Spogliarelliste, selezioni comunali, mockumentary, pornografia, fallimenti, Lolita, amore, cyberpunk, riscatto, muse, vendetta... Su IlLibraio.it un estratto dal nuovo libro dell'autore di "Con una bomba amano sul cuore"

La giornata di Carlo Ballauri non poteva cominciare peggio. La sveglia con la bocca impastata, a mezzogiorno, al suono degli insulti e delle minacce provenienti dalla segreteria telefonica, pronunciati da una voce inconfondibile e niente affatto soave: quella di Artemio Buttafuoco junior detto Ortaggio, neoreggente della Hardcorps, la casa di produzione del film porno di cui miracolosamente Carlo è stato scelto come regista dopo il flop dell’improponibile Chi sputa ama. Poi il caldo e il sudore, mentre Carlo cammina per il centro di Torino trascinando la gamba, che ha perso la piena funzionalità dopo un’accesa conversazione con Dimitri, zelante tuttofare di Ortaggio, sotto gli occhi paternalisti e sprezzanti del candidato sindaco, suo fratello Gabriele, che lo fissano dalle gigantografie disposte in ogni angolo per la campagna elettorale delle elezioni comunali. Finché, nella nebbia dell’asfalto rovente appare lei, un’età indefinibile, un corpo efebico, un mazzo di rose in mano e in bocca un ricatto: “cinquanta euro o mi metto a urlare che stai provando a stuprarmi”. Il tempo di farsi rubare il portafoglio che Carlo capisce. È lei, la musa che stava aspettando per riprendere il suo antico progetto: il mockumentary Lolita Cyberpunk. È l’occasione che stava aspettando per mutare in luminosa estate la sua primavera di promesse subito sfiorite?

E’ la trama di Pornokiller (Mondadori), secondo romanzo di  Marco Cubeddu. Su IlLibraio.it un estratto dal volume:

…gli viene incontro, di sbieco, una meravigliosa ragazzina con un rachitico mazzo di rose rosse. Capelli corti quasi biondi, orecchie un po’ a sventola, occhi marrone scuro talmente profondi che sembrano scavati da un trapano. Indossa una canottiera bianca senza reggiseno, da uomo, macchiata da un verde vivo sul davanti, su cui risaltano i seni minuscoli, i capezzoli che troneggiano come Napoleoni in un regno di costole in evidenza. Pantaloncini fucsia, forse un costume da bagno, infradito di plastica, dita lunghe, unghie sporche.

«Compra una rosa.»

«No, grazie.»

«Guarda che mi metto a urlare…»

«?»

«… e dico che hai cercato di violentarmi.»

«Cosa?»

La ragazzina spezza un fiore, lo getta sul pavé e lo calpesta col piede parzialmente protetto dalla gomma della flip flop giallo acido, mentre avanza verso di lui.

«Se non compri i miei fiori, dico che mi hai aggredita, che mi hai buttata per terra e che hai cercato di violentarmi.»

La ragazzina getta un’altra rosa a terra.

«Siamo a due.»

«Cosa?»

«Tre» dice lei gettandone un’altra, ancora.

«Cosa?»

«Di’ “cosa” un’altra volta e mi metto a urlare» dice, lasciandone scivolare a terra una quarta. «Devo continuare? Costano cari i miei fiori.»

«Quant’è che vuoi?»

La ragazzina butta una quinta rosa e la calpesta guardando Carlo dritto in faccia, facendo i calcoli, e al contempo sfidandolo.

«Cinque euro a rosa, cinque rose, sono cinquanta euro.»

«Venticinque.»

«Più venticinque per il disturbo.»

Carlo è sudato fradicio.

«Sai che hai veramente la faccia come il culo?»

«Devo rimettermi a contare?»

Carlo sospira, si toglie gli occhiali da sole e tira fuori guardingo il portafoglio dalla tasca, lentamente, senza smettere di fissarla.

«Ti frutta molto questo giochetto?»

«Abbastanza.»

«E se ero un poliziotto?»

«Non ce l’hai, l’aria del poliziotto.»

Carlo guarda nel portafoglio. Maledetto lui, semisepolte da appunti di piani di lavorazione e biglietti da visita, ha solo banconote da cento. È deliziosa, ma non si sogna certo di dare cento euro a quella piccola degenerata.

«Non ho contante.»

«Non dire cazzate, guarda che mi metto a urlare.»

«Senti, cerchiamo un bancomat, ok, ti do i soldi e poi…»

«Non ho tempo per cercare un bancomat. Io mi metto a urlare adesso!»

«Per cortesia, non è il caso di fare pazzie. Veramente, non ho soldi con me. Il portafoglio è vuoto, toh, controlla.»

Carlo le allunga il portafoglio nella speranza che, tra ordini del giorno e fatture da pagare, non individui le tre verdeggianti banconote da cento. Ed è così che la piccola fioraia, incredula, gli strappa di mano il portafoglio e scappa via.

Carlo resta impietrito mentre lei, semivoltata di schiena, si distende in un arco flessuoso, il giovane collo proteso che s’inclina. Le ginocchia, nude e segnate da cicatrici ancora fresche, si flettono, i piedi sporchi strisciano al suolo, di lato, mentre scatta come una centometrista. Il fermoimmagine della bocca, infittita da deliziosi denti irregolari, con due canini da piccola vampira, contratta in una smorfia vagamente erotica, e della canottiera, da cui, senza possibilità di dubbio alcuno, come un vezzo, come un omaggio a quell’uomo tanto sprovveduto e intimidito che la guarda scappar via col suo portafoglio, spunta un’ombra dell’areola, del capezzolo sinistro, si impianta nella testa di Carlo con la pressa mnemonica dell’amore perduto.

Cappuccetto Rosso e il Lupo Cattivo.

Una bambina dalle idee chiare.

Un lupo vago delle cose perse.

A fiotti, una sensazione lontana gli prende lo stomaco e le tempie pulsano (un aneurisma?), gli occhi, non più protetti dalle lenti scure dei Ray-Ban, si sforzano di combattere tutto quel sole che gli impedisce di vedere l’ombra in cui si è già reimmersa lei.

Carlo annota con disappunto che non ricorda il colore dei suoi occhi.

«Indaco?» si trova a farfugliare confusamente.

“Che il diavolo mi porti…” pensa. Avrebbe voluto annusarle il collo per impadronirsi di quella punta acre di sudore che concentra tutta la freschezza e la provocatoria e proibita sostanza materiale della giovinezza convogliandola in una poderosa erezione, prima di morire. Perché Carlo ne è sicuro: le fitte che gli stanno paralizzando il braccio sinistro e facendo spalancare la bocca sono l’incipit di un arresto cardiaco.

La macchina da presa trema, poi si solleva inesorabilmente.

Mentre lei corre via, Carlo scivola verso terra, fra i ridicoli resti delle sue rose, morendo sovrastato dall’eco lontana di quell’odore acidulo, e dal caldo, e dalla stupidità con cui si è fatto abbindolare da quella piccola Cappuccetto Rosso, che ormai, rinselvata nella foresta, come fosse una lucida narcolessia multicolore, smaterializza l’immoralità della sua icona in un elisir di giovinezza lanciato per la via.

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