La riflessione autobiografica della scrittrice Ilaria Gaspari parte dal 17esimo secolo, quando il medico alsaziano Johannes Hofer coniò la parola nostalgia, allora considerata una malattia. Passa per i ragionamenti seguiti alla rilettura, da adulta, di numerosi classici della letteratura per ragazzi. Per poi arrivare a un bestseller young adult dei giorni nostri, "Tartarughe all’infinito" di John Green: "Proprio perché questo libro non considera nemmeno per un istante la tentazione facile di far desiderare di essere adolescenti, leggendolo da grande l’ho trovato stranamente profondo..."

La nostalgia, quando è nata, non era un sentimento languido e struggente, non era vaga mollezza di pensiero e nemmeno un poetico abbandono della memoria: era una volgarissima malattia, e per la precisione una malattia svizzera. I primi malati di nostalgia, quelli per cui nel 1688 il medico alsaziano Johannes Hofer coniò la parola – nostalgia, alla lettera dolore del ritorno – erano ragazzoni di montagna con elmo e alabarda. Non esattamente artisti dalla personalità saturnina, ma mercenari al soldo di condottieri francesi o italiani: lontani dalle valli della loro infanzia sviluppavano certi strani sintomi, che oggi alcuni riconoscono come tipici delle sindromi depressive.

Piangevano, non mangiavano, deperivano a vista d’occhio. Secondo qualcuno quella malattia misteriosa che li consumava nasceva nel loro cervello improvvisamente sradicato; secondo altri era il risultato di un semplice squilibrio nella pressione del sangue, perché scendere in pianura a rischiare poi la vita per una paga di soldato, implicava – oltre che il fatto di rischiare per l’appunto la vita, per una paga di soldato – anche la necessità che il corpo si adattasse a diverse condizioni atmosferiche.

Nacque allora la leggenda del potere quasi magico di un motivo musicale, il canto dei vaccai (le ranz des vaches, di cui parla anche Thoreau in Walden). Si disse che il richiamo dei mandriani agli animali al pascolo, che risuonava fra le montagne e le valli, spingesse i soldati alla diserzione: si diffuse la diceria che ai soldati svizzeri in servizio all’estero fosse proibito, a rischio di pene severissime, cantarlo e anche solo ascoltarlo.

È strano pensare che la nostalgia nella sua forma più violenta – tanto violenta da impedire ai giovani mercenari svizzeri di portare a compimento il lavoro per cui avevano lasciato le loro valli – non fosse poi che una nostalgia del niente: quei ragazzoni pieni di salute, con le loro alabarde straniere, languivano e qualche volta si lasciavano morire per la pura nostalgia di uno stato diverso delle cose, di quando non erano niente e nessuno, se non bimbi svizzeri del ‘600 – un’epoca in cui il mito dell’infanzia come età da proteggere e tutelare ancora doveva essere inventato.

Abbiamo tutti, credo, da qualche parte, il nostro personale canto dei vaccai: un’immagine, un pensiero, un profumo o un suono capace di scatenare in noi la più virulenta di tutte le nostalgie: io lo tratto con delicatezza, come un vaso di pandora che non posso permettermi di aprire. Temo, forse, che mi spingerebbe a disertare. Anche per me, come per i mercenari svizzeri, è un segreto scandalosamente insignificante, e al tentativo di dirlo a parole si mostrerebbe triste e vuoto, legato a uno stato che non tornerà.

Però, proprio per mettere alla prova la mia resistenza al loro canto, e per vedere come cambia il fascino dei primi ricordi che ci costruiamo al mutare delle età della vita, ho riletto molti classici per bambini, fra i miei preferiti nell’infanzia. Ho scoperto, studiandoli ora e distillando le sensazioni di piacere o stupore che ricordavo, che in genere si trattava di libri non destinati direttamente a un pubblico di bambini, o comunque contigui alla letteratura per adulti (penso a Huckleberry Finn che a un anno dalla pubblicazione venne radiato da una biblioteca pubblica perché “inadatto” ai ragazzini, o a Zanna Bianca, che uscì a puntate su una rivista sportiva; ma anche a Piccole donne che di certo, come dimostra fin dal titolo, nonostante le sue ambizioni pedagogiche non tratta certo l’infanzia come una condizione da proteggere).

Qualche volta sono invece nati apposta per certi bambini, nel senso che sono stati ispirati dai rapporti personali dei loro autori con muse e musi giovanissimi: come Pippi Calzelunghe, che Astrid Lindgren inventò per sua figlia, come Peter Pan e naturalmente Alice, ma anche Winnie The Pooh. Fra i libri che nascono dichiaratamente come libri per l’infanzia, probabilmente i miei preferiti sono quelli di Roald Dahl: credo sia perché riescono a far vivere, senza mai scimmiottarla, l’immaginazione crudele, tenera e spietata che hanno i bambini.

Ho riflettuto a lungo su tutto questo, accostandomi per la prima volta in vita mia a un romanzo young adult. Come succede rispetto a tutte le cose che non si conoscono, avevo dei pregiudizi. Un pregiudizio molto diffuso nei confronti dei pregiudizi è che siano un inutile inceppo, un impedimento a conoscere il mondo e quello che ci è nuovo. E naturalmente è così: è così ogni volta che ci arrendiamo ai pregiudizi che inevitabilmente abbiamo, anche senza saperlo, ogni volta che li lasciamo vincere, per abitudine, per presunzione o per mancanza di consapevolezza. Ma i pregiudizi che riusciamo a decifrare, a smontare per vederne le ragioni, non solo perdono quel loro potere di farci da paraocchi: possono persino dirci qualcosa di nuovo su di noi, su quello che pensiamo quando crediamo di non pensare.

Per esempio, la mia diffidenza istintiva per un libro scritto apposta per un pubblico di adolescenti, cosa significava? Ho trovato una risposta, una domanda e una smentita.

Il pregiudizio nasceva, credo, dall’ambivalenza con cui guardo istintivamente a un canto dei vaccai che mi pare artificioso, costruito in laboratorio per consolarci dell’apparente diserzione dall’età adulta di cui ci sentiamo tutti un po’ colpevoli e un po’ vittime, mentre il mondo che sembra cambiare troppo velocemente forse non cambia affatto: quello della nostalgia dell’adolescenza, a cui mi sento, nonostante la diffidenza, particolarmente sensibile come molti miei coetanei.

Adolescenti nei primi anni Duemila, abbiamo associato il passaggio dal mondo protetto dell’infanzia a quello degli adulti a una serie di eventi e cambiamenti tecnologici che ci rendono prematuramente sospirosi (per la scomparsa delle musicassette o degli squilletti al cellulare con cui dicevamo “ti penso” a chi ci piaceva da ragazzini), senza che siamo abbastanza vecchi da riuscire davvero a sentirci dei pesci fuor d’acqua nel mondo nuovo, e da poter quindi brontolare come si conviene fare quando si è propriamente stagionati.

Il fatto che questa nostalgia collettiva sia in larga parte una nostalgia di oggetti le conferisce uno strano carattere addomesticato e consumistico, da cui mi sento insieme attrarre e respingere: la trovo poco perturbante, ma allo stesso tempo sono costretta a riconoscerne il carattere ipnotico. Stranger Things, la serie ambientata nell’immaginario degli ex bambini degli anni Novanta, ha avuto su di me esattamente questo effetto: mi ha avvinta e infastidita insieme, senza lasciarmi altro turbamento, altro ricordo che quelli di queste sensazioni. Mi sono chiesta se questa impressione nasca dall’insofferenza alla trasfigurazione così reificata del canto dei vaccai, che mi sembra troppo plasticosa (certo, di quella plastica dura che si usava allora) per piacermi. O è perché credo che l’adolescenza sia un periodo fascinoso ma terrificante, di cambiamenti vertiginosi, di problemi inconsistenti che sembrano insormontabili, di smania e impotenza – un periodo insomma che non rivivrei nemmeno se mi pagassero, e che pure mi attrae come un magnete? A questa domanda non ho saputo rispondere: forse per farlo avrei bisogno di andare dall’analista, cosa che comunque non farò perché il mio stile di vita è troppo poco adulto per permettermelo.

Ma ecco, invece, la smentita. Leggo Tartarughe all’infinito, romanzo young adult del molto premiato John Green, e ho una sorpresa. Non soltanto mi piace, ma mi piace nonostante sia un libro che evidentemente è stato costruito troppo a tavolino e in maniera troppo efficace –  almeno quanto la prima stagione di Stranger Things – da uno scrittore intelligente che certamente sa il fatto suo e che ha saputo miscelare con precisione tutti gli ingredienti che possono piacere a un pubblico di ragazzini. C’è un mistero da risolvere – forse la linea narrativa meno curata, che nondimeno è quella da cui muove l’azione – e c’è una protagonista con il destino scritto nel nome, Aza Holmes, che su quel mistero si mette a indagare insieme alla sua amica di sempre, tenera e petulante, Daisy. C’è un primo amore, che è anche un amore dell’infanzia, Davis, il ragazzino ricco, ovviamente infelice ma stranamente profondo; c’è una madre sola, un padre scomparso e un altro rimpianto. C’è la scuola, la poesia, la meraviglia e la paura di fronte a un mondo che sembra sempre più complicato, e c’è soprattutto l’ansia di Aza, raccontata con un mimetismo che trascina chi legge nelle spirali dei suoi pensieri, nelle sue preoccupazioni insensate ma non per questo meno ossessive, che si avvitano su se stesse ma che, alla fine, non le impediranno di crescere, non appena riuscirà a guardare oltre se stessa. Senza rimpianti, senza nessuna nostalgia, mentre mi avviticchiavo nelle spirali di pensieri di Aza – raccontate con un realismo piuttosto stupefacente – mi sono ricordata dettagli completamente rimossi della mia adolescenza ansiosa, delle mie spirali di pensiero, e mi sono sentita più banale, e meno sola.

A me piace l’imprecisione, però, nei libri; mi piace quello che si rivela malgrado le intenzioni dell’autore, quello che per venire alla luce deve strisciare di nascosto fra le righe, quello che non era previsto, non era programmato, non era dicibile. E qui, ecco la sorpresa. La trovo nel fatto che sia un libro scritto per gli adolescenti di oggi, non per adulti che covano il rimpianto della loro adolescenza: non c’è niente di vintage, nessun filtro che ad arte invecchi scene ed oggetti, nessun canto dei vaccai registrato in studio. Non c’è il rischio di perdersi in un nulla perturbante, in un ritorno tanto impossibile da rendere insensato ogni passo. L’unica nostalgia che covano i personaggi del libro è quella dell’infanzia, che però è vicina, e insieme irraggiungibile. Aza e Daisy, le due amiche del cuore, iniziano la loro indagine in canoa, vogando sul fiume come facevano da bambine e come sembra loro di non fare da un’eternità: eppure, il ricordo del fiume dell’infanzia è tanto netto che l’ansiosissima Aza vince il suo terrore per i batteri, un terrore che nell’infanzia non aveva. Il tempo dei pomeriggi sterminati e avventurosi, delle amicizie assolute che sembrano destinate a essere eterne è dietro l’angolo, esattamente come può esserlo stato un’unica volta nella vita di tutti, cioè quando avevamo appena girato l’angolo, quando scoprivamo amaramente, e senza poterci credere, che tornare indietro era impossibile; quando eravamo adolescenti.

E proprio perché questo libro non considera nemmeno per un istante la tentazione facile di far desiderare di essere adolescenti, leggendolo da adulta l’ho trovato stranamente profondo, in qualche tratto commovente – non dove cerca di commuovere o di sorprendere con riflessioni esageratamente rugiadose sul senso della vita, ma dove è più serio e più sobrio: come quando costringe chi legge a entrare in una spirale di pensiero tormentosa, e a riconoscere che l’adolescenza, come tutte le cose complicate, ha anche dei lati spaventosamente belli. Fra cui il fatto che a un certo punto finisce.

L’AUTRICE – Ilaria Gaspari, collaboratrice de ilLibraio.it, è nata a Milano. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa e si è addottorata con una tesi sulle passioni all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario (Voland). Ora è la volta di un libro unico nel suo genere, Ragioni e sentimenti – L’amore preso con filosofia (Sonzogno), in cui Gaspari mette in scena una storia d’amore. Ma non solo. Vuole anche, con l’aiuto di filosofi e romanzieri (da Montaigne a Flaubert, da Freud a Simone Weil), tentare di sciogliere i grandi nodi che fanno sembrare complicata la vita amorosa.

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