Intervista a Corrado Stajano autore di Maestri e infedeli. Ritratti del Novecento ISBN:9788811680826

Molti e indimenticabili i libri di successo di Corrado Stajano, da Il sovversivo (1975) a Un eroe borghese (1991), da Promemoria (Premio Viareggio 1997) ad Ameni inganni (con Gherardo Colombo, 2000), fino ai I cavalli di Caligola (2005), Nelle sue opere, alla profondità e all’ampiezza della documentazione si accompagna un’alta qualità di scrittura, al lavoro di inchiesta una forte tensione civile e morale. Nel nuovo Maestri e infedeli Stajano offre una serie di straordinari ritratti di protagonisti della vita civile e culturale dell’Italia del Novecento. Sono personalità che lui stesso ha incontrato e intervistato nel corso di una lunga carriera di giornalista, dal 1968 a oggi. Il volume è arricchito dalle fotografie di Paola Agosti e Giovanna Borgese: una serie di ritratti emozionanti di molti maestri del nostro tempo. Ne abbiamo parlato con lui.

D. Quella degli scrittori è forse la categoria più rappresentata nel libro, accanto a uomini politici, registi, musicisti: si va da Gadda a Magris, passando per Bassani, Bertolucci, Bilenchi, Primo Levi, Anna Maria Ortese, Sciascia, Soldati, Tobino, Volponi, Zanzotto. La letteratura ha dunque un ruolo così importante nel costruire la coscienza civile di un paese? E oggi può svolgere ancora questo ruolo, come cinquant’anni fa?

R. A onor del vero, i più rappresentati in Maestri e infedeli non sono gli scrittori, anche se sono ben presenti. Sì, anche la letteratura può avere un ruolo nella formazione della coscienza civile di un Paese. Penso soprattutto a Primo Levi, a Paolo Volponi, a Claudio Magris, non freddi letterati, ma partecipi della storia di una società. Oggi? Non so chi ha la forza, la volontà, la passione per svolgere quel ruolo. Quegli scrittori che ho intervistato sono inseriti nel tempo in cui hanno vissuto. Loro e le loro storie. Penso a Bassani, a Sciascia, a Tobino, a Bilenchi. Molti di quegli scrittori, tra l’altro, non erano letterati puri: mi vengono in mente Tobino (psichiatra), Volponi (dirigente industriale), Bertolucci e Zanzotto (professori), Primo Levi (chimico). Non erano chiusi e distanti. Le loro esperienze arricchivano la loro scrittura.

D. Il titolo è curioso: lei parla di Maestri e infedeli. Ma infedeli rispetto a quale fede?

R. Infedeli nel senso di anomali, non allineati, non conformisti, spesso ribelli, eretici. Nel tempo del fascismo e dopo nel tempo di una democrazia incompiuta.

D. E in che cosa possono esserci “maestri” oggi questi scrittori? Ciascuno di loro ha una lezione particolare da insegnarci o esiste un tratto comune?

R. La loro è una lezione civile. In questo hanno saputo essere maestri. Spesso inascoltati. La lezione, per alcuni, è dentro la loro vita. Penso a Primo Levi e a quanto della sua vita ha saputo raccontare in libri indimenticabili.

D. Maestri e infedeli è anche una utilissima lezione di giornalismo. Come preparava le sue interviste? Aveva un elenco di domande prefissate? E quanto spazio lasciava all’improvvisazione?

R. Ha scritto o detto Alberto Savinio che un’intervista è un articolo rubato. Non credo proprio. Fare un’intervista è faticoso. Richiede o dovrebbe richiedere la conoscenza non superficiale del personaggio da intervistare. Se si trattava di uno scrittore, leggevo e rileggevo i suoi libri, cercavo di capire i momenti cruciali della sua esistenza. Poi costruivo uno schema, non rigido. Lasciavo spazio a quel che nasceva di domanda in domanda. Pronto a cambiare quello schema. Parlando con scrittori, uomini politici, critici, registi, musicisti, filosofi, giuristi contava soprattutto il rapporto umano tra intervistatore e intervistato. Molti sono diventati amici. La simpatia aiuto molto, l’antipatia non favorisce certo il dialogo.

D. Nella sua prefazione lei scrive che queste sessanta interviste fanno parte di un mondo scomparso, anche perché i giornali e l’informazione culturale e politica sono molto cambiati. Pensa che internet possa in qualche modo ridare spazio a un giornalismo culturale come quello che lei ha praticato in questi decenni?

R. Quel mondo non c’è più. Oggi ai giornali interessano soprattutto le battute, il gossip, lo scandalo, lo spunto capace di creare una polemica anche se di poco conto. Internet, mi sembra, può aiutare molto per conoscere i fatti, per dare informazioni, ma è difficile, anche per la sua freddezza tecnologica, che aiuti a ricreare il genere di giornalismo culturale di una volta.

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