Su ilLibraio.it un estratto da "Dormiremo da vecchi", il nuovo romanzo di Pino Corrias

Uomini e donne disposti a vendersi l’anima, il cuore, il sonno per una fotografia o un passaggio televisivo, un amore o un tradimento da rotocalco, un ingaggio o un’aragosta, un grammo di cocaina o uno di potere. Come Oscar Martello, produttore della Incudine Film, che viene dalla strada e ha scalato il Supermondo sino in cima con la sua faccia da bandito scavata dall’insonnia. O come Andrea Serrano, il suo migliore amico, che sceneggia amori e omicidi per vivere e sa come trasformarli in cibo per gli spettatori: conosce i tre tempi del cinema, ma ha imparato che nulla vale quello luminoso dell’intervallo. O come Jacaranda Rizzi, attrice dagli occhi color miele e un vuoto da riempire. Il vuoto è il suo segreto che da molti anni la tormenta. Vorrebbe un destino da governare e ha una vendetta da compiere. Ma non ha un posto al mondo dove guarire… Dormiremo da vecchi (Chiarelettere) è il nuovo romanzo di Pino Corrias.

Su ilLibraio.it un estratto, per gentile concessione dell’editore:

Oscar Martello è il primo personaggio di questa storia. Ha quaran¬tasei anni, una moglie tagliente come una scheggia di vetro, però bellissima, Helga, argentina di Buenos Aires, due figlie piccole, Cleo e Zoe, tre anni una, cinque l’altra, per le quali prova una commozione automatica ogni volta che le guarda con la voglia di tenerle tra le braccia per proteggerle dai chiodi del mondo. Ma poi si scorda di loro, non ha tempo, non ha pazienza, e le affida a tate sterilizzate e a giochi costosi perché ha sempre altro di urgentissimo da fare di solito: piantare chiodi nel mondo.
Oscar ha la faccia da bandito, scavata dall’insonnia. Vive di corsa, pensa di corsa. Come tutti i ricchi sfondati è infelice specialmente di notte, quando arrivano le ombre, volando. E poi all’alba, quando si ritrova sveglio e solo.
Di giorno è uno che va dritto anche quando ci sono le curve. Non ha mai letto un libro per intero, ma conosce gli uomini, conosce le donne, e li paga entrambi, anche se per ragioni diver¬se. Quando chiude gli occhi inventa storie. Quando li riapre le fa scrivere. Con le storie fa i soldi. Con i soldi fa una vita sontuosa, compra case a Roma e nel mondo, l’ultima sul Canal Grande a Venezia («Ma non porterà sfiga? Chiamami un prete e falla benedire, cazzo»). Compra azioni in Borsa tramite broker («Voglio diecimila Pfizer entro oggi, trovamele!») e opere di arti¬sti contemporanei, purché carissime e alla moda. Ha tre Jaguar parcheggiate nei box, tre filippini per casa che chiama tutti Sasà («Non sono razzista, è solo che non li distinguo») e nove coltelli Masamoto in acciaio al carbonio per la preparazione del pesce. Si considera il re dei pesci e delle storie. Ha un’infinita sequen-za di peccati privati che nasconde con una lussuosa devozione
pubblica e che bilancia con ricche offerte ai forzieri pagani del Vaticano. Da qualche parte, dentro un suo doppio fondo mentale, crede davvero che esista il paradiso. Da tempo se n’è annesso un pezzo con vista panoramica, come fosse un atto dovuto alla sua prepotenza, ma intanto tratta sul prezzo al metro quadro con il Padreterno e ruba tutto quello che può sulle spese. (…) Oscar Martello è un estroverso. E gli estroversi in genere alzano un sacco di polvere per nascondercisi dentro.
Andrea Serrano è il secondo personaggio di questa storia. Ha trentanove anni, vive e cammina da solo, salvo brevi avventu¬re sentimentali. Ha il fisico ancora asciutto, gli occhi veloci. Eppure ha l’aria di uno che pensa lento dietro alle comete, specie quando sta seduto, con il gomito puntato sul bracciolo e il viso appoggiato tra il pollice e l’indice, più l’anulare sdraiato sulle labbra. Per vivere scrive sceneggiature di media intensità e destinate a un medio pubblico che immagina stando seduto
in quel modo. Qualche volta viene distratto dalla improvvisa, dolorosa, rivelazione del tempo che passa, senza mai lasciarsi dietro qualcosa che assomigli a una spiegazione. D’abitudine questa rivelazione lo induce a indossare la sua speciale Espres¬sione Operativa Neutra che lo tiene distante dalle battaglie, troppo concrete o troppo rischiose, della vita. Lui la chiama eleganza, ma sotto sotto sospetta si tratti di banale vigliaccheria. È un timido. E i timidi, se messi con le spalle al muro, possono diventare pericolosi.
Jacaranda Rizzi, l’attrice, è il punto di partenza. E poi anche di arrivo. Ha trentadue anni ma potresti dargliene ventidue per quanto sa di pesca o fiore appena colto. Viene da una nuvola, sta su una nuvola: la sua nuvola digitale contiene centinaia di fotografie, più alcune memorabili scene dei film che ha inter¬pretato. Per esempio una in cui si tuffa da una barca in alto mare, dicendo: «Vado via». Un’altra in cui piange abbracciando un bambino ammalato. E una in cui si spoglia – ma non del tutto – per poi lasciarsi andare all’indietro sul divano, divarica¬re le gambe davanti all’uomo che la sta fissando e dirgli in un soffio: «È così che mi vuoi?».
Per colpa del suo cuoricino bipolare e per la quantità di pillole che inghiotte, la sua bellezza di occhi color miele, capelli biondi, lentiggini rosa, contiene un’ombra che una volta ha provato a tagliare con le lamette. Ma quell’ombra le resiste accanto.
Stavolta Jacaranda si sta preparando alla vendetta, convinta che ne uscirà vincente o almeno indenne. Libera finalmente dai cattivi fantasmi che le visitano il sonno e dalle vertigini che le assediano i risvegli. Ma i fantasmi e le vertigini vengono da molto lontano, sono nemici ostinati, sono cacciatori che corrono senza mai stancarsi. Lei è la preda. E Oscar Martello la via d’uscita.
(…)
Dunque le cose si mettono in moto quella notte.
(…)
Jacaranda apre gli occhi, guarda l’ora, sono le tre del mattino. Qualcuno la sta pensando. Ma se per amore oppure cattiveria non saprebbe dire.
E già nel dormiveglia riecco la sensazione di non essere dentro la propria casa, ma in un luogo provvisorio, come le capitava dai tempi della prima infanzia, quando fece il primo trasloco con la madre. E da adolescente, quando andò a vivere in almeno tre case differenti con la zia. E dopo l’adolescenza con le amiche, in stanze anguste e cucine incasinate e bagni pieni di rossetti, mutande, reggiseni: erano gli anni dell’Accademia d’Arte dram¬matica e degli hamburger cotti al volo, quando lei recitava in Un tram che si chiama Desiderio nei panni di Blanche DuBois, Vivien Leigh nel film di Elia Kazan, quella che alla fine viene violentata da Marlon Brando. Un ruolo che l’aveva incisa come una ferita, mentre imparava la parte, e che l’aveva fatta scoppiare a piangere alla fine del saggio finale, proprio durante gli applausi, sentendosene soffocata quella volta e per sempre.
Poi c’erano state le case dei fidanzati, anche quelli cotti al volo, dei quali non ricordava nemmeno il nome, ma gli arredi sì, specie i divani e i letti sui quali faceva l’amore fingendo orgasmi non pervenuti, e quella luce lattiginosa che filtrava dalle finestre all’alba mentre loro russavano e lei vegliava sulla sua bellezza che sgocciolava via, senza nutrire nulla.
Tutte case che lei ha indossato come cappotti altrui, per sentire meno freddo. E talvolta come i copioni che le offrivano il rifugio di un carattere ben scritto, di un destino, di un senso. Sempre sentendo che quella casa, quel fidanzato, quel copione avevano una durata provvisoria, un tempo limitato fuori dal quale, lei lo sapeva, la attendeva il vuoto che non era uno spazio bianco, ma nero e freddo, dove talvolta pioveva a dirotto.
Quel vuoto la spaventava e insieme la attirava. Come l’attirava l’idea di concedersi a uomini inutili a tutto fuorché a mettere un po’ di luce in quel nero, non importa se nella vita vera o in quella cinematografica, ognuna delle quali pagava un po’ di ossigeno all’altra. Lasciando credere al pubblico, ma anche ai registi come Attilio Fabris, anche ai produttori come Oscar Martello, che i suoi ponti sospesi sulla vita fossero ancora in piedi, in grado di condurla da qualche parte. E non fossero (invece) già crollanti da gran tempo e solo tenuti insieme con benzodiazepine – o alcol quando era più giovane, o cocaina quando c’era qualcuno che la comprava – per reggere il peso del suo bellissimo corpo, ma solo un passo alla volta, un risveglio alla volta. Che era poi la quantità di sofferenza che poteva sopportare, o almeno così credeva.

 

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