Intervista a Caterina Bonvicini autrice di L'equilibrio degli squali ISBN:9788811686194

Sofia Ballarò, una trentenne di Torino, ha il vizio di innamorarsi sempre di uomini un po’ troppo fragili. Prima un marito con crisi maniacali, poi un depresso cronico, poi un regista confuso che soffre di attacchi di panico. Questo percorso però non è del tutto insensato: a modo suo Sofia sta cercando di affrontare un dolore lontano. La sua discesa negli abissi – parallela a quella del padre, documentarista del mare e appassionato di squali – diventa una discesa nella figura della madre, con cui lei tende gradualmente a identificarsi. Un viaggio nella follia, a tratti ironico e a tratti cupo, sullo sfondo di una Torino bellissima e inquietante, come le creature, marine o terrestri, che Sofia impara a conoscere. Con il suo nuovo romanzo L’equilibrio degli squali Caterina Bonvicini racconta la maturazione di una giovane donna alle prese con la sua solitudine e la solitudine di tutti noi. Ne abbiamo parlato con lei.

D. Il titolo è strano. Che cosa c’entra l’equilibrio con gli squali?

R. Gli squali nuotano dritti. La pinna dorsale non è una minaccia di morte, come nel film di Spielberg, è un privilegio: funziona più o meno come la deriva di una barca a vela, loro non si ribaltano mai. Il titolo comunque è un gioco. Alludo ai difficili equilibri fra persone che non ne hanno tanto.

D. Il padre di Sofia abita mari lontani e nelle sue mail parla sempre e soltanto di pesci. Nuota accanto a squali bianchi senza gabbie e protezioni: è un pazzo totale o l’unico uomo equilibrato del romanzo?

R. Intanto non sono mail, ma filmati subacquei, che lui commenta con una voce fuori campo. La comunicazione di Sofia con il padre è tutta affidata alla tecnologia, con uno scollamento fra distanze siderali e vicinanze sentimentali. Poi, certo, il pazzo più pazzo sembra lui, che accarezza gli squali bianchi sul muso. In realtà è un uomo fortunato, che ha saputo trovare demoni fuori di sé e non dentro di sé. E instaurare un bel rapporto con loro, che non guasta.

D. La figura centrale però è quella della madre, che si rivela lentamente, a mano a mano che Sofia legge le sue lettere.

R. Certo, la madre è il perno del romanzo. All’inizio uno non capisce che cosa cavolo stia facendo Sofia, perché debba per forza complicarsi la vita così. Poi diventa chiaro. Al lettore, almeno. Non a Sofia, che deve ancora andare fino in fondo. Deve riscoprire sulla sua pelle l’amore per la madre, diciamo così.

D. Gli uomini di Sofia sono tre. Sono persone pericolose o semplicemente fragili?

R. I fragili sono sempre pericolosi. Però, fra quei tre, nonostante la comune fragilità, c’è una bella differenza. Nicola, il marito, quello che soffre di depressioni davvero gravi, fino al ricovero per delirio paranoico, si rivela il personaggio più umano di tutti. Arturo, il secondo, che lavora nel campo della finanza, in fondo fa danni in modo passivo, agli altri come a se stesso. Il peggiore è Marcello, il terzo, che non ha particolari problemi: è solo un debole, e gli fa comodo così. La fragilità spesso è utile, molti la cavalcano.

D. Anche senza considerare la dedica alla città, Torino è un vero personaggio. È la protagonista insieme a Sofia?

R. Oh, sì. È la vera protagonista, Torino. Altroché Sofia, Torino la fa impallidire. Io sono di Bologna, sono nata a Firenze per caso, e adesso ho scelto di vivere a Roma. Ma Torino è la città della mia anima. Sono vissuta lì per quattro anni, in una casa che adoravo. In realtà facevo su e giù dal ’99, insomma il mio Piemonte ha una storia lunga. Torino non è soltanto la città della mia formazione, è proprio la città che amo di più. Anche se ho deciso di andarmene. A parte pochi importantissimi amici, Torino non mi ha mai granché filato, non è nemmeno un amore corrisposto. Però non mi importa. Amo Torino perché è l’unica città che capisco, nonostante le sue stranezze. La amo e basta, persino suo malgrado. Se poi Torino un giorno dovesse ricambiare questo sentimento, beh, sarei contenta.

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