Un libro racconta la storia vera di Rachel Mwanza. Dall'adolescenza difficile (accusata di stregoneria, ha vissuto fino ai quattrodici nelle strade di Kinshasa) all’Orso d’argento per la migliore interpretazione femminile al festival di Berlino...

Accusata di stregoneria, Rachel ha vissuto dall’età di nove anni fino ai quattrodici nelle strade di Kinshasa. Divenuta una shegué, così in Congo chiamano i bambini di strada, ha dovuto cavarsela da sola, abbandonata e senza più casa. Per cinque anni ha sopportato la miseria, la malattia, la fame e la violenza… Fino al giorno in cui, questa giovane adolescente coraggiosa e combattiva, si è presentata a un casting insieme con altre duecento ragazzine, ed è stata scelta come protagonista del film «Rebelle – War Witch» di Kim Nguyen. La sua interpretazione di un bambino soldato ha rivelato al grande pubblico il suo talento e le ha fatto vincere l’Orso d’argento per la migliore interpretazione femminile al festival di Berlino, insieme ad altri numerosi riconoscimenti fra cui una nomination agli Oscar.

Corbaccio

 

Ora arriva in libreria Ho cambiato il mio destino (Corbaccio) di Rachel Mwanza (scritto con Mbépongo Dédy Bilamba). Su ilLibraio.it un estratto dalla sua storia:

 

Mi chiamo Rachel, Rachel Mwanza, e sono della Repubblica Democratica del Congo. Da bambina ho vissuto per quattro anni nelle strade di Kinshasa, abbandonata e senza un tetto sopra la testa. Ho subito in prima persona delle atrocità terribili, dimenticando quasi che Dio esiste, e sono stata testimone di scene raccapriccianti. Questi ricordi affiorano di continuo nella mia mente e mi impediscono di godere appieno della felicità attuale, ma al tempo stesso mi rendono più forte e determinata nella lotta che voglio portare avanti per i compagni di miseria di quei tempi.

Ho diciassette anni e confesso che un po’ ho paura di raccontare la mia storia. Che cosa penserete di me? Io non so ancora né leggere né scrivere!

«Non è poi così grave», mi dice Dédy, «ti capisco ma non temere, Rachel, sarò io a scrivere al tuo posto, parlami, parlami di te». Ho conosciuto Dédy a Montréal in occasione della presentazione del film Rebelle. Durante il mio soggiorno a Parigi, ospite di sua madre Joséphine,  mi ha tenuto la mano e io gli ho aperto il mio cuore, a volte parlandogli in lingala, altre volte in francese.

Ho parlato molto, ho sognato anche molto, ossessionata dalle voci dei bambini di strada…

Mi riconoscete?

Avvicinatevi.

Allora, che cosa vedete?

Niente?

Assolutamente niente?

Bene, allora mi avete riconosciuto …

Oggi ho il privilegio di essere vista e ascoltata, approfitto dell’opportunità che mi viene data per trasmettervi il messaggio che, da bambina di strada, avrei tanto voluto che tutti capissero:

Sì, sono proprio io, il parassita, l’indesiderabile, l’inutile e, soprattutto, l’INVISIBILE!

Non mi vedete perché ai vostri occhi non esisto. Sono una statistica in un resoconto ufficiale, oppure uno spiacevole inconveniente nella vostra giornata che fate di tutto per ignorare quando lo incrociate nelle strade di Manila, di Bucarest, di San Paolo, di Delhi o di Kinshasa.

Sono il ratto che tutti detestano, sono il bambino di strada.

Abbandonato, umiliato, respinto, “infesto” le strade delle città di tutto il mondo. Rovino le vostre belle cartoline e inquino la vostra aria, ma prima di appartenere alla strada sono innanzitutto un bambino.

Un bambino come il vostro e come anche voi di certo siete stati.

Il mio passato è doloroso e il mio presente una tortura, ma resto comunque un bambino.

E come ogni bambino rappresento il futuro, il nostro futuro.

Abbandonarmi, umiliarmi e respingermi significa rinunciare a rendere migliore quel futuro.

Non è colpa vostra se sono diventato un bambino di strada, ma voi siete tristemente complici se io, come migliaia di altri bambini, rimango sulla strada. Che cosa si può fare per porre fine a tutto ciò? Come prima cosa, cominciate ad accettare di vedermi: non essere più invisibile significa far parte dei vivi, significa esistere.

Spero che guardandomi mi riconosciate come uno di voi. Allora, forse, la disperazione di coloro in nome dei quali io parlo vi toccherà il cuore e vi porterà a impegnarvi affinché la loro sofferenza sparisca per sempre.

Vi prego, guardatemi, comprendetemi e, soprattutto, ascoltatemi.

Io, Rachel Mwanza, sono stata una bambina di strada, una shegué come si dice a Kinshasa, ma oggi volo alta nel cielo. Quanti campioni, quanti artisti, quanti geni sconosciuti avranno mai l’opportunità di poter dispiegare le loro ali come ho fatto io? Quante Rachel Mwanza sono morte o si sono perdute, schiacciate dalla miseria?

Non voglio essere giudicata, né tantomeno spaventarvi! Tuttavia, lo devo fare. Parlare dei miei carnefici è un modo per ringraziare gli eroi – gli angeli custodi -che ho incontrato lungo il mio cammino.

Sono una sopravvissuta. Non è mia intenzione suscitare pietà, ma infondere speranza. Voglio semplicemente raccontare come sia davvero possibile, lottando e superando le difficoltà senza perdere il coraggio, cogliere l’occasione giusta quando questa si presenta, cambiare il corso degli eventi e permettere ai sogni di diventare realtà…

Oggi mi batto per imparare finalmente a leggere e scrivere e una dignitosa, da vivere in autonoma e padrona del mio destino. Lacerata, con l’aiuto di Dédy scrivo per curare le mie ferite, per attirare l’attenzione della gente sulle sofferenze di altri bambini e denunciare lo stato di miseria in cui molti di loro vivono.

Mi ci è voluto del tempo prima di rendermi conto e accettare che la formidabile avventura che mi avrebbe portata lontana dalle strade di Kinshasa fino al tappeto rosso di Hollywood avrebbe potuto ispirare e dare speranza a tutte le persone che, abbandonate al loro triste destino, non hanno più nemmeno la forza di sognare.

Se la fortuna un giorno si è presentata alla mia porta ciò è avvenuto semplicemente perché il mio corpo, il mio cuore e la mia anima erano ancora vivi per accoglierla. La violenza estrema della vita di strada non aveva distrutto il mio animo di bambina.

Tutti noi abbiamo un sogno. Il mio non era quello di finire sugli schermi del mondo intero, ma di uscire dall’estrema povertà in cui vivevo, riprendere a studiare e soprattutto aiutare i miei fratelli e mia sorella, oltre ai bambini di strada del Congo, dell’Africa e di tutta la Terra.

Ma per poter vedere quel giorno prima di tutto sarei dovuta sopravvivere.

(continua in libreria)

IL TRAILER:

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