La conduttrice di "Otto e mezzo" torna a raccontare la vita di Hella, la sua prozia, per seguirla attraverso gli anni cruciali della Seconda guerra mondiale... - Leggi un capitolo

Mi chiamo Hella, Hella Rizzolli, e la mia voce viene dal passato…”. Quel passato è il 1941, in un’Europa in cui il nazismo dilaga vittorioso assoggettando un Paese dopo l’altro. Hella crede ancora nel Führer, ma lui le sta strappando ciò che ha di più prezioso: Wastl, il suo fidanzato, che parte per il fronte dopo un’ultima settimana d’amore a Berlino.

Sul treno che riporta Hella a casa c’è anche un giovane falsario, Karl, che in fuga da una Germania ormai troppo pericolosa per i nemici del regime ha deciso di rifugiarsi in Sudtirolo. Ma nemmeno quella terra chiusa tra le montagne è al sicuro dalle tempeste della storia: nei quattro anni successivi, che devasteranno il mondo, l’orrore del nazismo e la realtà della guerra arrivano anche qui, culminando nell’occupazione da parte dei tedeschi nel 1943. Hella e la sua famiglia sono costretti ad abbandonare le loro illusioni, e Karl a confrontarsi con il Male.

In “Tempesta” (Rizzoli),  nuovo episodio della storia della sua Heimat e della sua famiglia, la giornalista e conduttrice Lilli Gruber riprende le fila della vita di Hella, la sua prozia, per seguirla attraverso gli anni cruciali della Seconda guerra mondiale…

Per gentile concessione dell’editore, proponiamo un estratto

La memoria silenziosa

Bolzano, estate 2014

Appena fuori dal paesino di Tramin c’è una chiesetta. Ho lasciato la macchina nel parcheggio deserto. Le ombre lunghe di due cipressi si intrecciano a quella del campanile, che veglia su un piccolo cimitero. Il pomeriggio di luglio sta finendo dolcemente, in un silenzio perfetto.

Muovo pochi passi e mi chino su una lapide. Leggo: Vincenzo Bologna, nato il 24 giugno 1919, morto il 7 ottobre 1942, in un villaggio russo, Malyševa. Nella foto indossa l’uniforme della Wehrmacht. Sulla tomba vicina è incisa la breve storia dei due fratelli Josef e Johann Fischer. Anche loro combattevano nell’esercito del Terzo Reich di Adolf Hitler. Il primo è morto a vent’anni, il 25 aprile 1944. Il secondo ne aveva venticinque quando è stato ucciso, tre mesi dopo. Dove? La pietra non lo dice.

Poco più in là c’è la sepoltura di famiglia dei Mitterer. Un figlio, Ludwig, caduto sul fronte orientale il 16 maggio 1942. Un secondo in Belgio il 3 gennaio 1945. E il terzo in Ungheria, il 17 marzo 1945. Date che ricostruiscono un brandello di passato: dal momento dei massimi trionfi di Hitler in Russia fino all’agonia del suo regime.

La Seconda guerra mondiale ha fatto sessanta milioni di morti, quasi quaranta in Europa: la mia Heimat chiusa tra le montagne è solo una piccola parte di un’immensa catastrofe. Eppure sono decine, in questo cimitero, i giovani visi che mi guardano seri al di sopra del colletto rigido di un’uniforme. Percorro lentamente i vialetti ordinati come in una strana via crucis. Si alza la brezza della sera e porta con sé voci e respiri. È con loro che avevo appuntamento. Con questi morti non miei. Ma nostri.

I cimiteri silenziosi della mia terra testimoniano singole tragedie, singole lacerazioni, singoli destini,

travolti dalla tempesta che ha devastato un continente. Se ne stanno discreti al riparo dei muri, dei

porticati e dei cancelli di ferro. Altrove, immense necropoli rendono omaggio ai martiri del conflitto più mortale della Storia. E alle vittime del progetto nazista di eliminare popoli interi, di asservirne altri, per un’Europa «razzialmente pura». Altrove, ma non in Sudtirolo. Qui ogni tomba di famiglia è un dolore a sé.

Cos’è che rende il lutto dei sudtirolesi così discreto, quasi reticente? È il pudore? O la vergogna di quella parte della popolazione che ha fatto la scelta sbagliata? Si schierarono sotto il vessillo tedesco quando la croce uncinata aveva già rimpiazzato l’aquila imperiale. Difficile non sentirsi allo stesso tempo colpevoli e ingannati. Oggi sono venuta qui, tra questi giovani visi perduti, per interpellarli.

Un’altra tomba, un altro nome: Lino Calliari. La sua breve vita si spegne nella steppa sovietica nel gennaio 1943, a un passo dalla resa tedesca a Stalingrado. È nato il 19 settembre 1919, pochi giorni dopo la firma del Trattato di Saint-Germain-en-Laye. Un accordo tra i vincitori della Prima guerra mondiale, che portò allo smantellamento dell’Impero austroungarico. E alla creazione di una frontiera al Brennero: il Sudtirolo e i suoi oltre 250.000 abitanti di lingua tedesca passarono di colpo all’Italia. Da quel trauma molti non si sarebbero mai più ripresi. Tra loro la mia bisnonna Rosa, la mia prozia Hella e un uomo che conosco solo da una foto in uniforme: Sebastian Tschigg. Hella lo chiamava Wastl. L’uomo che amava…

(continua in libreria…)

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