“Il paese delle pazze risate”, primo romanzo di Jonathan Carroll, torna in una nuova edizione per riscoprire la storia di Thomas Abbey e della sua ricerca di se stesso

Thomas Abbey, insegnante di letteratura e figlio di una stella del cinema, non sa bene chi sia e cosa voglia dalla vita o dalla sua relazione con l’eccentrica Saxony Gardner. Quello che sa perfettamente è che niente lo ha mai toccato a fondo quanto i magici libri di Marshall France, un autore di straordinarie fiabe per bambini che ha sempre vissuto isolato e che è morto ad appena quarantaquattro anni.

Spinti da questa passione comune, Thomas e Saxony partono per Galen, la cittadina dove Marshall ha trascorso gran parte della sua vita, decisi a scrivere la sua biografia. Lì trovano la figlia dell’autore, che vive ancora nella casa paterna e che li accoglie calorosamente.

Tutto sembra andare per il verso giusto, finché Thomas non si accorge che sta accadendo qualcosa di strano: il cane inizia a parlare.

Il paese delle pazze risate è il primo romanzo dell’autore Jonathan Carroll (classe ’49), pubblicato in Italia da Mondadori nel 2004 è recentemente tornato sugli scaffali grazie alla pubblicazione di La Corte Editore, con la traduzione di Federico Ghirardi.

Il paese delle pazze risate

Il romanzo, narrato in prima persona, pone il lettore davanti alla confusione del confine tra i libri per bambini, che il protagonista leggeva da bambino, e la sua vita reale di scrittore e insegnante. Uno stile, questo, che si può dire rappresentativo di Carroll e che si può ritrovare anche in altri suoi racconti (dei quali sono stati pubblicati qui in Italia, sempre da La Corte Editore, The ghost in love e La forza del leone).

Proprio per questa sua capacità di mescolare realtà e fantasia, Carroll (che ha passato la maggior parte della sua vita a insegnare presso l’American International School di Vienna, città dove vive tuttora) è stato insignito di numerosi premi durante la sua carriera, tra i quali il Premio Bram Stoker per la letteratura horror e il Gran Prix de l’imaginaire.

Commenti