Paradossalmente, nell’occhiuta società 2.0 dei social network e della privacy zero, non c’è niente di più vistoso dell’invisibilità. Lo dimostrano alcuni recenti casi di cronaca, nera o mondana, politica, cinematografica, teatrale e letteraria (e non ci riferiamo solo a Elena Ferrante...) - L'approfondimento

Paradossalmente, nell’occhiuta società 2.0 dei due social network e della privacy zero, non c’è niente di più vistoso dell’invisibilità, e la sparizione, oltre che un’arte, è spesso una forma di potere, come dimostrano alcuni recenti casi di cronaca, nera o mondana, politica o letteraria: dagli incappucciati black bloc a Elena Ferrante, dagli anarchici di Tarnac, redivivi grazie a uno spettacolo teatrale di Thomas Ostermeier, al Ragazzo invisibile del film di Gabriele Salvatores.


“Il ragazzo invisibile” di Gabriele Salvatores  e il romanzo omonimo scritto dai tre sceneggiatori del film

Tocca ancora una volta al filosofo, e al filosofo d’Oltralpe, mettere in guardia contro i rischi della modernità, più che liquida, spiona: «Amare la discrezione vuol dire già resistere all’ordine totalitario. Forse è persino l’esperienza inaugurale di ogni resistenza al totalitarismo», così dice Pierre Zaoui nell’Arte di scomparire. Vivere con discrezione, da poco edita dal Saggiatore. Il saggio avvia una indispensabile riflessione sull’invisibilità, che è forse oggi l’unica arma contro il potere sicofante e ficcanaso, quel Grande Fratello globale cui ci si espone volontariamente, come narcisi (selfismo, esibizionismo, private chiacchiere al cellulare spiattellate ad alta voce e in luogo pubblico…), o da cui si è inconsapevolmente controllati e violati (dal bancomat al telefono, dalla tracciabilità dei gps alla navigazione online…).

La sparizione, insomma, parrebbe essere l’ultima vera rivoluzione possibile, come insegna quel tale, che, ben prima di Sorvegliare e punire, ha accecato il gigante, non potendolo uccidere, si è reso invisibile e si è finto Nessuno. Ma anche la tradizione popolare – si veda, ad esempio, la Donna invisibile, la supereroina più potente tra i Fantastici Quattro – offre paradigmi seducenti, seducenti e utili senz’altro alle più modeste eroine della narrativa nostrana, come la “perduta”/non pervenuta Ferrante, che per poco non ha espugnato il Premio Strega. Non a caso il compianto Sebastiano Vassalli si augurava che vincesse, «come al solito, un peggiore: un essere umano. («Nessuno», diceva Mark Twain, «può essere qualcosa di peggio»)… La Ferrante ha ottenuto successo negli Stati Uniti. E come mai? Beh!, negli States credevano che dietro alla Ferrante si celasse la sua traduttrice, Ann Goldstein, la potente Goldstein!».

Intanto, oltreoceano, cresce la #FerranteFever per l’uscita del quarto capitolo de L’amica geniale: Storia della bambina perduta (subito entrato in classifica, ndr). Non c’è da meravigliarsi: dopotutto, sempre sul fronte letterario, la sparizione ha fatto la fortuna di molti, come J. D. Salinger, così come il gioco degli pseudonimi è giovato a Fernando Pessoa e a Romain Gary, il quale ha addirittura vinto due Premi Goncourt, benché sia vietato da regolamento: la seconda volta, infatti, si candidò alla competizione con un nome fittizio.

Per citare altri esempi recenti, non solo nelle Belle Lettere ma pure nello Spettacolo, c’è la pellicola di Salvatores del dicembre scorso, Il ragazzo invisibile, di cui si sta lavorando a un sequel e in cui, appunto, l’invisibilità è lo straordinario potere del timido adolescente contro i bulli grandi e piccoli. Sul palco è stato Ostermeier a rispolverare la nebulosa vicenda del Comité invisible, un gruppo di anarchici francesi che nel 2007 sfornò il pamphlet L’Insurrection qui vient, ora inserito dal regista nella personalissima rilettura del Nemico del popolo di Ibsen, appena rappresentato al Napoli Teatro Festival. In barba alla generazione dell’«immaginazione al potere», questi “antagonisti” si richiamano alla rivista Tiqqun, che a sua volta si definiva come «Organo cosciente del partito immaginario»: qui «immaginario» sta per invisibile, opaco allo sguardo altrui, «senza qualità» di musiliana memoria, cioè infinitamente possibile e proteiforme. Laddove l’immaginazione si contrapponeva al logos del potere, ora l’immaginario si oppone all’occhio del potere: da un lato, il potere è ragione, ordine, sistema – e un ordigno lo farà saltare –; dall’altro, è sguardo, vista, panopticon – così solo “occhiali a specchio”, opacità e oscurità lo renderanno cieco e innocuo.

Sull’inefficacia della rivoluzione “giacobina”, dello sciopero, della protesta anche armata ha già detto tutto Jean Baudrillard, e il fallimento delle varie contestazioni sindacali, rivendicazioni dei precari, manifestazioni colorate ha fatto il resto: perché dunque non dar credito a questa nuova forma di “resistenza” invisibile e silente? Se per il brechtiano Ostermeier essa è espressione di «una generazione che ha il cuore a sinistra e il portafogli a destra, che vuole cambiare il mondo senza sporcarsi le mani e senza confrontarsi con il potere», per Zaoui questa non è solo una «passione politica fondamentalmente ambigua: mezza reazionaria, mezza progressista; mezza rivoluzionaria, mezza dandy (tra Blanqui e i legittimisti); mezza anticapitalista, mezza ultracapitalista»: «La discrezione è un’arte recente, più precisamente un’arte micropolitica». Ecco perché «il fascino di molte manifestazioni sta, per l’appunto, non nel mostrare o dimostrare qualcosa, ma nel godere di un’anonimizzazione collettiva che, lungi dal cancellarla, sottolinea la singolarità di ciascuno».

Al netto delle rivendicazioni, altrettanto invisibili e radicali, di ultrà e terroristi (scriveva Don De Lillo: «Sono in grado di identificare la foto di uno scarabeo scattata da cento chilometri d’altezza. Noi però ci incontriamo faccia a faccia. Arriva un uomo da Kandahar, un altro da Riyadh. Ci incontriamo direttamente, nell’appartamento o alla moschea. Lo stato ha la fibra ottica, ma contro di noi il potere non può nulla. Più hanno potere, più sono indifesi. Ci incontriamo con gli occhi, con le parole e gli sguardi»), l’Internazionale nera delle “Cellule di fuoco” ha promulgato nel 2013 un opuscolo sinistro sulla Nuova guerriglia urbana anarchica, che per certi versi ha ispirato anche gli ultimi, barbari scontri “No Expo” a Milano e altri scempi in giro per il mondo; qui vi si legge: «Ora sappiamo che il nostro grido si fa più forte quando parte da un viso coperto da un cappuccio… Ora che l’estetica alternativa e la sottocultura regnano negli schermi della Tv, è meglio che ci muoviamo “nell’invisibilità” e che la nostra estetica si esprima in banche distrutte e commissariati incendiati. La prima possibilità è il “passaggio consapevole” alla clandestinità. Vale a dire, sparire da tutti i vincoli familiari e di amicizia del passato attraverso i quali la polizia potrebbe trovare le nostre tracce… Dobbiamo evitare in tutti i modi che si parli di noi, perché questo ci metterebbe in grande pericolo… È la scelta che fa una persona “sparendo” da tutti i registri legali dello Stato per “apparire”, attraverso le sue azioni e le sue parole, nel proscenio della storia come guerriglieri urbani… In generale manteniamo un profilo basso e cerchiamo di passare inosservati… Per questo, mentre la gentaglia riunita dà il buongiorno alla luce del sole, noi scegliamo le ombre della luna per escogitare i nostri piani. Così, appena l’oscurità della notte ci dà il benvenuto, diventiamo la bottiglia di nitroglicerina che vacilla sulla testa di uno spillo».

Purtroppo, però, gli unici invisibili oggi, in Italia e in molti altri paesi occidentali, sono i Neet, i «Not (engaged) in Education, Employment or Training», ovvero i giovani e giovanissimi che non lavorano né studiano né sono in apprendistato: sono loro i veri sconosciuti che ora, nel Belpaese, ad esempio, superano il 26% della popolazione under 30. Cosa dovranno mai fare, questi invisibili, per smettere di passare inosservato?

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