Intervista a Laura Pugno autrice di La caccia ISBN:9788862203463

Un cadavere misterioso, una città buia circondata da boschi selvaggi e sovrastata da un monte arcaico. In questo spazio futuribile e fosco si aggirano i personaggi di La caccia, un romanzo breve sospeso fra Cultura e Natura, milizia che tutto controlla e squarci di altrove, ricerche poliziesche e tragitti esistenziali. Con visionaria intensità, Laura Pugno costruisce un racconto asciutto ed evocativo sul nostro presente/futuro, abitato da personaggi intensi, istinti primari, presenze minacciose e percorsi di libertà. Distopia? Fantasy? Poesia che diventa prosa? Racconto del mistero? Difficile classificare una voce unica e una storia originale e insieme dai tratti archetipici.0 Abbiamo incontrato l’autrice che ci ha raccontato qualche dettaglio sul suo percorso di narratrice.

D. La caccia: un titolo essenziale, che però rimanda a una stratificazione di senso. Ce ne racconta il significato?

R. Un inseguimento tra predatore e preda, in cui i termini si ribaltano continuamente: è quello che avviene in La caccia, dove entrano in contatto due mondi, quello abitato dagli uomini e quello ancora selvaggio della natura che circonda l’immaginaria città di Leilja. Ed è un contatto che provoca ferite, anche fisiche, anche senza uso della violenza. C’è un elemento fatato, fiabesco che entra in gioco nel romanzo e che rimanda a una tradizione antica, di morgane e melusine, come nel bel saggio di Harf Lancner Laurence, e a un reciproco divieto tra due universi, umano e non umano. La caccia è il tentativo di attraversare questo confine.

D. La telepatia, che lega i due fratelli protagonisti del suo romanzo, è vietata nell’universo controllato dalla milizia che immagina. Come mai?

R. Possiamo pensare alla telepatia come alla forma estrema di intimità. È una metafora perfetta della relazione familiare, della relazione d’amore, se vogliamo. Riuscire a entrare, anche se solo per brevi momenti, e non sempre in modo del tutto controllato, nella mente dell’altro. Per questo nel romanzo è proibita, per questo è considerata sovversiva, perché abbatte ogni barriera.

D. Ultimamente la critica ama molto il termine “distopia” per indicare un ribaltamento dell’ideale utopico in un futuro fosco, post-apocalittico, spesso totalitario. Ascriverebbe il suo libro a questo filone?

R. Nei miei libri, è vero, le atmosfere apocalittiche ricorrono spesso. La misteriosa e mortale malattia della pelle che devasta l’umanità in Sirene, il mio romanzo d’esordio, il delta del grande fiume incendiato dai detriti chimici tossici in Quando verrai. In questo senso La caccia non fa eccezione. Però non considero La caccia un libro distopico, perché nella distopia di solito la speranza è annientata. Mentre nella mia scrittura credo sia sempre presente una nota di libertà, che prevale alla fine anche ne La caccia.

D. Lei descrive un universo grigio e cupo di un futuro eventuale e al contempo la forza quasi ancestrale dei rapporti fra consanguinei, il tutto pervaso da una certa tonalità biblico-mitica della narrazione…

R. In effetti non siamo più tanto liberi di immaginare un futuro come migliore del presente, e questo genere di consapevolezza comincia a essere ricorrente anche negli scrittori italiani. Penso a libri come L’uomo verticale, di Davide Longo, o Nina dei lupi di Alessandro Bertante. Scrittori diversissimi tra loro, e anche diversissimi da me – non ci siamo nemmeno mai incontrati – però c’è qualcosa che ritorna, in questi libri e altri.

D. Uno stile asciutto e preciso, il suo. In che misura l’esperienza poetica influenza la sua scrittura?

R. Per me la poesia è (anche) il laboratorio della prosa, il luogo dove si formano prima le immagini. C’è una volpe che ricorre da molto tempo nei miei versi, come ne La mente paesaggio: “La mente igloo,/cava al centro,/nel ghiaccio/dentro, le ultime cose/che si muovevano/ora sono quiete – //volpe argentata,/corpo che si va tramutando in volpe argentata”. Qui la volpe è, come un po’ nel mio romanzo, il termine ultimo di una trasformazione. Un elemento metamorfico. Possiamo dire che la prosa è la fisica classica, la poesia è la meccanica quantistica che la sottende, e che va oltre quello che ci sembra possibile: ci insegna ad accettare l’impossibile.

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