"Privati del patrimonio", il nuovo saggio di Tomaso Montanari, è destinato a far discutere. Ecco la tesi di questo pamphlet in difesa del pubblico

Sono vent’anni che, in Italia, la politica del patrimonio culturale si avvita sulla diatriba pubblico-privato: brillantemente risolta socializzando le perdite (rappresentate da un patrimonio in rovina materiale e morale) e privatizzando gli utili, in un contesto in cui le fondazioni e i concessionari hanno finito per sostituire gli amministratori eletti, drenando denaro pubblico per costruire clientele e consenso privati.

Ma cosa ha significato, in concreto, la «valorizzazione» (o meglio la privatizzazione) del patrimonio? Quali sono la storia e i numeri di questa economia parassitaria, che non crea lavoro dignitoso e cresce intrecciata ai poteri locali e all’accademia piú disponibile? Ed è vero che questa è la strada seguita nei grandi paesi occidentali?

Tomaso Montanari, classe ’71, insegna Storia dell’arte moderna all’Università «Federico II» di Napoli. E ora torna in libreria per Einaudi con un saggio destinato a far discutere, Privati del patrimonio, che risponde a queste e altre domande spiegando perché non ci conviene distruggere il governo pubblico dei beni culturali basato sul sistema delle soprintendenze: un modello che va invece rafforzato e messo in condizione di funzionare, perché è l’unico che consente al patrimonio di svolgere la sua funzione costituzionale. Che è quella di renderci piú umani, piú liberi, piú uguali.

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