“Ossigeno” , il nuovo potentissimo romanzo di Sacha Naspini, ruota attorno a una trama che agghiaccia al solo pensiero: un illustre docente di Antropologia viene arrestato per rapimento e presunto omicidio di alcune ragazzine. Lo chiamano “Il mostro del Golfo”, un appellativo che è una condanna anche per il figlio, su cui il peso della colpa paterna grava come un’ossessione. Finché un giorno, dopo aver trascorso 14 anni in quella scatola di ferro, una delle ragazze scomparse viene ritrovata per miracolo… Partendo da un fatto di cronaca, l’autore toscano getta sprazzi di luce su alcune insondabili profondità della psiche umana, mostrando come tutti, in verità, siamo i soli carcerieri di noi stessi e tutti, in maniera più o meno esplicita, lo diventiamo per gli altri… - L’approfondimento

Che Sacha Naspini (nella foto di Alessandra Fuccillo, ndr) avesse una dote particolare nell’orchestrare non solo le molteplici trame narrative che possono svilupparsi da un unico e apparentemente insignificante evento, ma anche il complesso groviglio di sentimenti e passioni che queste inevitabilmente implicano, era già emerso con evidenza dal suo romanzo Le Case del malcontento (E/O, 2018). Lì si trattava di quasi cinquecento pagine di narrazione corale di ambientazione maremmana, uno di quegli affreschi che rendono necessario abbozzare un albero genealogico per memorizzare i legami tra le figure che popolano la storia. 

In Ossigeno (E/O), invece, i personaggi sono pochi, le pagine pure, ma l’intensità è la stessa, se non amplificata.
C’è del resto una trama di fondo, intuibile già dalle prime righe, che agghiaccia al solo pensiero: un illustre e insospettabile docente di Antropologia viene arrestato per rapimento e presunto omicidio di alcune ragazzine.

Sacha Naspini Ossigeno

Il mostro del Golfo“, lo chiamano: appellativo che ha in sé una condanna genetica per il figlio Luca, catapultato di punto in bianco a fare i conti con l’immagine di un padre sconosciuto e talmente insano da riuscire a nascondere per tanti anni persino ai familiari più stretti la sua doppia vita.

Il peso della colpa paterna, l’atroce sospetto che il suo male possa trasmettersi col sangue di generazione in generazione, non può che innestare un meccanismo ossessivo-compulsivo che socialmente si traduce nel rovescio della medaglia (paradossale) di una prigionia riflessa come condanna eterna.

Poi c’è lei, Laura: la ragazza ritrovata per miracolo, chiusa in quella scatola di ferro da 14 anni; inaspettatamente liberata, e altrettanto inaspettatamente al passo con una società di cui avrebbe dovuto perdersi i passaggi fondamentali (l’avvento di internet e degli smartphone, per esempio) ma in cui – a eccezione di alcuni raptus che la vedono rinchiudersi negli armadi o nei bagni dei locali alla ricerca di pareti sicure che non trova più – sembra muoversi a suo agio.

E, infine, quella madre che ha perso una bambina di 8 anni, ha rischiato di morirne per poi trovarsi davanti una donna che non ha alcun bisogno di lei, riemersa quasi ingiustamente per sabotare un equilibrio faticosamente riconquistato: “Camminavamo su macerie impossibili“.

Se la parte iniziale del romanzo, ovvero il resoconto in prima persona dell’esperienza di Luca, ricorda per certi aspetti quali soggetto e ritmo narrativo il Carrère di La settimana bianca, è proprio quando noi lettori sembriamo aver familiarizzato con l’orrore della cronaca che Naspini imprime una svolta narrativa inattesa, mettendo in ballo nuove pulsioni e complesse dinamiche psicologiche che riportano la tensione al suo apice.

Ed è da questo momento in poi che Ossigeno, letteralmente, impenna. In bilico tra ciò che per la ragione è impossibile accettare e ciò che non vuole essere accettato, il complesso groviglio generato dagli automatismi di gesti incontrollabili e dalla concatenazione di pensieri ansiogeni e macabri ruota intorno a un unico assioma: “Ci sono casi in cui liberare qualcuno è un peccato mortale, ti segna per sempre”.

Meccanismi che sembrano apparentemente semplici da decodificare, inquadrabili in qualche etichetta da psicoterapia spicciola come “reinserimento sociale”, “espiazione“, “elaborazione del trauma”, non sono che la risposta semplicistica a pulsioni molto più contorte, talmente paradossali da non essere neanche concepibili.

“Una forma di espiazione. Una forma di pazzia. Mi hanno chiuso in un barattolo: per i primi istanti sono rimasto immobile, cercando di non perdermi. Poi ho cominciato a muovere le antenne”.

Il confine tra vittime e carnefici sfuma: “Chi ha rinchiuso chi?”. E non riescono più a guardarsi negli occhi.

Partendo da un fatto di cronaca, con una scrittura viva e pulsante Naspini getta sprazzi di luce su alcune insondabili profondità della psiche umana, mostrando come tutti, in verità, siamo i soli carcerieri di noi stessi e tutti lo diventiamo per gli altri – nel momento in cui, in maniera più o meno esplicita (e più o meno patologica), mettiamo alla prova il loro ruolo nella nostra esistenza.

“Vediamo cosa fanno”.

Con Ossigeno, romanzo potentissimo, Sacha Naspini si riconferma una delle voci più interessanti e originali del panorama letterario italiano contemporaneo.

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