"È come se tutto il racconto imbastito fosse prigioniero dei cliché di un autore, di una trappola per topoi, come se Polanski per primo non riuscisse a superare quella pagina bianca evocata sullo schermo..." - La recensione di "Quello che non so di lei"

Tratto dal romanzo di Delphine de Vigan Da una storia vera (Mondadori), sceneggiato a quattro mani con Olivier Assayas, l’ultimo film di Roman Polanski, con la moglie Emnanuelle Seigner per la quinta volta sul set del regista nei panni autobiografici d’invenzione dell’autrice francese, racconta di una scrittrice di successo, della sua impasse creativa, delle minacce e delle invidie di coloro che si sentono vampirizzati dal suo lavoro, e del rapporto morboso e distruttivo che la donna instaura con una lettrice ossessionata dal sua opera. La giovane francesi presenta come una seducente ghost writer e si offre di aiutarla nel momento di crisi, incastrandola tuttavia gradualmente, e non senza la complicità passiva dell’autrice, in un gioco speculare alla Eva contro Eva (Green) (filtrato da Sils Maria) e invischiandola in un legame perverso e avvelenato alla Misery non deve morire (virato alla luce di Luna di fiele).

Per Quello che non so di lei Polanski sceglie ancora una volta il mondo del libro (apre e chiude al Salone del libro parigino, gettando un occhio un po’ caricaturale nel backstage editoriale), come nell’imbarazzante La nona porta e nel più riuscito L’uomo nell’ombra, e torna nelle atmosfere e agli scorci della Parigi di Frantic, che inaugurò il sodalizio con l’attrice e compagna, per rinvenire nella storia di Delphine un perfetto canovaccio da riempire delle sue personalissime ossessioni di tortura e sopravvivenza, creazione e detenzione, sadomasochismo fecondo e potente dimensione claustrofobica: anche questa ennesima fanciulla cresciuta deve guardare in faccia, come in uno specchio che riflette una sé più giovane spietatamente viva  e crudele, lo spettro della morte, il veleno/nutrimento della depressione e della sterilità d’invenzione che ha il volto fantasmatico e seducente di una scrittrice per procura, il travaglio del vuoto di senso e la reclusione della scrittura sintetizzate dall’angoscia pagina bianca, il patto diabolico inevitabilmente siglato per intraprendere ogni strada votata al (e svuotata dal) successo.

Non è difficile, anzi è un po’ troppo scontato, vedere didascalicamente in Delphine molti dei mostri che abitano la casa interiore di questo autore maledetto per eccellenza, ma non basta che il tema conduttore del film sia l’isolamento e la paralisi creativa dell’artista, l’invidia e il ricatto delle attese del pubblico, il percorso di sopravvivenza ciclico e infernale che disegna l’ossessione di un creatore di storie che nutre le proprie visioni degli abissi esistenziali, per giustificare un film che si ha l’impressione vada sempre e comunque dove ci si aspetta, che non dice sostanzialmente nulla di nuovo o meglio di quanto il regista di capolavori come Repulsion e Il pianista non abbia già magistralmente raccontato altrove.

Ecco che l’incontro segreto con l’altro, una controfigura di sé in buona forma, è forse il riflesso di una nostalgia per quello che non si può più essere e la personificazione un’angoscia di ripetizione. Quello che so già di lui, verrebbe da dire. Insomma si ha l’impressione che il ventunesimo film dell’autore ottantaquattrenne sia un esercizio stilistico dignitoso ma mai memorabile. A nulla vale l’alchimia delle due protagoniste, con una Eva Green asciugata e a tratti macchiettistica che intesse una relazione che avrebbe potuto possedere ben altre sfumature con la più solida, eppure prevedibile in ogni sua caduta, Seigner. È come se tutto il racconto imbastito fosse prigioniero dei cliché di un autore, di una trappola per topoi, come se Polanski per primo non riuscisse a superare quella pagina bianca evocata sullo schermo e a compiere quello scarto che in passato è stato capace di imprimere alla sua magmatica e coerente materia immaginaria.

L’AUTORE: qui tutte le recensioni e gli articoli di Matteo Columbo per ilLibraio.it

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