Intervista a Sebastiano Mauri autore di Goditi il problema ISBN:9788817058919

In Goditi il problema Sebastiano Mauri narra le peripezie del giovane milanese Martino Sepe, che si reca in America con l’obiettivo di diventare una star del cinema. Gli esordi sono però tutt’altro che agevoli e il suo personale sogno americano assume ben presto i contorni dell’incubo. Le tragicomiche vicende professionali si alternano a fulminanti relazioni sentimentali. È Martino stesso a raccontare ciò che capita fuori e dentro di lui, a partire dalla mattina in cui si risveglia in un letto sconosciuto tra due estranei: un donnone con un gigantesco reggiseno zebrato e un signore anziano con braccia pelose, che gli molla all’improvviso un sonoro ceffone. Abbiamo intervistato l’autore.

D. L’evidente corrispondenza tra i suoi dati biografici e quelli del protagonista rende la prima domanda quasi obbligatoria. In che misura Goditi il problema è un libro autobiografico?

R. Martino Sepe è un mio alter ego – questo è innegabile – e attraverso di lui ho ripercorso diversi momenti salienti della mia vita, ma rimane pur sempre un personaggio, e per questo libero dalla schiavitù della biografia. Grazie a lui ho potuto vivere avventure nuove, regalarmi soddisfazioni mancate e ficcarmi nei guai fino al collo. Io sono il primo a confondere la sua biografia con la mia, a sfumare il confine tra le immagini mentali che si sono formate scrivendo la storia di Martino, e quelle che invece si sono impresse attraverso l’esperienza.

D. La caratteristica che meglio contraddistingue il suo libro è forse la dirompente comicità. Si sente sminuito come autore per questa mia considerazione?

R. Al contrario, lo considero un complimento. Intanto come lettore sono un amante della letteratura comica, alla Sedaris o alla Burroughs, tanto per intenderci. Sono convinto che la comicità sia un ottimo strumento per trattare temi spinosi, anche dolorosi. E credo anche sia una buona lezione di vita imparare a riconoscere il lato comico delle proprie sventure, sfruttare insomma l’aspetto catartico della comicità.

D. Le risate che suscitano le peripezie di Martino fanno forse passare in secondo piano le sue ansie esistenziali. Sbaglio o la ricetta per superare i conflitti è indicata nel titolo?

R. La preghiera della serenità recita così: “Signore, dammi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso, e la saggezza per saperle distinguere”. Goditi il problema invita a un atteggiamento simile. È inutile incaponirsi nel tentare di cambiare ciò che è al di fuori della nostra portata, meglio imparare a conoscere il proprio problema, qualunque esso sia, e farselo amico, renderlo, se possibile, un male che non è venuto per nuocere. E a quel punto, magari, scoprire che non era neanche un problema, anzi, il motore stesso della nostra forza.

D. L’educazione sentimentale e sessuale di Martino avviene in fasi irregolari fino all’incontro rivelatorio Alejo, il primo amore omosessuale. Mi ha colpito non tanto la decisione del protagonista di recarsi dallo psicologo e il suo imbarazzo nei coming out, ma la sua necessità di una completa ridefinizione della propria identità, non soltanto sessuale…

R. Nel sesso vale più che mai la massima: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Più che una necessità di Martino, lo definirei un tic della società: cambiare il sesso del proprio partner implica un cambio di definizione. Nel caso di Martino, da etero a gay. Martino invece sente di essere sempre lo stesso, e che innamorarsi di un altro uomo non dovrebbe implicare l’imposizione di una nuova etichetta. Sogna un mondo privo di categorie, nel quale il sesso del proprio partner sia un dettaglio di poco conto, che non porti con sè alcuna definizione, stigma, giudizio o pregiudizio.

D. Goditi il problema è ambientato in larga misura a New York – quasi un personaggio del romanzo – apoteosi della metropoli rutilante e chiassosa. In che misura ci troviamo di fronte a una deformazione grottesca della città? Esistono davvero locali gay dai nomi tanto grotteschi e corsi di yoga così improbabili?

R. Ho cercato il più possibile di raccontare la New York che ho conosciuto, i posti reali che hanno tessuto la trama di molte vite, oltre a quella di Martino. I nomi dei bar gay, per quanto incredibili, sono tutti veri, non ne ho inventato neanche uno. E a parte il Creative Yoga Society (nome di fantasia, ma la lezione era purtroppo come l’ho descritta), anche i centri Yoga sono tutti reali. Oltre alla città fisica New York è anche uno stato mentale. È la città dei grandi sogni, delle grandi imprese, delle grandi competizioni.

D. Le allusioni al mondo del cinema sono numerose. Se, da una parte, si traducono in una dichiarazione d’amore per la cosiddetta settima arte, dall’altra mettono in risalto le storture dell’industria cinematografica. Ha mai conosciuto produttori come il padre-padrone Lance Mayfair?

R. Purtroppo sì. Esistono eccome figure tiranniche come Lance Mayfair. L’industria cinematografica è molto ambita, per il suo esotico fascino, le promesse di fama, ricchezza ed epiche emozioni. A New York, come a Los Angeles, arrivano persone da tutto il mondo, pronte, se necessario, a sgozzare il proprio gatto sull’altare sacrificale del successo. Figure come Lance Mayfair sfruttano sadicamente il proprio potere con i sottoposti, perché ognuno è sostituibile in un batter d’occhio. I grandi set cinematografici americani, che sono macchine che possono costare centinaia di migliaia di dollari al giorno, si rifanno alle regole, dinamiche e gerarchie dell’esercito. Non è quello che si può definire un ambientino rilassante.

D. Poiché Lei ha familiarità con diversi linguaggi – è artista visivo, regista di cortometraggi e ora romanziere – mi incuriosirebbe sapere se ha incontrato particolari difficoltà nel misurarsi con la scrittura.

R. Nel mio fare arte mi sono sempre spinto a esplorare nuovi linguaggi, passando dalla pittura alla fotografia, al video, la scultura e l’installazione. Ognuna di queste forme ha le sue regole, la sua sintassi specifica, e la parte di apprendistato, in cui s’impara con le mani in pasta, è forse la più bella. Ho appreso come si scrive un romanzo scrivendolo, anche grazie a Rosaria Carpinelli, la mia agente e editor, che ha seguito questo progetto fin da quando si trattava soltanto di una manciata di racconti brevi. La stesura di un romanzo è un viaggio lungo e impervio, che spesso sorprende chi scrive tanto quanto chi legge. Si entra in contatto con parti di noi che non sapevamo neanche esistere. Direi che è molto terapeutico.

D. Un’ultima curiosità. Goditi il problema rimarrà una parentesi isolata o il buon riscontro di pubblico e critica ha alimentato le sue ambizioni letterarie?

R. Mi sono divertito molto a scrivere questo romanzo e Martino Sepe scalpita per raccontare altre sue avventure, quindi spero si tratti solo dell’inizio.

Intervista a cura di Marco Marangon

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