"Diario di un parroco del lago" è il nuovo romanzo di Gianni Clerici, mito del giornalismo sportivo e scrittore raffinato, ambientato sulle rive del Lago di Como - Su ilLibraio.it le prime pagine del libro

Arriva nelle librerie Diario di un parroco del lago, Mondadori, il nuovo libro di Gianni Clerici, una delle firme più celebri del giornalismo italiano, sportivo e non solo; tra i massimi esperti di tennis, l’autore è anche un raffinato scrittore, con Mondadori ha pubblicato anche Quello del tennis. Storia della mia vita e di uomini più noti di me, libro ispirato al ruolo del tennis nella sua vita e nella sua carriera.

Il nuovo romanzo prende vita nel secondo dopoguerra, sulle rive del lago di Como, dove vive Giovanni Castelli, figlio di una facoltosa famiglia che possiede una delle più grandi seterie comasche; dell’impresa di famiglia Giovanni non ne vuole sapere: appena concluso il seminario viene designato curato di Lezzeno, un piccolo paese in riva al lago.

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È una realtà semplice quella di Lezzeno, fatta di uomini che all’alba si alzano per lavorare i campi e alla sera si ritrovano in osteria: non proprio assidui frequentatori della Chiesa, salvo l’occasionale confessione; sono per altro, peccatucci da poco conto, quelli che don Giovanni ascolta in confessionale, nulla di più che qualche piccolo sgarro quotidiano. L’unica malefatta praticata rigorosamente da tutti gli abitanti del paese, per pura necessità di sopravvivenza, è il contrabbando di sigarette.

Queste “passeggiate notturne ” oltre confine vanno spesso a finire in litigi familiari, essendo causa di tensione e scontro con la polizia, e, ascoltandone i resoconti, il nuovo vicario si ritrova a sentire un sentimento di protezione paterna nei confronti della sua comunità, un desiderio di proteggere quelle persone che si stanno affezionando a lui quanto lui a loro: Marietta, Bepi, Carmen, una galleria di ritratti di personaggi semplici, ma caratterizzati dettagliatamente dall’autore, anche grazie all’impasto linguistico dialettale, che dona alla narrazione un tocco di realismo e di ironia.

gianni clerici diario di un parroco del lago copertina mondadori

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it il primo capitolo del libro:

Mi sorprendo, quasi ogni mattina, nel ritrovarmi nella chiesa dei Santi Quirico e Giulitta, la chiesa di Lezzeno, quella che divide simbolicamente a metà un paese lungo sette chilometri, sulla riva del lago di Como, che solo chi non vi abita chiama Lario. Non pensavo di finire qui, nato a Como come sono, lo storico centro che sempre ha attirato quegli abitanti del lago che volessero sfuggirne la povertà, migliorare il loro status, insomma farsi più vicini a una società mercantile, lasciando quella che per secoli è stata contadina. I miei parrocchiani sono, tutti o quasi, vittime di una povertà che trae i suoi pochissimi alimenti dal lago, e dalle terrazze faticosamente costruite lungo i fianchi di un’erta riva che, diecimila anni fa, era compressa dal ghiacciaio che ancora non si era sciolto.

Qui sono stato destinato dal monsignor vescovo Borromini, dopo che avevo terminato gli studi al seminario per divenire sacerdote. Non avevo certo scelto la via indicata da Nostro Signore per abbandonare la povera società della quale ora mi trovavo, almeno in parte, corresponsabile. Molti dei miei compagni del seminario vi erano entrati nella speranza di sottrarsi a un futuro di povertà mescolata alla mancanza di studi, a un semialfabetismo che era la regola per chi nascesse sul lago, e non decidesse una coraggiosa quanto cieca emigrazione nelle Americhe, o, quale seconda opportunità, un mestiere stagionale che conducesse lontano dai nativi focolari, quale l’arrotino, il magnano, lo spazzacamino, e il muratore, certo senza sapere che, nel Rinascimento, una schiatta di conterranei erano giunti agli alti livelli tecnici e sociali di quelli che furono chiamati Magistri Comacini.

La mia famiglia, benestante dalle generazioni ricordate dalla nonna, poiché tutto dobbiamo essere stati fuorché nobili, giungeva invece dalla pianura che sorge a sud di Como, in direzione della grande Milano, tradizionale avversaria dei laghee, molte volte costretti dalla necessità a legarsi agli imperatori tedeschi. Da Cadorago, uno dei tanti paesi che vede mescolato al suo nome il termine originario di “ager”, e che dovette quindi vivere di agricoltura, i Castelli si erano spostati a Como, e dovevano aver trovato lavoro nella principale attività di quella antica cittadina, la produzione tessile. Erano forse stati, secoli addietro, questi Castelli, ebrei sefarditi, se devo credere al nomignolo della famiglia, i Daviditt de la Moia – torrentello a monte di Como, presso San Maurizio – e cioè discendenti di David, nome ricorrente nel Vangelo. Quando ebbi un dialogo con il dottor Pessina, il mio ex psicoterapeuta, tra i miei maestri laici il più intelligente e insieme umano, mi sentii dire che non contano le origini, quanto l’identificazione ai Vangeli e al loro insegnamento. E che, quindi, un’eventuale origine ebraica poteva essermi addirittura utile quale presunto pentimento di una stirpe che non aveva certo intuito la Santità di Gesù. Il parroco di Sant’Agostino, il borgo in cui nacqui, non ebbe la minima incertezza nel battezzarmi con il nome di Giovanni, un santo che doveva essergli grato quanto un altro.

E quindi eccomi qui, a Lezzeno, quale don Giovanni Castelli, anche se, sul nome di don Giovanni, sono nate varie leggende scherzose, fin dal primo anno di seminario. Non ho detto ancora, in questo mio brogliaccio che penso di conservare per il piacere offertomi dalla scrittura, simile alla conversazione con un amico, dell’origine di questa mia scelta di vita, o delle ragioni che mi vi hanno spinto. Ho accennato all’inizio dell’attività della famiglia Castelli. Da modesti tessitori, i miei vecchi, che non oso chiamare antenati, erano via via saliti a posizioni di maggior importanza, pur sempre artigianale. Sinché mio bisnonno Antonio aveva trovato il modo, l’altrui fiducia, e un piccolo capitale, per iniziare una propria tessitura, presto seguita da una complementare tintoria, ottenuta anche col matrimonio dell’unica figlia di un’importante famiglia, mia bisnonna Fortunata, detta Cinna. Era poi stato mio nonno, Antonio Jr, a ingrandire la fabbrica, sinché mio padre Luigi, detto Luis secondo la nostra lingua più comune, chiamata a torto dialetto, aveva ereditato una delle maggiori seterie comasche, o comacine, come direbbe chi, come me, abbia famigliarità col latino.

Seppur confusamente credo di aver iniziato qualcosa che, nei momenti di solitudine, mi faccia sentire meno solo. Quando lascio penna e calamaio per dedicarmi professionalmente, termine che mi ripeto con ironia, a un’attività quale la confessione. Un sacramento al quale dovrebbe spingermi soltanto la mia condizione di vicario, e che, a volte, mi fa sentire, colpevolmente, un poco simile a un regista, uno sceneggiatore di una storia vera, che ho il destino di conoscere, giudicare, indirizzare, e forse, nei casi estremi, di mutare.

Insieme alla mia prima Messa, e al mio primo funerale, dovevano iniziare le confessioni. Devo dire che, a proposito delle confessioni, era nata, durante il seminario, una viva discussione, che forse dovrei chiamare approfondimento, sulla natura di questo aspetto del sacerdozio.

Nel sacerdozio esiste una componente, se così la vogliamo chiamare, detta confessione. È, questo, il rapporto che maggiormente ci avvicina a chi crede, in una parola ai nostri parrocchiani. Nella vita sociale, qualcosa di analogo tocca allo psichiatra, ma questa attività è, in fondo, più simile a quella del medico che a quella del prete. Il medico ha, nel suo giuramento a Ippocrate, l’impegno di guarire, cioè di mantenere in vita nelle migliori condizioni possibili, il paziente. Che poi la medicina vada a toccare malattie dette, appunto, psichiche, può in qualche modo avvicinare simili casi alla confessione, ma questo non è scritto nelle nostre regole confessionali, che sono attentamente elencate, tra gli altri, in un libro che ho sempre sul mio tavolino, insieme al Vangelo e alla Bibbia: Pour mieux confesser, di André Chanson.

Mentre studiavamo, nella fornitissima biblioteca del seminario, esisteva una particolare sezione per accedere alla quale era necessario uno speciale permesso. Voglio dire che si doveva chiedere, secondo un regolamento forse superato, la licenza per iniziare letture che, in altri tempi, erano probabilmente catalogate tra quelle messe all’Indice, uno dei settori che, mi sia permesso, Santa Madre Chiesa farebbe bene a dimenticare. Infatti, se qualcosa può suggerire pensieri negativi, o addirittura scostare dalla Verità, perché non prenderne conoscenza, e rendersene conto, di persona, senza che simili scritti vengano addirittura vietati, suscitando, in qualcuno, una maggior curiosità di conoscerli?

I libri ai quali mi riferisco sono di vario genere, ma proprio il mio medico e maestro, Franco Pessina, aveva individuato tra le pubblicazioni di uno storico, Raffaele Pettazzoni, tre volumi intitolati La confessione dei peccati, che approfondivano, dalle civiltà Egizie a quelle Babilonesi, dal Giappone alla Cina, dal Giainismo al Buddismo, ciò che non era lecito. Non mi pare la scelta migliore la decisione di vietare lo studio di un’attività che fa parte integrante del nostro apostolato, quale la confessione.

Esistono, su un simile, importante settore, delle tabelle che non si trovano certo nei Vangeli, ma sono state stilate da quelli che non oso definire, come faceva Pessina, i “Burocrati della Chiesa”. Mi avevano
infatti spiegato a quali e quante preghiere di penitenza corrispondessero i peccati più usuali, in fondo i più semplici. Ma mi pareva che, insieme a qualcosa di simile a una multa per la trasgressione a una regola, la mia scelta di vita dovesse non solo spingersi ad ascoltare e commisurare i peccati, ma dovesse mettermi al servizio, a disposizione intendo, dei parrocchiani che ne avessero necessità.

(Continua in libreria…)

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