Perché siamo tutti affascinati dalla violenza? Cosa ci attrae in due corpi che si azzuffano e si prendono a pugni? Jonathan Gottschall ha voluto provarlo sulla sua pelle. Così si è allenato per mesi per poi salire su un ring e affrontare un vero combattimento...

Perché gli uomini (maschi) combattono? Per scoprirlo, Jonathan Gottschall (che torna a pubblicare con Bollati Boringhieri dopo l’affascinante L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani di un anno fa) si immerge (letteralmente) in un viaggio nella scienza, nella storia e nella letteratura della violenza.

Duelli all’alba, sport pericolosi, arti marziali, puglilato: gli esempi non mancano. La sorpresa è che più una società mette in mostra la propria violenza in contesti adibiti a questo scopo, meno la violenza tracimerà davvero nelle strade. Una strategia decisamente vincente, che ha consentito alla nostra specie di prosperare, stabilire le sue inevitabili gerarchie e minimizzare i rischi che una vera violenza comporterebbe. Ma una cosa è scrivere della violenza, altra è provarla sulla propria pelle. Ed è questo che – sorprendentemente, per un prof di letteratura – ha fatto Gottschall: si è davvero iscritto a un club di «arti marziali miste» ed è finito a fare un combattimento «nella gabbia», di quelli tipicamente americani, con poche regole, se non quella, universale, di tirare giù l’avversario. Solo dopo essersi preso la sua dose di vere botte, quindi, Gottschall si è messo a scrivere il suo libro (Il professore sul ring), con ben altra consapevolezza del tema…

Su ilLibraio.it un estratto
(per gentile concessione dell’editore)

La paura

Sfidarsi in un duello mortale a causa di ingiurie o di pettegolezzi potrà anche sembrare insensato e barbarico, ma dobbiamo evitare di cadere in una narrativa autoadulatoria secondo cui noi oggi, esseri illuminati, saremmo immuni da questo genere di sciocchezze. «Leviatano» è il nome dato dal filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679) al colossale apparato del potere statale, dalle leggi alla magistratura, alle forze dell’ordine, alle guardie carcerarie, agli esecutori delle pene capitali. Il duello nella sua versione formale sorse in Europa quando il Leviatano era debole e in molte circostanze i singoli individui sentivano la responsabilità di farsi giustizia da soli. Un uomo che sosteneva un duello non si comportava stupidamente nel momento in cui si batteva per un insulto, perché in realtà non era quello il vero motivo per cui affrontava la sfida. L’insulto in sé era una goccia di latte versato, e lui si batteva per dissuadere altri anche solo dal pensare di poter rovesciare impunemente il suo latte. Per quanta insensatezza potesse esservi nel duello, nel rischiare così tanto per così poco, sotto certi aspetti era una mossa del tutto logica, persino intelligente. Nell’affrontare una sfida a duello, un uomo dimostrava, correndo un altissimo rischio, di essere letteralmente disposto a combattere fino alla morte contro chiunque intendesse sbarrargli la strada. E questo dava agli altri uomini ottime ragioni per astenersi dal farlo.
Né si può dire che fosse qualcosa di barbarico. Il duello non mirava a permettere una libera pratica della violenza, al contrario, mirava a porvi dei vincoli, costringendola in una serie di rigide regole che erano chiare ed eque come le regole del tennis. Il sistema del duello si è evoluto per civilizzare passioni selvagge, ha contribuito a limitare il conflitto a due parti lese evitando che si metastatizzasse in ciò che si produce quando si ha una cultura dell’onore senza un sistema duellistico: faide tra famiglie, omicidi per vendetta e sparatorie tra le gang per le vie delle città.
La grande innovazione civilizzatrice apportata dal duello europeo fu, banalmente, il ritardo. Spesso l’offesa e il conseguente lancio della sfida avvenivano a caldo, sull’impulso del momento. Ma l’etichetta del duello richiedeva che trascorresse un certo lasso di tempo tra la sfida e l’effettivo duello, così che i secondi potessero cercare di negoziare una via d’uscita pacifica. Via via che il tempo passava, alla rabbia tendeva a subentrare la paura, e i contendenti erano più motivati a cercare seriamente un’alternativa.
Nell’imminenza del duello, il vero avversario non era tanto il contendente quanto la paura. Per vincere un duello non occorreva sparare diritto o tirare di sciabola con eleganza, non era necessario uccidere l’avversario né ferirlo più gravemente di quanto potesse fare lui. Non era necessario nemmeno sopravvivere. Un duello era una gara di coraggio molto più che di abilità. Quel che si doveva realmente fare per vincere era mantenere un contegno e non mostrare mai di avere paura, anche se si era feriti a morte. Come spiegava un manuale di duello, «Non insisterò mai a sufficienza sulla facoltà che deve avere un individuo di rimanere perfettamente calmo e padrone di sé quando sarà ferito: non dovrà permettere a se stesso di essere spaventato o confuso, bensì farà appello a tutta la sua risoluzione, tratterà la questione con freddezza e, in caso debba morire, se ne andrà con quanta più buona grazia gli sia possibile».

(continua in libreria…)

bollatiL’APPUNTAMENTO – L’autore sarà ospite di Torino Spiritualità sabato 26 settembre, alle ore 18, presso il teatro Gobetti di via Rossini. Interverrà Luca Beatrice

 

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