Viaggio, memoria, lontanza: quali libri accomunano i finalisti del Premio Bottari Lattes Grinzane? Ne parla su ilLibraio.it la scrittrice Laura Pariani

Gianfranco Calligarich, Laurent Mauvignier, Olivier Rolin e Juan Gabriel Vásquez sono i cinque finalisti del Premio Bottari Lattes Grinzane, giunto alla settimana edizione per la sezione Il Germoglio, dedicata ai migliori titoli di narrativa italiana e straniera pubblicati nel 2016.

La parola sui romanzi finalisti del Premio Bottari Lattes Grinzane spetterà ai giovani: fino a settembre i cinque libri saranno letti e discussi dai 384 studenti delle 24 Giurie Scolastiche: una a Bruxelles, presso l’Ecole Européenne Bruxelles, e ventitré in Italia. Le giurie italiane sono state scelte in modo da coprire tutto il territorio della Penisola, almeno una per ogni regione. Sabato 14 ottobre, presso il Castello di Grinzane Cavour, i ragazzi esprimeranno in diretta il loro voto per proclamare il vincitore nel corso della cerimonia di premiazione in cui saranno presenti tutti i finalisti. Gli scrittori in gara terranno inoltre un incontro con gli studenti delle scuole del territorio cuneese.  I cinque finalisti riceveranno un premio in denaro di 2.500 euro ciascuno. Al vincitore andrà un ulteriore premio di 2.500 euro.
Il Premio Bottari Lattes Grinzane prevede anche la sezione denominata La Quercia, dedicata a Mario Lattes (pittore, scrittore ed editore, scomparso nel 2001): segnala un autore internazionale che, nel corso del tempo, si sia dimostrato meritevole di un condiviso apprezzamento di critica e di pubblico. Il vincitore sarà scelto a insindacabile giudizio della Giuria Tecnica. Venerdì 13 ottobre, giorno precedente la cerimonia di premiazione, l’autore terrà una lectio magistralis. Su ilLibraio.it, la scrittrice Laura Pariani, che fa parte della giuria, racconta i temi che accomunano i libri finalisti.

fondazione bottari lattes

di Laura Pariani

In una pagina del suo diario delle Cévennes, Robert Stevenson parla del viaggiare come dell’esperienza fondamentale della vita: “L’essenziale è muoversi; provare più da vicino le necessità e le difficoltà della vita; scendere da questo letto di piume della civiltà e sentire sotto i piedi il granito della terra disseminato di pietre taglienti”. Non a caso dunque il principale fil rouge che percorre i libri finalisti del Premio Bottari-Lattes 2017 è proprio il viaggio, declinato sia nella forma di forza del paesaggio – un “fuori” che “ci oppone resistenza”, come scriveva Antoine de Saint-Exupéry all’inizio di Terra degli uomini – sia in quella di lontananza e distacco dal luogo d’origine, che alla fine produce l’accettazione del tempo e dei frutti che esso a volte dolorosamente porta. E siccome i luoghi – come ben sanno gli innamorati – sono attivatori di ricordi, ecco  il secondo fil rouge: la memoria individuale e collettiva.

Nel romanzo La malinconia dei Crusich (Bompiani) di Gianfranco Calligarich la memoria è una rete a strascico carica di pesanti segreti che inseguono i personaggi da un decennio all’altro del Novecento, lasciando allo scrittore l’impressione che la vita umana non duri “che il tempo di un arcobaleno”. La storia della famiglia Crusich è un grande viaggio che si configura come fuga da un’ombra che viene da lontano: forse dall’est delle grandi “pianure percorse da pastori erranti” guardiani della luna; o forse nella stessa misura “dai lampadari scintillanti accesi nei saloni dei morenti valzer di Vienna”. Viaggio che, in un’alternarsi di partenze liberatorie e nostalgie rivelatrici, è nel contempo ricerca di un altrove migliore, che via via si incarna in luoghi come Corfù, Massaua, Milano, Roma, Bogotá: paesaggi del mondo che per i personaggi di questa saga familiare esprimono le tensioni, i disagi, il dinamismo e la continuità. Fino al lago Maggiore delle pagine finali, dove un falco pellegrino si stacca dalla mano del veterinario e se ne vola via nel cielo vuoto dell’alba: con un’immagine di lontananza che sempra dirci che l’età adulta dovrebbe essere questo: accettare come commozione e ricchezza che il passato rimanga dietro le nostre spalle.

Fin dal titolo, l’esperienza del viaggio è centrale in Intorno al mondo (Feltrinelli) di Laurent Mauvignier: 14 storie di personaggi lontani da casa: il giovane messicano che in Giappone cerca di conquistare una ragazza appena conosciuta; gli australiani snob nel safari in Tasmania; i due inglesi incantati davanti al Mosé di Michelangelo; l’autostoppista in fuga dalla famiglia; il vincitore di una crociera premio; i due amici italiani che progettano una gita a un casinò sloveno; il filippino che lavora a Dubai all’ombra della ricchezza… Anche il lettore viene traghettato da un luogo all’altro attraverso una fotografia che inquadra un dettaglio del nuovo ambiente. Ma ogni volta la forza del paesaggio naturale scombina le aspettative e i programmi dei personaggi, ponendoli di fronte in modo scoperto all’impossibile reciproca indifferenza tra loro e la natura: lo tsunami cancella la ricerca d’amore e la giungla thailandese manda in pezzi l’equilibrio di una giovane donna che sente piangere dentro di sé un bambino mai nato. Pure l’ambiente costruito dagli uomini lascia il segno: nella sciattezza di un appartamento della Florida si possono provare brividi di orrore, così come nel chiuso claustrofobico di una cabina d’aereo un viaggio di nozze può trasformarsi in un incubo di gelosia. La lontanza dal trantràn di casa è infatti immancabilmente un momento di riflessione sulla propria vita, cioè una resa dei conti con la propria memoria: così succede, per esempio, alla la ragazza cilena che in Israele ricerca faticosamente la verità sul conto del nonno; e alla giovane Yuko che tace del proprio passato, “come se non l’avesse, come se avesse solo quel presente luminoso, e il resto fosse relegato nell’ombra, nell’angolo di una stanza segreta”, ma nell’atto dell’amore è costretta a mostrare il suo corpo segnato dalle cicatrici di molte frustate.

Si chiama deportazione il viaggio narrato ne Il meteorologo (Bompiani) di Olivier Rolin. È infatti la storia di uno scienziato russo, accusato di tradimento all’epoca delle purghe staliniane, deportato in una fortezza sulle isole Solovki e infine giustiziato senza processo. Il romanzo procede su un doppio binario: quello della vicenda umana dello sfortunato meteorologo – con i suoi entusiasmi rivoluzionari che cedono poco a poco il passo allo stupore annichilito, alla paura, all’indignazione, fino all’atroce lucidità in extremis – e quello del VIAGGIO che lo scrittore stesso compie sui luoghi che hanno visto lo svolgersi della storia: dalla cupezza della Lubjanka alla vertigine dello spazio artico. Qui la terrificante forza del paesaggio diventa il vero protagonista del romanzo e ogni lettore sente dentro di sé riecheggiare le parole di Anton Čechov: “La misura umana ordinaria non si applica alla taiga. Solo gli uccelli migratori sanno dove finisce”; sensazione a cui noi abitanti della piccola penisola europea siamo poco avvezzi.

La memoria del protagonista – con le cartoline e gli indovinelli inviati alla figlia, nel tentativo di colmare l’atroce senso di lontanza – si intreccia a quella di un’intera generazione che sognò una società senza classi e vide le proprie speranze infrante dalla dittatura; e nel contempo si lega alla memoria dello scrittore che nel finale del libro rivela le ossessioni che l’hanno portato a occuparsi di questa vicenda.

La forma delle rovine (Feltrinelli) di Juan Gabriel Vásquez – scrittore colombiano affascinato dalla scrittura “di  movimento” di Joseph Conrad – è un ambizioso viaggio di ricerca, tra Europa e Sudamerica, all’inseguimento di testimoni, diari e documenti, che svelino i misteri nascosti dietro l’uccisione di due famosi uomini politici colombiani. Il paesaggio urbano di una Bogotá “furiosa” – con le strade in cui avvennero i crimini, ripercorse più volte un metro dopo l’altro – acuisce la sensazione di estraneità che soffre lo scrittore tornato in patria dopo aver vissuto un lungo periodo all’estero; e viceversa, durante i soggiorni europei, la lontananza da Bogotá fa da lente di ingrandimento nei confronti della violenza che percorre la storia colombiana.  La memoria nazionale – con echi del Giulio Cesare di Shakespeare e di Cent’anni di solitudine di García Márquez – vive nelle pagine di Vásquez apparentandosi a quella familiare (di uno zio governatore provinciale all’epoca dei disordini seguiti ai delitti) e individuale, per il tempo che lo scrittore confessa di aver passato “a pensare a questi morti, a vivere con loro, a parlare con loro, ad ascoltare i loro dolori per addolorarmi”. Tra tutti i cinque libri finalisti La forma delle rovine è senz’ombra di dubbio quello più legato alla MEMORIA storica (dai crimini del 1914 all’uccisione di John F. Kennedy, dalle bombe dei narcos alla caduta delle Torri Gemelle) ma allo stesso modo il più libero, per la felice intromissione dello scrittore nei territori dell’immaginazione vietati al giornalista e allo storico.

 

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