto che non riduce la lettura a consumo tra gli altri.

© 2016 Rizzoli Libri SpA / Bompiani

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