Piernicola Silvis ha concluso la carriera come Questore di Foggia e ora si dedica a tempo pieno alla scrittura. "La Lupa" è il suo quinto romanzo. Per l'occasione, gli abbiamo chiesto di parlarci dei suoi scrittori di riferimento in ambito thriller e noir...

Piernicola Silvis, classe ’54, di Foggia, è un alto dirigente della Polizia di Stato, e ha concluso la carriera come Questore di Foggia, dopo aver ricoperto altri numerosi incarichi. Ora si dedica a tempo pieno alla scrittura. La Lupa è il suo quinto romanzo, il secondo con SEM dopo Formicae (2017): Diego Pastore, il serial killer dei bambini che abbiamo conosciuto proprio in Formicae, al contrario di quanto si credeva, non è morto. Ferito gravemente, è ricoverato nell’ospedale di San Giovanni Rotondo, da dove, con una clamorosa azione paramilitare, viene prelevato dagli uomini del clan di Sonia Di Gennaro, moglie di un carismatico boss mafioso del Gargano. Renzo Bruni inizia una caccia all’evaso, senza immaginare, però, che nel frattempo Diego Pastore si è affiliato al clan che ne ha organizzato l’evasione, diventandone prima il sanguinario sicario e poi l’aspirante capo. Fra gli efferati omicidi di una guerra fra clan e le sporche intromissioni di una politica deviata, Bruni ingaggia una lotta all’ultimo sangue con Pastore, un serial killer messosi al servizio della quarta mafia, la più sanguinaria.

In occasione dell’uscita del nuovo libro, abbiamo chiesto a Silvis di parlarci dei suoi autori di riferimento:

Piernicola Silvis_

Frederick Forsyth, per la scrittura decisa e il coinvolgimento che provoca nei suoi più grandi romanzi, quali Dossier Odessa, Il Pugno di Dio e Il Giorno dello Sciacallo. E per l’arguzia che ha nella gestione del colpo di scena finale, che in buona parte dei suoi lavori lascia il lettore piacevolmente meravigliato;

Ken Follett, perché ha la scioltezza di scrittura che tutti noi vorremmo avere, e per la gestione sempre avvincente delle trame;

Don Winslow, per la splendida prosa hard-boiled originale ma coinvolgente, per l’ironia di alcuni passaggi e per la poesia che riesce a inserire anche nelle situazioni più devastanti. Il Cartello e Corruzione sono, per me, il suo top;

John le Carré, per la ricerca stilistica raffinatissima, che eleva la spy story a letteratura, e per le descrizioni spietate delle sensazioni di gelo morale provate dai protagonisti durante la Guerra Fredda, e non solo;

Gianrico Carofiglio, per la prosa delicata ma incredibilmente coinvolgente, per il suo tecnicismo nella ricerca delle parole che si traduce non in freddezza bensì in calore. E per il fatto che, essendo un magistrato, sa cosa dire, quando si parla di indagini;

Giorgio Scerbanenco, per la scrittura secca e disincantata, che ha generato un personaggio indimenticabile come Duca Lamberti, medico radiato dall’ordine per aver obbedito a un proprio preciso codice morale;

Graham Greene, perché il Fattore Umano e Il nostro agente all’Avana sono dei capolavori di introspezione psicologica e di descrizione dei sentimenti umani, portando – come ha fatto le Carré– la spy story a livello di letteratura;

-Poi ci sarebbe Ian Fleming, e non credo di dover spiegare perché.

 

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