Cosa fai se hai quattordici anni e vivi ad Arco, nel sonnolento Idaho degli anni Settanta? Se nella tua famiglia è proibito ballare, andare al cinema o al bowling, fare il bagno con i maschi? Su ilLibraio.it un capitolo dal romanzo di Val Brelinski

Cosa fai se hai quattordici anni e vivi ad Arco, nel sonnolento Idaho degli anni Settanta? Se nella tua famiglia è proibito ballare, andare al cinema o al bowling, fare il bagno con i maschi? La vita di Jory Quanbeck è così. La presenza della religione è a tal punto concreta e incombente che Dio è sempre al suo fianco, la sorveglia, la giudica, la opprime. Il padre è un astronomo di buon cuore che conosce le stelle, ma sembra non riuscire a vedere al di là del suo naso. La madre è una donna fragile e astiosa che di fronte alle difficoltà non sa far altro che chiudersi nella sua stanza con un panno bagnato sugli occhi. Poi ci sono le sorelle, Frances e Grace. Soprattutto Grace, diciassettenne dallo sguardo e dall’animo di ferro, ritratto e immagine di Cristo. Grace, che torna da un viaggio come missionaria in Messico e annuncia, tra lo sconcerto generale, di portare in grembo il figlio di Dio. E quando Jory si ritrova in esilio in una sperduta casa di campagna, reclusa insieme alla sorella incinta, ha la sensazione che le cose non possano andare peggio di così. Ma si sbaglia.

La ragazza che dormì con Dio (Nutrimenti, traduzione di Sandro Ristori) di Val Brelinski (nella foto di Tim Brelinski e Max Boyd, ndr), al suo esordio, è il ritratto di una ragazza alle prese con i guai della crescita e con le prime, drammatiche consapevolezze.

L’autrice è nata a Nampa, in Idaho, da una famiglia di devoti cristiani evangelicali. Vive in California e insegna alla Stanford University.

Val Brelinski

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un capitolo

Jory e Grace avevano dedicato un’ora alla ricerca di un abito che fosse quantomeno accettabile per il secondo giorno di scuola.

“I vestiti con cui copri il tuo corpo non hanno alcuna importanza, in realtà”, disse Grace, rinunciando alla sua missione di rintracciare qualcosa che fosse vagamente simile a un paio di jeans a zampa d’elefante. “Ciò che fai e ciò che dici: è questo che è importante”.

“Oh, ricominciamo?”. Jory alzò gli occhi al cielo.

“Ma è vero”, insisté Grace. “Solo il tuo spirito conta”.

Jory si portò al petto un maglione blu.

“Be’, io voglio che il mio spirito sia vestito da paura”, disse, e lanciò via l’impresentabile maglione blu. Adesso indossava un paio di pantaloni di lana marrone che a Grace non stavano più e una canottierina termica bianca che aveva trovato nel sottoscala, in un vecchio scatolone di vestiti. Aveva un odore strano, come quando lasci fuori le mele troppo a lungo, ma Jory pensava che fosse abbastanza fica. Più o meno. Aveva anche preso in prestito gli scarponcini neri di Grace, ma le andavano troppo grandi, e sì che si era messa due paia di calzini. Continuava ad arricciare le dita dei piedi, le sembrava quasi di indossare un costume. Come se fosse la protagonista di una recita, nella parte della ragazza che va a scuola.

Scese dalla collina, andò alla fermata, si fermò accanto a un olmo al confine di un grande campo di barbabietole. Aspettò, cercando di sembrare rilassata e noncurante. Adocchiava le poche macchine che passavano da quelle parti, nella speranza che il prossimo veicolo fosse il suo pulmino. La scuola aveva chiamato quella mattina, sul presto, comunicandole che doveva prendere il diciassette. Ma perché il suo doveva essere proprio il diciassette, considerando che c’erano solo quattro pulmini? Jory mordicchiò l’estremità della sciarpa di lana che Grace le aveva prestato.

Alla Aca tutte le ragazze dovevano indossare capi con maniche lunghe e scollature caste e gonne che arrivavano al ginocchio. Se la lunghezza del vestito o della gonna era discutibile, se esisteva il sospetto che il tessuto non arrivasse a coprire il ginocchio, Mr Mordhorst ti faceva mettere in ginocchio sul pavimento del suo ufficio e lo misurava con il metro giallo che portava sempre in tasca. Jory non aveva mai dovuto sottoporsi a quell’orribile supplizio, ma Rhonda Russell era stata costretta a mettersi in ginocchio sulla moquette di Mr Mordhorst già parecchie volte. I pantaloni erano strettamente proibiti, tranne che a lezione di educazione fisica o nelle gite alle dune di sabbia di Bruneau o ai Crateri della Luna: in quelle occasioni le ragazze avevano la possibilità di indossare gonnelline o pantaloncini (sempre che arrivassero al ginocchio). Trucco e gioielli non erano visti di buon occhio. I ragazzi dovevano portare polo e pantaloni. Niente magliette, niente blu jeans. L’anno precedente, Jory aveva chiesto a Mr Mordhorst se i jeans neri fossero permessi e si era beccata una nota. “Atteggiamento censurabile”, aveva scritto Mr Mordhorst sulla nota che aveva mandato ai genitori. “Questo tipo di sarcasmo non è affatto attraente in una giovane ragazza cristiana”. Nei giorni in cui si andava alla cappella le ragazze indossavano abiti eleganti e calze di nylon, e i ragazzi la cravatta. Non si era mai seduta a un banco con i pantaloni. Non era mai salita su un pulmino con i pantaloni. Si fece il nodo alla sciarpa, lo slacciò, lo rifece e via così. Prima Grace era entrata in camera sua, l’aveva trovata sul letto con i pantaloni di lana e il suo reggiseno. Le aveva lanciato un’occhiata ed era corsa via senza dire una parola. Jory era avvampata violentemente, ma non si era tolta il reggiseno.

Le faceva male la pancia. Non era riuscita a mandare giù nulla a colazione. Al quarto anno, il terribile anno di Mrs Hickerson, il mal di stomaco le aveva dato il tormento ogni singolo giorno, ed era stata costretta a rinunciare del tutto alla colazione. Ogni mattina, in piedi di fronte a suo padre, lo implorava di stringerle più forte la cintura dell’abito. Se lo sentiva cadere lo stesso; non poteva proprio stringere un po’ di più? “Mi stanno venendo le vesciche”, diceva lui, ridendo, ma ci riprovava lo stesso, posandole la grossa mano sulla testa prima di lasciarla andare. Un pomeriggio, alla fine di una gara di matematica particolarmente atroce, Jory era tornata al banco dopo il suo turno alla lavagna e aveva vomitato sul quaderno. Qualche schizzo aveva macchiato le scarpe di Ginny Price, la sua compagna di banco. Ginny aveva fatto un salto urlando e Mrs Hickerson aveva attraversato l’aula a passo di carica e si era fermata di fronte al suo banco. “In infermeria”, aveva detto. “E sbrigati”. Jory si era distesa sull’angusto lettino dell’infermeria e non si era più mossa fino alla fine della giornata. Quando era arrivata l’ora di tornare a casa, si era alzata, ma la pancia le faceva così male che si era messa a piangere. L’infermiera, che era in realtà la madre di Robbie Shannon ed era lì solo come volontaria per dare una mano, era andata a chiamare il preside. Mr Steinbroner era stato irremovibile e aveva preteso di riportarla a casa in macchina. Jory era sprofondata nel sedile di pelle della grande Lincoln nera, a bocca chiusa, mentre le lacrime le scendevano come pioggia sulla gonna. Anche Mr Steinbroner si era chiuso in un profondo silenzio. Solo alla fine le aveva chiesto dove svoltare e quale fosse il civico.

Quando si erano fermati davanti a casa la madre era uscita per parlare con Mr Steinbroner e aveva ascoltato le sue ferme raccomandazioni di portarla immediatamente da un dottore. “Per l’amor del cielo, Jory”, aveva detto non appena erano rientrate. L’aveva fatta girare di qua e di là e le aveva slacciato il vestito con uno strattone deciso. Jory si era sentita subito meglio. La madre aveva scosso la testa. “Era solo troppo stretto”. Si era accigliata. “Ma che accipicchia ti prende?”.

“Niente”, aveva detto Jory. Ma sapevano entrambe che non era vero.

Quella sera suo padre era andato a sedersi sul bordo del suo letto e le aveva raccontato di quella volta che aveva dovuto trasferirsi da una piccolissima scuola del Kansas con una sola stanza a un grande istituto pubblico del Colorado. Il primo giorno era tornato a casa con un terribile mal di testa che gli aveva impedito di rimettere piede a scuola per tre giorni interi. Mentre parlava, suo padre le massaggiava la schiena. Le disse che gli dispiaceva che avesse ripreso così tanto da lui. Jory si era goduta le carezze, ma anche se faceva solo le elementari sapeva che suo padre si sbagliava – non aveva ripreso nulla da lui. Grace era uguale al padre. Coraggiosa, buona e santa. Jory era come la madre: volubile, lunatica, rabbiosa e spaventata. Che poi era anche il motivo per cui litigavano così spesso, lei e sua madre. Jory l’aveva sentita dire a suo padre, quella sera, nascosta nel suo rifugio nell’armadio: “Riconosco le sue tendenze”. Parlava a voce bassa. “Allora forse dovresti avere più pazienza”, aveva risposto il padre. Jory aveva sentito il sospiro di sua madre. “Non credo che sia così semplice”.

Una volta, quello stesso anno, sua madre l’aveva trovata seduta a terra in camera sua, si trafiggeva l’interno della guancia con uno spillo. “Jory, ma si può sapere che stai facendo?”.

“Niente”, aveva risposto lei, nascondendo lo spillo sotto la gamba.

“Perché ti ficchi quel coso in bocca? Rispondimi”.

Jory si era passata la punta dello spillo sull’interno del ginocchio. “Devo andare dal dentista domani”, aveva risposto.

“E allora?”.

“Volevo sapere cosa si prova. Quando ti fanno una puntura”.

Sua madre aveva posato il bucato sul suo letto. Si era rialzata con le mani sui fianchi. “Il codardo muore mille volte”, aveva detto. “Il coraggioso una volta sola”. Si era voltata ed era uscita.

Jory ricordava ancora a memoria quella citazione. Muore mille volte, si diceva mentre sbirciava nervosamente la strada alla ricerca del pulmino. Mille e una. Mille e due. Qualcosa che assomigliava sospettosamente a un vecchio scuolabus giallo svoltò l’angolo in fondo alla strada e si avvicinò sbuffando. Lo stomaco di Jory si contrasse dolorosamente, come se qualcuno le avesse stretto forte una cintura sotto il cuore.

(continua in libreria…)

 

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