Le mostre sono frequentatissime, quadri di quest'epoca diventano protagonisti di romanzi come "Il cardellino" e "La ragazza con l'orecchino di perla", ma come nasce questa fascinazione per il Seicento artistico olandese? "La loro forza è la sensazione di poterli considerare parte della nostra esperienza quotidiana pur provenendo dal passato. Sono la dimostrazione che essere una cosa 'qualunque' non preclude le vie del fascino...". Su ilLibraio.it l'analisi di Claudio Pescio

Vi siete mai chiesti per quale ragione l’arte olandese del XVII secolo da qualche anno sembra attirare irresistibilmente l’attenzione non solo del pubblico delle mostre e dei musei, ma anche di scrittori come Tracy Chevalier (La ragazza con l’orecchino di perla, che racconta la nascita dell’omonimo quadro di Vermeer), Jessie Burton (Il miniaturista, ambientato nella Amsterdam del Secolo d’oro) e Donna Tartt (Il cardellino, storia che si svolge attorno al quadretto con un uccellino dipinto da Carel Fabritius), o di registi come Peter Webber (autore del film tratto dal libro della Chevalier)?

È una storia che comincia molto tempo fa, con Marcel Proust che riteneva la Veduta di Delft di Vermeer “il quadro più bello del mondo”, al punto da inserirne una descrizione in uno dei volumi della Recherche. Proust vedeva in quel paesaggio, in quel modo di dipingere, un modello di “scrittura”, e fa dire a un suo personaggio, lo scrittore Bergotte, ormai vicino alla morte: «È così che avrei dovuto scrivere».

Cento anni dopo, altre scritture restano catturate nella rete di quei dipinti capaci di inseguire la riproduzione della realtà con applicazione certosina, da una pittura che non ritiene nessun soggetto, neanche il più banale, indegno di essere raffigurato. Nella pittura olandese la pittura di soggetto sacro quasi scompare: i severi calvinisti che avevano contribuito alla costruzione della Repubblica, nata dalla guerra contro la cattolicissima Spagna, impedivano che se ne decorassero le chiese. Ma scompaiono dai quadri anche la storia, il mito, l’antico – appannaggio di una classe aristocratica che nell’Olanda secentesca è ormai poca cosa –, sostituiti da soggetti che ci appaiono – e dovevano apparire anche allora – incredibilmente nuovi nonostante fossero presi dalla vita quotidiana di gente qualunque: feste paesane, mercati rionali, ritratti di bottegai e di reggenti di ospizi per vecchi, paesaggi popolati di mandrie al pascolo invece che da sacre famiglie in fuga per l’Egitto, cucine con madri che spidocchiano i figli, taverne e bordelli, tavoli ricolmi di frutta, pesci e pasticci di carne.

È una rivoluzione del gusto. E non perché non ci fossero altrove, in Europa, pittori di nature morte o scene di genere, ma perché quei soggetti in Olanda sostituiscono quasi del tutto gli altri, andando incontro al gusto della vera classe dirigente del paese, una borghesia mercantile numericamente estesa e benestante. In un paese laico che sperimentava con successo quanto possano essere vantaggiose la tolleranza religiosa e la libertà di ricerca per lo sviluppo di un’economia florida e aperta.

Il fascino della pittura olandese del Seicento è dovuto al suo essere “aliena” rispetto al Barocco con cui identifichiamo il XVII secolo in Europa, alla straordinaria presa sulla realtà che ci avvicina quei soggetti come fossero nostri contemporanei, all’enigmaticità che in qualche caso la pervade nonostante la “leggerezza” del soggetto.

E proprio qui credo stia la chiave delle scelte di ambientazione letteraria che citavo all’inizio. Il cardellino, di Carel Fabritius (1654; L’Aja, Mauritshuis), o La ragazza con orecchino di perla (1665-1667; L’Aja, Mauritshuis) non “significano” niente dal punto di vista narrativo. Non sono personaggi celebri, non sono portatori di simbologie colte, non “fanno” niente. Eppure la loro capacità di comunicare è indiscutibile. La loro forza è la sensazione di poterli considerare parte della nostra esperienza quotidiana pur provenendo dal passato. Sono la dimostrazione che essere una cosa “qualunque” non preclude le vie del fascino; che il carisma di uno sguardo può essere potente anche se non sei una divinità o una regina; che un tocco di giallo su un’ala basta a far vibrare l’atmosfera fino a farcela sentire.

Questi dipinti così sapientemente finti da sembrare veri sono quindi, per uno scrittore, portatori ideali di significati o storie o simboli; di narrazioni che chi scrive modella a piacere e affida al soggetto, consapevole della formidabile capacità del veicolo scelto.

Nei due casi appena considerati – Cardellino e Ragazza – Tartt e Chevalier in realtà tengono l’opera pittorica di riferimento costantemente presente ma sostanzialmente ai margini della scena narrativa. Non così Jessie Burton, che nel Miniaturista mette al centro della scena, per tutto il libro, la casa di bambola di Petronella Oortman (1686-1710; Amsterdam, Rijksmuseum), usandola come motore del romanzo e facendo entrare il lettore, di peso, nella Amsterdam del Seicento. La casa di bambola è un meraviglioso oggetto che durante la narrazione si popola di altri oggetti, miniature di mobili, bambole, dolciumi, tutto quanto arreda e decora la vera casa della protagonista. La caratteristica delle case di bambola è di essere prive della parete che dà verso chi guarda, consentendoci di “entrare” in stanze in cui difficilmente potremmo metter piede. Illusionismo, ancora una volta, uno strumento di immedesimazione che in questo caso Burton utilizza come una chiave per aprire a noi lettori le porte della sua storia.

copertaPittura Olandese

IL LIBRO E L’AUTORELa pittura olandese del secolo d’oro (Giunti Editore) ci porta nell’Olanda del Seicento: Vermeer, Rembrandt, Frans Hals, Carel Fabritius, Pieter de Hooch, Jan Steen e in generale l’arte olandese del Secolo d’oro hanno conosciuto negli ultimi anni uno straordinario successo grazie a mostre come quella di Bologna dello scorso anno e quella, precedente, delle Scuderie del Quirinale, ma anche a libri e film come La ragazza con l’orecchino di perla e Il cardellino, entrambi incentrati proprio su due capolavori dell’arte olandese del Seicento. Perché? Perché se è vero che le opere d’arte sono comunicatrici di emozioni, mai come in questo momento sembra che proprio quei dipinti siano in sintonia con il nostro tempo. Claudio Pescio, giornalista, dirige insieme a Philippe Daverio la rivista “Art e Dossier”. È uno specialista di pittura fiamminga e olandese. Da decenni si occupa di divulgazione di storia dell’arte, di editoria d’arte in genere e in particolare di pubblicazioni museali e di cataloghi di mostre.

Commenti