"Rileggere 'Perciò veniamo bene nelle fotografie' a dieci anni dalla sua composizione e a sette dalla sua uscita mi ha provocato uno strano turbamento..." - Su ilLibraio.it la riflessione del poeta, scrittore e insegnante Francesco Targhetta in occasione della riedizione del suo romanzo in versi d'esordio

Rileggere Perciò veniamo bene nelle fotografie a dieci anni dalla sua composizione e a sette dalla sua uscita per Isbn mi ha provocato uno strano turbamento. Anzitutto mi sono reso conto di essermi dimenticato molto di ciò che c’era scritto, e la netta impressione, tutto sommato ovvia, è di essere diventato una persona diversa da quella che aveva composto quel libro, una persona sempre più lontana da un minimo nucleo di verità proprio perché sempre più assuefatta al mondo e alla vita.

Il vero scombussolamento, tuttavia, non mi è stato tanto inferto dal recupero di alcuni ricordi personali (soprattutto infantili) che il libro ha fatto riemergere, quanto da alcune predizioni sul futuro dei protagonisti. A ogni pagina andavo dolorosamente constatando come in quei versi rabbiosi la traiettoria mia e della mia generazione fosse anticipata con una certa precisione, e d’altronde si trattava di un vaticinio molto facile, al punto che la mia amarezza era forse dovuta al divario tra la prevedibilità di certi sviluppi e l’impossibilità di modificarli.

Perciò veniamo bene nelle fotografie

Ecco uno dei passaggi che più mi hanno disturbato:

[…]

senza capire che a contestarlo
è a me, a noi, che sto pensando,
alle nostre prossime città,
con le sedi, i torracchioni, i direttivi
lungo le bretelle del raccordo anulare
all’età da detestare, al fatto
che saremo noi gli stronzi agli occhi
di molti, o no? O magari tra un po’
troveremo un antidoto,
sottilissimi squarci,
modi rivoluzionari di legittimarci.

La generazione che nel romanzo in versi era fotografata come immobile, snervata nella lunghissima attesa di entrare nel mondo del lavoro e degli adulti, tenuta buona nella sala d’aspetto a furia di alcol e farmaci, e rassegnata a vivere questo strascicamento di giovinezza fuori tempo massimo tra rancore e malinconia, usciva da quelle pagine già colpevole, non solo di aver accettato senza alcuna protesta il proprio destino attendista, ma anche di essere pronta a replicare con piena convinzione le dinamiche che andava criticando. Quei versi al futuro dipingevano una generazione pronta a occupare i posti di potere per poi trovare «modo rivoluzionari di legittimars, racconti di sé e del mondo utili a giustificare il proprio appiattimento sul meccanismo tardo-capitalistico che solo pochi anni prima era risultato ributtante ma al quale si sapeva che ci si sarebbe omologati. Ecco cosa diceva il romanzo: prima o poi entreremo in quel sistema che aborriamo, ma non è tanto questo a fare orrore; a risultare insopportabile è che saremo persino felici. Mentre leggevo quei versi, l’estate scorsa, giravo l’Italia per il Campiello. Mi hanno fatto malissimo.

L’integrazione, in realtà, non è poi così pacificante. Come scrive Andrea Cortellessa nella postfazione alla nuova edizione mondadoriana del romanzo in versi, i protagonisti de Le vite potenziali (2018) sono «parenti stretti dell’io narrante, di Teo e Los in Perciò veniamo bene nelle fotografie: anzi, possono ben essere loro stessi, cresciuti dei sei o sette anni che dividono i due testi nella rispettiva stesura. Nel frattempo, in qualche modo misterioso, hanno superato quella linea d’ombra che era loro parsa invalicabile; parrebbero “avercela fatta”, insomma. Hanno un lavoro ben retribuito, delle abitazioni, delle vite appunto».

Perciò veniamo bene nelle fotografie

La scelta della copertina del nuovo Perciò veniamo bene nelle fotografie, con alcuni manichini immortalati dietro vetrate arrugginite, vuole suggerire l’idea di continuità tra i due romanzi: i contratti sono diventati a tempo indeterminato, ma le vite, pur nel loro frenetico movimento e nelle loro dimore ora eleganti e luminose, sono rimaste fragili, indefinite, minate da mille incognite e per nulla allenate al dolore e all’attenzione verso gli altri dopo quel lungo tirocinio alla vita adulta. I rappresentanti di quella generazione, una volta integrati, si stanno rendendo conto che vivono di una forma di precarietà ben più radicale di quella lavorativa (e che molto deve all’egemonia tecnologica in cui sono immersi), sicché, ancora con le parole di Cortellessa, «la potenza che perseguono non è che il calco lancinante dell’impotenza dalla quale provengono, e che li ha marchiati una volta per tutte».

E così la nostra felicità è nervosa e inquinata, perché si innesca in una continua corsa al rialzo, mentre i traguardi si sono moltiplicati, la velocità dell’agone impedisce ogni rilassamento e la geografia esplosa delle nostre esistenze ci ha sparpagliati in tali distanze che gli unici modi di stare assieme sono le chiamate di gruppo su Skype e le chat su WhatsApp. E così coloro che venivano bene nelle fotografie adesso faticano persino a entrare nelle inquadrature. Integrati ed essenzialmente soli.

IL LIBRO E L’AUTOREPerciò veniamo bene nelle fotografie è il “romanzo in versi” d’esordio di Francesco Targhetta (poeta e scrittore classe 1980), insegnante di lettere alle scuole superiori e finalista al Premio Campiello 2018 con Le vite potenziali.

Perciò veniamo bene nelle fotografie, pubblicato per la prima volta nel 2012 da Isbn Edizioni, torna in libreria con Mondadori, in una versione aggiornata e con il commento introduttivo del critico letterario Andrea Cortellessa. Il romanzo in versi di Targhetta racconta la storia del protagonista, l’io narrante, dottorando in storia che si ritrova a combattere con un barone universitario che sembra preferirgli una collega carina, dell’amica Mara che si barcamena tra provini e corsi di recitazione dove i maestri ci provano con le allieve, di Teo che intraprende una carriera da tagliatore di teste in una multinazionale, di Los che dopo la laurea in matematica decide di espatriare in Belgio e di Arturo che continua a offrire a tutti il bicchiere della staffa al bar dell’albergo in cui lavora di notte.

Una generazione di trentenni che tra rabbia, gioie e nostalgie sono alla continua ricerca di una via di fuga che li conduca fuori da quella condizione precaria di lavoro.

 

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