“Con passi giapponesi” di Patrizia Cavalli, considerata tra le poetesse italiane contemporanee più importanti, è una raccolta di prose che sfugge a una classificazione precisa: è un insieme di parole, di immagini, di stati d’animo. Tornano temi già comparsi nei libri precedenti, tra questi l’ipocondria, il rapporto con il corpo, la depressione, la malattia; mentre il linguaggio, lo stile e l’andatura della scrittura ricordano in tutto la poesia, dalle scelte lessicali al ritmo... - L'approfondimento

Lo definiscono “il primo libro di prose” di Patrizia Cavalli, ma sarà vero? Con passi giapponesi (Einaudi) è una di quelle opere che sfugge alle classificazioni: è un insieme di parole, di immagini, di stati d’animo.

Cavalli (nella foto di Dino Ignani – www.dinoignani.net, ndr), nata a Todi nel 1947 e considerata tra le poetesse italiane contemporanee più importanti, autrice, tra le altre, delle raccolte di poesie L’io singolare proprio mio e Pigre divinità e pigra sorte, abbandona il verso, ma sarebbe difficile dire con certezza se si tratti di prosa, o poesia. Prima di tutto per la struttura anarchica dell’antologia, e poi per la forma dei singoli testi, che all’inizio possono sembrare racconti brevi, ma che andando avanti nella lettura si trasformano in riflessioni, analisi introspettive, descrizioni dilatate di momenti inafferrabili. 

con passi giapponesi

Il primo testo è quello che dà il titolo all’intera opera, ed è anche quello apparentemente più facile da definire e riassumere: c’è una donna che parla con accento sardo e che avanza camminando con piccoli passi giapponesi. È minuta, un po’ tarchiata, con il tronco più lungo rispetto alle gambe. Si vergogna del suo aspetto, per questo evita le piazze affollate, scivola accosto ai muri e procede di fretta, “facendo di tutto per passare inosservata, e riuscendoci quasi sempre”. Soffrendo per la sua figura, la signora sarda si sofferma con un’invidia “non operativa” – nel senso che non comporta un’azione premeditata e malvagia – sul corpo delle altre donne. Ne osserva con furia perquisitoria le fattezze: “Se girando la testa di lato, la pelle del collo si tende in diagonale annullando l’incavo della gola, di sicuro gli anni sono almeno trentanove. Ma la raggiera di rughe sottili che percorre il labbro superiore può formarsi solo dopo il quarantotto […]. Però a quarantadue la nocca si fa grave, perché le guance cedono e, non c’è verso, dopo i cinquant’anni le gambe si insecchiscono, anche se le cosce sono floride. La prova certa che ormai è tutto perduto sono le braccia nude quando s’alzano, che mostrano quei muscoletti poveri lasciati in solitudine, perché la carne se ne scosta e cade a mezzaluna”.

Del resto, per quanto la protagonista possa essere ossessionata dai corpi femminili, non è sola. La narratrice lo spiega, ricorrendo a un certo luogo comune secondo cui quasi tutte le donne provano un’inquietudine dolorosa scrutando l’aspetto altrui. Questi sguardi, pieni di smarrimento e vertigine, spaventosi e tristissimi, raccontano la stanchezza della signora sarda, la paura e la speranza di invecchiare, il desiderio sotterraneo di arrendersi finalmente al tempo che passa. 

Leggere il riassunto del frammento Con passi giapponesi forse può essere fuorviante e poco esaustivo perché, al di là della presentazione del personaggio e della situazione, non riesce a restituire in alcun modo il linguaggio, lo stile e l’andatura di questa prosa che ricorda in tutto la poesia, dalle scelte lessicali al ritmo. 

A questo testo ne seguono altri, sempre brevi o brevissimi, in cui sfilano immagini liriche, come quella di una comodissima poltrona dell’Operà della Bastille di Parigi, o quella di un ladro di lenzuola che cerca di rubare i sogni della notte. Ci sono poi brani indefinibili, come Mal di testa per esempio, in cui il racconto parte dalla descrizione di un sentimento di vuoto e oscurità che assomiglia a un mal di testa, per dirottare su considerazioni di tipo esistenziale che seguono un flusso interiore e sfuggente.

La scrittura della Cavalli è visionaria, evocativa, eppure estremamente precisa e comunicativa. Chi ha letto le sue poesie non può non riconoscerla chiaramente anche in questa nuova raccolta. Tornano temi già comparsi nei libri precedenti, tra questi l’ipocondria, il rapporto con il corpo, la depressione, la malattia.

Patrizia Cavalli, che vive a Roma, negli ultimi anni ha avuto il cancro ed è riuscita a guarire, anche se, come ha raccontato in un’intervista a Robinson, dal cancro non si guarisce veramente: “Non so cosa sia peggio, se il male o le cure. Io sono depressa perché le medicine mi hanno tolto le forze e le cure mi hanno tolto la memoria. Questa è la verità: non si possono scrivere poesie se non si ha memoria”. Infatti non sa ancora quando arriverà la prossima pubblicazione.

Intanto, però, da questa raccolta di prose i lettori affezionati alle sue poesie non resteranno delusi, ritrovando in ogni pagina del libro quel procedere sinuoso e ritmato, quella musicalità intrinseca tipica dei suoi componimenti (Cavalli è anche musicista). E pensandoci, se si dovesse rintracciare un senso a quel titolo Con passi giapponesi, forse, sarebbe proprio in questa andatura: delicata e sfumata, eppure al tempo stesso sempre immediata e diretta. 

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