La maggior parte dei protagonisti dei romanzi di formazione sono personaggi maschili, (basti pensare a "Il giovane Holden" o a "Oliver Twist"), ma non mancano alcune straordinarie eroine che sono state e continuano a essere di ispirazione a tante donne giovani e meno giovani: dalla Jo di "Piccole donne", alla Scout de "Il Buio oltre la siepe", passando per Lenù e Lila, le amiche protagoniste dei romanzi di Elena Ferrante - Su ilLibraio.it la riflessione di Valentina Orengo, in libreria con "Più in alto del giorno", il suo esordio narrativo

Chi di noi non ha, tra i propri libri di riferimento, almeno un titolo attribuibile al genere del romanzo di formazione? Romanzo di formazione suona pomposo e un po’ tecnico, eppure alcuni dei titoli che ci hanno aiutato a crescere e ci hanno fatto incontrare giovani personaggi che sono diventati ispiratori di tante avventure quando eravamo ragazzini e che abbiamo adorato da adulti, appartengono a questo tipo di narrazione.

Cosa c’è di più affascinante dell’osservare quell’età di passaggio in cui, nel giro di poco tempo, si diventa adulti e tutto accade per la prima volta? I turbamenti e l’adrenalina che accompagnano la consapevolezza, i primi dolori forti ma anche i primi amori, il mondo dei grandi che all’improvviso, da una distanza nuova, appare inaspettatamente fragile e fallibile.

Anche se è vero che, da Oliver Twist di Dickens a Il giovane Holden di Salinger, la maggior parte dei protagonisti di questo genere di racconto sono personaggi maschili, non mancano alcune straordinarie eroine che sono state e continuano a essere di ispirazione a tante donne giovani e meno giovani.

Quando ero bambina per esempio ero pazza di Jo di Piccole donne, il romanzo della Alcott. Facevo la terza elementare e sono rimasta sveglia molte notti leggendo di nascosto con una pila elettrica per non svegliare mia sorella. Avrei voluto essere proprio come Jo, già ragazza, ribelle, appassionata e un po’ maschiaccio perché allora le sdolcinatezze e le romanticherie mi facevano orrore così come mi annoiavano a morte le mie amiche che adoravano mettere in ordine i vestiti delle bambole. Jo è stata la mia prima eroina e quel libro, che all’inizio nemmeno volevo leggere perché il titolo mi sembrava troppo da “femmine”, mi ha aiutato a non sentirmi strana o colpevole perché odiavo le mie trecce.

Il mio romanzo di formazione per eccellenza però, quello che ho più amato, è Il Buio oltre la siepe di Arper Lee. L’ho riletto spesso e ogni volta vi scopro un diverso piano di lettura. Da ragazzina mi sono innamorata dell’ambientazione, sognavo di essere libera, come Scout e Jem, di scorrazzare per le campagne e i boschi dell’Alabama, in cerca di avventure e schivando chissà quali pericoli. Da ragazza ne ho colto meglio il suo nucleo più vero e denso: il razzismo, la paura del diverso, le profonde ingiustizie e i crimini che si commettono in nome di orribili pregiudizi e la capacità delle persone di distorcere la verità pur di sentirsi in possesso di un privilegio. Da adulta ho ammirato la saggezza del padre, Atticus, il suo modo di essere severo, ma nello stesso tempo indulgente nei confronti di certe intemperanze infantili. Coraggioso e “verticale” nel suo tentativo di fare la cosa giusta anche quando comporta dei rischi. Paziente e saggio quando cerca di spiegare ai suoi figli l’orrore che li circonda. Il buio oltre la siepe è un romanzo necessario. Il fatto che la voce narrante sia quella di Scout, che è ancora una bambina, dà al racconto una purezza talmente sincera che sembra rendere in trasparenza le vicende più torbide del racconto, facendo apparire chiaro e lampante il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato senza mai inciampare in moralismi superflui.

Poi, molto più di recente, è arrivata L’amica geniale. Il primo romanzo della quadrilogia della Ferrante racconta un aspetto fondamentale della vita di noi bambine, ragazze e poi adulte, perché le amicizie femminili hanno percorsi tortuosi e quasi misteriosi. Sono sempre un dono prezioso, irrinunciabile, ma spesso si annodano, si inquinano, apparentemente in modo inspiegabile. Le vicende di Lenù e Lila raccontano la necessità di ogni donna di potersi specchiare in un’altra donna per scoprire sé stesse, disegnare i propri contorni e, quindi, crescere: i vuoti e i pieni, i punti deboli e i punti di forza, li vediamo riflessi nella personalità della nostra amica del cuore, quella che ammiriamo di più. Ogni tanto succede che lo specchio ci rimandi un’immagine che non ci piace e allora scappiamo, l’amicizia si trasforma in rivalità, spesso si interrompe e rimane in attesa, appesa ai fili sottili che tessiamo con le nostre scelte. Altre volte invece si spezza portandosi via un pezzetto di noi. Quello che continueremo a cercare per sempre.

L’AUTRICE – Valentina Orengo, in libreria per Garzanti con Più in alto del giorno, suo esordio narrativo, nasce a Torino ma ha vissuto in molti altri posti: in Liguria, nelle Langhe, in Inghilterra, a Milano, a Firenze e a Roma dove, per ora, si è fermata. Come autrice di programmi televisivi ha lavorato per diverse reti: Videomusic, Mediaset, Rai e MTV. Attualmente lavora a La7. Ha un marito e un figlio di quindici anni. Quando non lavora viaggia. Quando non lavora e non può viaggiare suona l’ukulele.

Il suo primo romanzo accompagna il lettore in un luogo dove il tempo pare essersi fermato, in un momento della vita di tutti noi in cui si è bambini agli occhi degli altri, ma non ai propri. Un libro in cui un’amicizia speciale ha il sapore della libertà e delle sue infinite possibilità.

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