Quella di Chiara Lev Mazzetti, giovane voce poetica al suo esordio, è una raccolta di liriche – idealmente, all’intersezione tra Antonia Pozzi e Patrizia Cavalli – che registrano le modulazioni della grammatica del discorso amoroso; un discorso che è un soliloquio fondato sull’assenza, sull’abbandono da parte della donna amata - L'approfondimento

Alcune affermazioni si tramandano al solo scopo di essere confutate. Per esempio, nel 1966, Theodor Adorno sosteneva che dopo Auschwitz – scollegate le parole dalle cose – la poesia sarebbe stata impossibile. Certo, si aggiunge inevitabilmente, avrà anche ragione, ma allora Celan?, che da quell’esperienza – dei lager, vissuta personalmente – ha distillato versi capaci di squadernare il cielo? Strategie retoriche di concessione all’avversario: sì, la poesia ha perso l’aurea di un tempo, ma di versi, se ne scrivono ancora. Tutto vero peraltro: anche oggi si scrivono libri importanti di poesia (per citarne uno, La pura superficie di Guido Mazzoni) e chi si affretta a dichiarare la morte di qualcosa, spesso fa in tempo a morire prima.
La premessa – il non detto che fonda il discorso – è una costatazione della crisi: del ruolo sociale del poeta; della poesia come discorso, struttura di significato; come genere editoriale: come nicchia di mercato; ma soprattutto dei lettori che – più dei poeti stessi – sembrano piuttosto sodali di un qualche culto carbonaro o quel genere di sacerdoti-guerrieri che combattono per custodire un segreto inaccessibile. Un’ostinazione, un’anomalia e un errore.

Chiara Lev Mazzetti

Per questo stupisce – in positivo, chiaro – che un editore giovanissimo come Atlantide decida di aggiungere il primo libro di poesia al proprio catalogo, dopo alcuni testi narrativi particolarmente felici.  Di una poetessa, per giunta giovane, e per giunta esordiente. Le Poesie di Chiara Lev Mazzetti, classe ’91.

Quella di Chiara Lev Mazzetti, è una raccolta di liriche – idealmente, all’intersezione tra Antonia Pozzi e Patrizia Cavalli – che registrano le modulazioni della grammatica del discorso amoroso; un discorso che è un soliloquio fondato sull’assenza, sull’abbandono da parte della donna amata. Versi liberi e semplici – nel senso positivo, che significa che aspirano a trovare dei lettori al di fuori di chi già legge poesia – su quanto più ci accomuna. L’amato entra nella nostra vita, inaspettatamente, per caso (“Hai detto una parola da anni a caso/ed io ci muoio”), sconvolgendo l’ordine del nostro mondo (il cuore è nel petto, scrive, “come un pesce fuor d’acqua”), e così, con la stessa assenza di significato, ne esce, seminando devastazione (“concepire che morirò moriremo/e non partorire altro”). Del resto sul mal d’amore, sull’assenza dell’oggetto amato, si fonda tutta la nostra tradizione lirica, a cui dobbiamo, forse, la stessa forma che assume il nostro concetto d’amore. Una sublimazione di quella che i medievali pensavano fosse una malattia, provocata da un eccesso di bile nera che conduceva dritti dritti alla malinconia.

“Everything is relevant: I call it loving”, scriveva John Ashberry. L’amore è quel sentimento per cui tutto diventa rilevante (“cosa sia tutto intensità dovresti chiederlo a te/che non ti fai domande”), nel senso che non si ama questa o quell’altra proprietà (l’essere bello, intelligente, eccetera), ma l’amato nel suo complesso; pregi e difetti (“tutto è fatica tutto ti si addice/la felicità le piccole parole”). Il negativo del discorso del cinico: qui tutto ha significato ed è in relazione con me stesso. Si prende pure, per dirla con Ben Lerner, l’autunno sul personale. L’innamorato incorpora l’altro dentro di sé, che diventa un pezzo della sua identità. Per questo l’abbandono corrisponde alla perdita di un pezzo – il più importante – della propria identità, in un processo che è uno “svolgersi al contrario”, per cui la vita sembra una cosa che si aveva in prestito e l’io non è che una “prosecuzione del niente”. Alla perdita di sé, speculare, corrisponde quella del mondo: “comunque sia io non ricordo più come sia/la realtà – si faccia avanti”. Delle strutture che fondano il suo significato, come il tempo, in passato nebuloso che sembra abortito, per non dire del futuro (“parlammo di futuro/un discorso tanto assente/non ci sarà più). Per questo si può anche recriminare sarcastici “ti ho aperto il cuore – il tuo il mio/e vedi che ne è uscito”.

Viene in mente, per la semplicità del dettato, per il mal d’amore, ma soprattutto per certe immagini, e anche, a dirla tutto, per una sorta di intrinseca instagrammabilità, il Michele Mari delle Cento poesie d’amore a Ladyhawke (Einaudi, anomalia tra le anomalie il suo successo di vendite). Come in Mari, c’è la fedeltà al “duro accordo” per cui “sempre sarò fedele a chi mai troverò”; e ancora la volontà di amare letteralmente tutti gli altri per sopperire all’assenza (“amerò tutti pur di amare te”); o anche l’immagine delle stanze, che lì erano occupate dal poeta e dai mostri, mentre qui non sono state occupate (“non hai mai occupato stanze/ma solo cuore”).

Unica speranza? La poesia stessa, che trasuda dal vuoto lasciato dalla donna amata: “io sospettavo e speravo/sempre solo le parole/mi salveranno”). Meglio quindi che la poetessa, “essendo di poche parole”, le stia dando tutte alla donna amata; e in queste poesie sono raccolte.

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