Cuore in gola, telefonino all’orecchio, orologio sotto gli occhi, sono le mamme acrobate di oggi che inseguono un equilibrio tra lavoro, famiglia, figli e se stesse. Donne abituate a salti mortali, a silenziose battaglie quotidiane su mille fronti, mentre lo Stato sembra dimenticarle. Queste combattenti sono le nuove mamme italiane di cui ci parla la […]

 Cuore in gola, telefonino all’orecchio, orologio sotto gli occhi, sono le mamme acrobate di oggi che inseguono un equilibrio tra lavoro, famiglia, figli e se stesse. Donne abituate a salti mortali, a silenziose battaglie quotidiane su mille fronti, mentre lo Stato sembra dimenticarle.
Queste combattenti sono le nuove mamme italiane di cui ci parla la giornalista Elisabetta Ambrosi nel suo nuovo libro, “Guerriere” (Chiarelettere – prefazione di Lia Celi). Come riuscire a sopravvivere in mezzo agli ostacoli? Se lo Stato promette servizi che non mantiene, vara leggi sulla tutela delle madri lavoratrici che poi non fa rispettare, mentre il lavoro dà sempre meno reddito, l’innovazione più radicale deve partire dalla piccola repubblica rappresentata dalla famiglia. Non resta che rimboccarsi le maniche, trovare strategie alternative, scegliere bene le battaglie da combattere per indirizzare al meglio le energie. La prima a farlo è stata proprio Elisabetta Ambrosi che ha deciso di indagare le tattiche di sopravvivenza quotidiana di amiche e donne conosciute attraverso il blog “Sex and (the) stress”, alle quali ha chiesto di raccontare le loro giornate, la ripartizione dei carichi in famiglia, la divisione dei ruoli con il padre, il percorso professionale, il lavoro attuale, lo stipendio e ciò che vorrebbero dallo Stato. Ne nasce un libro fatto di voci femminili, precarie, autonome, partite Iva, dipendenti, per le quali avere un figlio non è più una scelta normale, è un lusso…
Ed ecco un estratto, pubblicato per gentile concessione di Chiarelettere

Part time, sogno o trappola?

È pomeriggio e sto lavorando. Il telefono squilla ma non posso chiacchierare altrimenti rischio di non consegnare in tempo il pezzo. Decido però di rispondere quando vedo sul display lampeggiare il nome di Cristina, che lavora a due ore da dove vive (e già per questo merita la massima empatia) e ha un problema grave. Qualche tempo fa suo figlio Matteo, che oggi ha quattordici anni, ha cominciato a lanciare segnali di allarme. Aveva voti bassissimi, spesso si rifiutava di andare a scuola, passava le giornate in casa al computer. Alla fine dell’anno, nonostante Cristina abbia più volte cercato aiuto da parte degli insegnanti, Matteo è stato bocciato. Da allora le cose sono peggiorate e Matteo, sempre più indifferente alla scuola, è stato mandato da uno psicologo. Dopo alcune sedute,

Cristina ha capito che si trattava di un palliativo, che non era necessario un intervento di emergenza, ma dovevano essere lei e suo marito a prestare maggiori attenzioni a loro figlio. Cristina iniziò a valutare il part time. Ricordo quei giorni, e tutti i suoi dubbi: «Come faccio, Elisabetta, io lavoro all’Autorità per le comunicazioni, ho un ruolo importante e mi sono costruita una carriera. Non accetteranno mai di darmi un orario ridotto e poi ho paura delle conseguenze». Discutemmo del perché non si ponesse, neanche lontanamente, l’ipotesi che fosse suo marito, quadro di un’azienda elettrica internazionale, a chiedere il part time.

Quando Matteo fu bocciato per il secondo anno, Cristina venne da me in lacrime. Non parlammo, semplicemente ci abbracciammo. Il giorno dopo chiese il part time, sarebbe stata vicino a suo figlio dall’ora di pranzo in poi.

«Ciao, Cristina, come va?» rispondo al telefono.

«Con Matteo le cose sono migliorate, frequenta il liceo a fatica, ma almeno abbiamo recuperato il nostro rapporto. Ora lui sta coltivando un piccolo sogno: insieme a un team sparso per il mondo sta mettendo a punto un software di videogiochi. L’obiettivo è venderlo alle aziende attraverso aste on line: vuole fare quello e ha le idee chiarissime.» Le dico che sono molto contenta e le chiedo di lei e del suo lavoro.

«Elisabetta, è andata come prevedevo. Non è stata nemmeno colpa del mio capo, anche se mi ha chiaramente detto che non capiva la mia decisione.
Il problema è che il mio lavoro è incompatibile con l’orario ridotto. Oggi sto dietro una scrivania a sbrigare l’amministrazione e guadagno la metà. Ma non avevo scelta.»

Attaccando penso che anche io avrei combattuto fino all’ultimo, come ha fatto Cristina, per proteggere il mio lavoro. Per me, come per molte altre, il lavoro non è un hobby ma una parte fondamentale della mia vita e di me, esattamente come per gli uomini. Insomma, avrei cercato in tutti i modi di trovare una mediazione fra le mie due identità – mamma e professionista -,consapevole che accettare una riduzione di mansioni, oltre che di orario, mi avrebbe resa infelice e che sarebbe stato molto difficile fare in modo che quella tristezza non si riversasse su chi mi stava attorno. Alla fine però – di fronte alla sofferenza di mio figlio – forse avrei preso la decisione di Cristina, pur sapendo che sarei stata spostata su altro. Leggendo quello che le mie amiche e compagne di blog hanno scritto quando ho chiesto loro se avrebbero voluto il part time, constato che la maggior parte delle donne lo invoca, sognando di lavorare con meno affanno e con qualche ora di libertà in più. Quasi nessuna pensa alla possibilità di essere demansionata e ricevere uno stipendio dimezzato.

«È un po’ comico, sai» mi dice al telefono Chiara, la mia amica traduttrice che ho chiamato per una frase incomprensibile trovata in un articolo inglese. «Prima, quando lavoravo in un’azienda di comunicazione, avevo scelto di rinunciare al part time a cui avevo diritto – cinque ore ogni giorno, dalle 8 alle 13 – perché tutte le redazioni lavorano di pomeriggio, mentre io sarei stata a casa con la bambina, e mi sarei sentita tagliata fuori. Oggi che di bambine ne ho due, nessuna protezione e guadagni incerti, farei carte false per averlo.»

Mi chiedo perché dobbiamo essere condannate alla scelta tra lavorare nove ore di seguito inseguendo la carriera o quattro ore e malpagate, dicendo addio a qualsiasi forma di avanzamento. Eppure le soluzioni ci sarebbero.

Una, per esempio, la scopro chiacchierando con Ilenia, madre di un’adorabile bambina con gli occhiali che sta in classe di mio figlio, mentre andiamo insieme a testare il negozio di ortofrutta accanto alla scuola (siamo sempre in cerca di frutta e verdura decenti a prezzi abbordabili).

«A fine giugno partiamo per il mare, ci staremo fino a metà settembre» mi dice. «Ma come fai con le ferie?» le chiedo.

«Guarda, al ministero dei Beni culturali abbiamo ogni tipo di part time: c’è chi lavora quattro giorni alla settimana, chi due settimane al mese, e io mi sono organizzata per non lavorare d’estate. Certo, bisogna mettersi d’accordo con i colleghi per tempo, e ti viene decurtata una parte di stipendio, ma minima, nel mio caso per avere un mese in più d’estate mi pare sia circa il 17 per cento, eppure, per me che ho un bambino piccolo, è una soluzione fantastica.»

La guardo piena di ammirazione e un velo di invidia, mi sembra di avere davanti qualcuna che vive nel paese della cuccagna. In fondo Ilenia sembra avere ciò che noi mamme desideriamo: flessibilità e tutele, possibilità di organizzarsi il lavoro, sopravvivere senza essere piazzata all’angolo, maturando comunque onesti contributi.

«Insomma, è incredibile che oggi, in Italia, avere un buon part time sia quasi impossibile!» mi lamento al telefono con Silvia.

«Basta, Elisabetta! Non si può avere tutto. Hai voluto essere una giornalista free lance? Non rompere e prendi il buono. Io mi ciuccio in silenzio il mio italianissimo part time, senza lamentarmi.» «D’accordo, Silvia, non ti agitare» le dico provando ad arginare la sua furia. «Mica vogliamo la luna, solo una migliore organizzazione del lavoro che ci consenta di essere professioniste e madri felici.»

«E quella si chiama luna! Il paradiso terrestre non esiste, Elisabetta. Anzi, io credo che fare salti mortali ci faccia bene. Per un bambino vedere una madre viva e attiva, che magari combatte per avere un lavoro migliore, è un ottimo esempio di vita.»

«Va bene, sono d’accordo. Lottare è bello e formativo. Non vorrei però cadere sul campo e avere qualche strada o scuola intestata.»

«Già, per questo è fondamentale scegliere bene le proprie lotte. Per esempio, non ti è sembrato eccessivo combattere per non far abbattere la palma nel cortile della scuola, come hai fatto l’anno scorso?»

«Quella palma era bellissima, faceva compagnia anche ai bambini. Quando il punteruolo ha attaccato anche lei, nessuno si è interrogato sulle
conseguenze di un cortile scarno e vuoto. Una tristezza infinita.»

«Elisabetta, se tu sei triste per gli alberi, non puoi sopravvivere in un paese come il nostro che a stento rispetta gli esseri umani! Ma tu ti ricordi com’era la tua scuola? A noi non fregava nulla delle strutture e dei banchi fatiscenti: il nostro divertimento era altrove.»

Forse Silvia ha ragione, noi genitori dovremmo guardare le cose con gli occhi dei bambini. Ma, ogni tanto, quella palma me la vado a rivedere. Sta ancora su Google Maps e rimarrà lì finché non lo aggiorneranno. Almeno virtualmente è ancora tra noi, con le sue fronde che evocano relax e mari lontani.

 

(continua in libreria…)

 
 

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