Philippe Claudel, scrittore e registra francese, racconta a ilLibraio.it "L’arcipelago del cane", il suo nuovo libro, un apologo sui migranti che muoiono in mare e su un’isola vecchia e infelice, che tanto somiglia all'Europa - L'intervista

Philippe Claudel, scrittore francese autore di libri acuti e profondi come Le anime grigie, Il rapporto, Profumi, Il romanzo del cuore e del corpo, regista cinematografico attento e sensibile (Ti amerò per sempre), nella giuria del prestigioso premio Goncourt, sceglie, con il suo ultimo romanzo, L’arcipelago del cane (Ponte alle Grazie) di scrivere un apologo sui migranti che muoiono in mare e su un’isola vecchia e infelice, che tanto somiglia all’Europa, incapace di aiutare, che si rifiuta di guardare e dimostra la sua inadeguatezza e inumanità nei confronti di una crisi epocale. Lo fa con la voce illuminante e spietata del grande narratore, con la forza morale inesausta di chi non si rassegna all’ingiustizia e ci offre uno strumento implacabile per specchiarci e per provare a cambiare.

Un’isola d’invenzione, ma plausibile, gli abitanti sono chiamati non per nome ma per il ruolo sociale. Come mai ha voluto raccontare in questa forma la sua storia, quasi in una chiave simbolica?
“Perché è quello che esprime la mia fiducia nella finzione, per cercare di capire le cose fino in fondo, per toccare il lettore nel vivo. Non sono né un giornalista, né uno storico, né un sociologo. Sono uno scrittore e lavoro con i miei strumenti: la fantasia, l’immaginazione, la tradizione letteraria. E con i miei strumenti tento di costruire una storia che sia lo specchio dell’oggi”.

Il suo sguardo sul presente sembra particolarmente tragico. La sua è una sfiducia nell’uomo o in questi tempi?
“Non so in quale mondo viva lei, ma quello dove vivo io pone delle questioni su quelli che sono i nostri atteggiamenti, sulla nostra cultura, su quello che stiamo diventando. Non vivo una vita da famiglia Kardashian, fatta di vacanze e buoni ristoranti. E non credo che questa sia la vita delle persone di oggi. Le nostre società sono attraversate da una serie di interrogativi, di inquietudini, di egoismi. Il nostro è un mondo che ecologicamente soffre molto. È un mondo estremamente complesso, ma è necessario guardarlo in faccia”.

In Italia la questione dei migranti è innanzitutto una bandiera politica, per coltivare la paura e ottenere consenso. Che cosa può dare in più la letteratura rispetto alla cronaca, per capire questa realtà?
“Non è una questione solo italiana. La questione dei migranti è strumentalizzata in ogni paese europeo. Il problema dell’Italia è che l’Europa l’ha lasciata sola di fronte all’emergenza. È colpa di noi europei. Ma credo anche che i politici che fanno demagogia lavorano su emozioni immediate e le manipolano. La letteratura, al contrario, lavora su emozioni profonde e lente, lavora sul pensiero. Personalmente, scrivo perché credo che l’uomo possa cambiare”.

La natura nel suo romanzo sembra uno specchio della coscienza magmatica e oscura dell’uomo occidentale. Un personaggio dice “il mare non parla”, ma nel suo libro la natura sembra esprimersi.
“Certo, è vero. La natura si esprime e incarna reazioni morali alle azioni dell’uomo. Ma è quello che fa davvero, essa ci parla e lo fa ogni volta che si estinguono delle specie, quando si prosciugano dei fiumi, e così via. Il problema è che noi non ascoltiamo, non sappiamo reagire a questi segnali”.

Perché fra i suoi personaggi affida al Maestro il ruolo di mettere in dubbio la congiura del silenzio, dell’occultamento, dell’insabbiamento?
“Perché il Maestro simboleggia una grande funzione, come tutti i personaggi del mio libro (il Sindaco incarna la funzione politica, il Parroco quella religiosa)”.

Quale?
“Con il Maestro ho voluto simboleggiare la funzione della verità, della conoscenza. Il Maestro vuole trasmettere il sapere e cerca la verità. Ma in un mondo in cui vige la menzogna, la verità è pericolosa, può portare alla morte. È quello che nel XVII secolo diceva Pascal. Lui ha detto: è meglio un errore comune di una verità mal condivisa. Sulla verità si era concentrato anche Sciascia. Ho pensato molto a Sciascia mentre scrivevo il mio libro”.

“La maggior parte degli uomini non sospetta l’esistenza dentro di loro, della parte oscura che pure tutti possiedono”, si legge a un certo punto nel suo romanzo. La letteratura serve anche a mostrarci questa parte?
“La letteratura non serve a drammatizzare il quadro, ponendo l’accento sul nero, sull’oscurità. La letteratura tenta di esprimere una determinata realtà. Come fa il chirurgo: nessuno lo rimprovera di provare interesse per il tumore. Il chirurgo quel tumore lo osserva, lo studia e cerca di trovare cure per porvi rimedio. Così fa anche lo scrittore: osserva il corpo e tenta di porvi rimedio. E il corpo può essere fisico, ma anche il fisico ideologico e politico”.

Ancora, leggiamo, nella visione del Commissario, che “l’amore finisce prima o poi con l’estinguersi. L’odio no. Rimane, a volte cresce addirittura, si rinnova senza posa. È l’intimo motore del genere umano”. Queste parole incarnano una punto di vista molto pessimistico sull’umanità. Anche lei pensa che “il trionfo di Giuda sarà più duraturo di quello di Cristo”?
“Non saprei. Con il Commissario ho fabbricato un personaggio al di là del bene e del male, e anche al di là della speranza. Lui sì che è un grande pessimista: non riesce ad avere speranza, ma nemmeno a ottenere oblio. È un personaggio che non riesce nemmeno a ubriacarsi: per quanto beva, non si ubriaca mai e non riesce a dimenticare. È destinato a scomparire, e infatti scompare. Ma scompare come la nebbia, non si sa che fine abbia fatto… Per tornare invece a Giuda, credo che l’uomo sia più vicino a lui che agli apostoli di Cristo. È difficile essere santi. Invece, Giuda è un uomo. È capace di sentimenti meravigliosi, è un fedele compagno ma, a un certo punto, tradisce e lo fa per denaro. Poi ne prova vergogna e finisce per suicidarsi. Credo che sia una bella definizione di ciò che noi siamo”.

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