Su ilLibraio.it torna la rubrica di Gino Roncaglia, tra i massimi esperti italiani di editoria digitale. Questa volta si critica un questionario del Censis ("il punto è che le formulazioni di alcune domande sono talmente insensate da rendere sostanzialmente impossibile una scelta ragionevole..."), che "sta realizzando una ricerca sulle modalità di formazione e trasmissione del sapere nell’era digitale"

Lo so, in questo intervento dovevo parlarvi di self-publishing. Nell’articolo precedente avevamo avviato un discorso che va proseguito (ci sono parecchie altre questioni legate al tema del self-publishing che vorrei discutere), e prometto che lo faremo la prossima volta.

Ma presentando questa serie di articoli avevo anche detto che sarebbe stata un po’ anarchica e disordinata, e che avrebbe guardato al mondo dell’editoria elettronica, degli e-book, del rapporto fra lettura e digitale, dal punto di vista – certo parziale e criticabile – del mio personalissimo osservatorio.

Ebbene, fra le (troppe) mail arrivate in coincidenza con il ritorno al lavoro, ce n’è una che non riesco proprio a non commentare. Si tratta di una mail arrivata dal Censis, uno fra i più autorevoli istituti di ricerca italiani. Eccola qui:

Gentile Utente,

Il Censis sta realizzando una ricerca sulle modalità di formazione e trasmissione del sapere nell’era digitale, con l’obiettivo di costruire una mappa delle nuove fonti e dei nuovi attori che partecipano alla costruzione del bagaglio culturale degli italiani.

È a tale scopo che, ringraziandola anticipatamente dell’attenzione, chiediamo la sua cortese disponibilità a rispondere a un breve questionario online. Le sue risposte, che verranno elaborate con modalità statistiche in forma aggregata e anonima, saranno preziose per la nostra ricerca.

Per accedere al questionario può cliccare (…)

La informiamo che riceve questa e-mail perché è iscritto al nostro sito web www.censis.it. (…)

Ringraziandola nuovamente per l’attenzione, con l’occasione le invio i nostri più cordiali saluti.

Nella mail c’è subito qualcosa che suona un po’ strano: la frase “riceve questa e-mail perché è iscritto al nostro sito web www.censis.it”. Immagino e spero che non sia così, perché se l’obiettivo dell’indagine è quello di “costruire una mappa delle nuove fonti e dei nuovi attori che partecipano alla costruzione del bagaglio culturale degli italiani”, il campione delle persone iscritte al sito del Censis – presumibilmente abbastanza ristretto e costituito da frequentatori ‘forti’ della rete con un interesse specifico per il tipo di analisi che il Censis svolge – non è certo statisticamente rappresentativo.

Supponiamo dunque che questa frase non esista, che il mio nome sia finito nell’elenco degli intervistati in base al lavoro di un algoritmo un po’ più sofisticato e attendibile di quello rappresentato dalla selezione del primo database di indirizzi disponibile sui computer del Censis, e che le interviste svolte in rete (su un campione selezionato in base a criteri un po’ più seri) siano accompagnate da interviste telefoniche e/o dirette rivolte a un campione altrettanto ben selezionato.

Immaginiamo (e speriamo!) che sia così, e andiamo a vedere il questionario. Le prime due domande sono abbastanza tradizionali: abitudini di connessione a Internet, e abitudini di lettura (ha letto almeno un libro nell’ultimo anno[1]? Se sì, quanti ne ha letti?).  La quarta domanda chiede “Quale mezzo utilizza più frequentemente per acquisire nozioni nei seguenti ambiti tematici?”  Segue un elenco di ambiti (storia e geografia, letteratura, scienze naturali, scienze sociali, tecnologia e informatica, arte e musica) e di possibili strumenti (libri, enciclopedie, giornali e riviste, radio e TV, siti web, blog e forum on-line, Google e altri motori di ricerca, social network, Wikipedia, nessuno).

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Figura 1 – Le domande 1 – 5

Ora, già qui c’è qualcosa che non funziona: non ha molto senso mettere sullo stesso piano fra le opzioni ‘siti web’ e ‘motori di ricerca’. I motori di ricerca servono infatti – almeno finora[2] – in primo luogo a trovare siti e pagine web. Se cerco informazioni sulla cometa 67P, probabilmente partirò da Google, ma arriverò alla pagina di Wikipedia, o a quella dell’Agenzia Spaziale Europea dedicata alla missione Rosetta (la sonda che studia la cometa 67P). Da dove ho ricavato le mie “nozioni”? Nella maggior parte dei casi dal sito web, e l’uso di Google sarà solo strumentale, per aiutarmi ad arrivare a un sito web pertinente e informativo. Se anche cercassi solo – ad esempio – la data di nascita o di morte di Beethoven, che è fornita immediatamente negli ‘snippets’ (cioè nei brevi passi mostrati da Google per ogni risultato) o nella casella biografica che li accompagna (le cui informazioni sono ricavate da Wikipedia), le “nozioni” – come dice il Censis – sono fornite originariamente dai siti web o da Wikipedia, e Google si limita ad aggregarle.

L’alternativa fra siti web e Google come strumento per “acquisire nozioni” è dunque abbastanza fuorviante: molto probabilmente gli utenti che rispondono “siti web” o “Wikipedia” passano comunque attraverso Google, e l’utente che risponde “Google” riceve informazioni che vengono comunque da siti web e Wikipedia. La risposta potrà dirci qualcosa sulla percezione psicologica e sulla competenza dell’utente nell’uso delle risorse di rete, ma avrà anche l’effetto di falsare i dati raccolti, impedendo ad esempio di avere dati attendibili su un’alternativa che è effettivamente interessante, quella fra siti web tematici e Wikipedia.

Ma si tratta ancora di peccati tutto sommato veniali. Le cose cominciano a peggiorare se confrontiamo la domanda 4 (che abbiamo appena visto) e la domanda 5 (“Quale strumento utilizza più frequentemente per leggere o consultare i seguenti generi editoriali?”). In quest’ultimo caso, l’alternativa è fra libro, PC, tablet, e-reader, smartphone e nessuno, mentre i generi editoriali considerati sono narrativa e poesia, saggistica, dizionari, enciclopedie, testi scolastici e universitari, guide turistiche, opere illustrate.

Ora, fate attenzione: il termine ‘libro’ compare sia nella domanda 4 sia nella domanda 5. Ma compare in due sensi completamente diversi. Nel primo caso si fa presumibilmente riferimento alla ‘forma libro’, indipendentemente dal supporto (tanto è vero che fra i “mezzi” citati non compaiono i libri elettronici). Nel secondo caso si fa invece riferimento (anche se in forma assolutamente implicita) al solo libro su carta, dato che fra gli “strumenti” citati compaiono, in alternativa al libro, tablet ed e-reader.

Si potrebbe certo sostenere che i diversi contesti chiariscono il diverso significato attribuito nelle due domande alla parola ‘libro’. Ma è difficile non avere il sospetto (come vedremo, confermato in seguito) che i primi a non avere ben chiara la differenza siano i ricercatori del Censis che hanno preparato il questionario. Limitiamoci comunque per ora a osservare che sarebbe stato assai preferibile specificare nella domanda 4 “libro (su carta o elettronico)” e nella domanda 5 “libro su carta”.

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Figura 2 – Le domande 6-8

Non mi soffermo sulla domanda 6, che riguarda la percezione dell’affidabilità relativa degli stessi “mezzi” individuati nella domanda 4 (“mezzi” che qui il Censis preferisce chiamare “fonti”), se non per rilevare che comporta problemi almeno in parte[3] simili rispetto a quelli che abbiamo già visto nel caso della domanda 4, e che il significato del termine ‘libro’ torna, sempre implicitamente, ad essere quello più generale e inclusivo.

Non mi soffermo neanche sulle domande 7 e 8, che pure potrebbero essere lungamente analizzate per discuterne inclusioni ed esclusioni (le trovate nell’immagine qui sopra. Notiamo solo, di passaggio, che fra i possibili ‘simboli’ della conservazione e trasmissione del sapere manca proprio il libro…), sulla domanda 9 (anche se alcune delle affermazioni, indipendentemente dall’essere o no d’accordo, sono assai poco sensate nella formulazione: ad esempio, cosa vuol dire esattamente “un ordine gerarchico basato sulla sequenzialità delle nozioni”?), sulle domande 10 e 11. Lo spazio è poco, e immagino anche la pazienza del lettore.

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Figura 3 – Le domande 9 – 11

Arrivo dunque alla perla, l’immancabile domanda sul futuro del libro, che è qui la domanda 12: “Ritiene che con la diffusione delle nuove tecnologie digitali il futuro del libro sia in pericolo?”

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Figura 4 – La domanda 12

La scelta che si trova davanti chi voglia rispondere al questionario è fra due risposte positive (“Sì, perché gli strumenti digitali sono più efficaci della carta stampata nella trasmissione del sapere”; “Sì, il libro scomparirà, perché le tecnologie evolveranno ulteriormente come strumenti di apprendimento e di conoscenza”) e due risposte negative (“No, perché la funzione del libro nell’attivazione delle facoltà intellettuali è insostituibile”; “No, perché ci si renderà conto che la cultura che ci si forma attraverso Internet è effimera e si riscoprirà il valore dei libri”).

Il punto ovviamente non è che all’interno delle alternative ci siano scelte con cui non si è d’accordo: questo è giusto e normale. Il punto è che le formulazioni sono talmente insensate da rendere sostanzialmente impossibile una scelta ragionevole.

La domanda stessa è già viziata dall’uso del termine emotivamente connotato di ‘pericolo’. Ora, se l’obiettivo è quello di capire quale sia l’orientamento degli intervistati rispetto al futuro del libro e al rapporto fra libri su carta e libri elettronici, sarebbe stato bene formulare le domande in modo da non influenzare attraverso connotazioni emotive la scelta delle risposte: termini a forte connotazione emotiva come ‘pericolo’ dovrebbero dunque semmai comparire nelle risposte, non nelle domande.

Ma non basta: tanto nella domanda quanto nelle risposte si identifica implicitamente il libro con il solo libro stampato (per cui nella prima alternativa l’efficacia del digitale nella diffusione del sapere basta a mettere in pericolo il libro); nella seconda alternativa si dimentica che il libro stampato è esso stesso un prodotto tecnologico (e – non contenti di contrapporre libro e digitale – si contrappongono tout court libro e tecnologie); nella terza alternativa si considera il libro qualcosa di assolutamente dato e immutabile; nella quarta si bolla tutta la rete come portatrice di cultura effimera e inutile.

Cosa ci si aspetta che risponda il povero intervistato, davanti a una domanda così mal formulata e a quattro alternative diversamente ma implacabilmente insensate?

Immagino che le risposte a questa e alle altre domande saranno ora coscienziosamente raccolte e analizzate, per trarne, con l’abituale contorno di comunicati stampa e articoli di commento, conclusioni altrettanto prive di senso. Non so chi sia il committente di questa indagine, e non so quanto sia stato pagato il Censis per compierla. Non credo proprio, però, che si tratti di soldi ben spesi.

[1] Vale la pena osservare un fatto curioso: quando il Censis rileva questo dato, il risultato è sempre una decina di punti superiore all’analoga rilevazione fatta dall’Istat. Così, nel 12° Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione, presentato a marzo, ad aver letto almeno un libro nel corso dell’anno precedente è il 51,4% degli italiani (cf. http://www.censis.it/7?shadow_comunicato_stampa=121009) mentre il dato fornito a gennaio dall’Istat è esattamente dieci punti più basso (41,4%: http://www.istat.it/it/archivio/145294). Le ricerche sulle abitudini di lettura degli italiani commissionate negli anni scorsi dal Centro per il libro e la lettura a Nielsen hanno fornito, nei due anni in cui sono state fatte, risultati molto più vicini a quelli rilevati dall’Istat che a quelli rilevati dal Censis.

[2] L’evoluzione dei motori di ricerca, che tendono progressivamente a trasformarsi in agenti (o ‘assistenti’) software capaci di rispondere direttamente alle domande poste dall’utente (anziché indirizzare verso risorse informative esterne), analizzando in maniera ‘intelligente’ una selezione di risorse presenti in rete, estraendone autonomamente le informazioni richieste e proponendole all’utente, è indubbiamente affascinante, ma non è certo in questo senso che il Censis si riferisce a Google in questa domanda: sia perché altrimenti sarebbe bene parlare direttamente di assistenti di ricerca (Siri, Cortana, Google Now…), sia perché difficilmente qualcuno può oggi pensare di usare programmi di questo tipo come fonte primaria per acquisire informazioni in uno dei campi proposti.

[3] L’inclusione di Google è in questo caso più sensata, perché ci si può riferire alla percezione da parte dell’utente della capacità dell’algoritmo di Google di individuare risultati pertinenti e significativi e di ordinarli in maniera adeguata; ma l’evidente parallelismo con la domanda 4 lascia quantomeno incerti sul fatto che l’inclusione di Google da parte dei redattori del questionario sia effettivamente dovuta a questa considerazione… e che chi compila il questionario possa capirlo.

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