"Nella mia carriera ho fatto un sacco di falli e conosco benissimo la differenza tra entrare duro e voler far male a qualcuno...". L'ex capitano dell'Irlanda e dei Red Devils racconta la sua nuova vita (ma anche il passato...) allo scrittore Roddy Doyle. Il risultato è un libro che descrive un'odissea personale e che affronta il significato del successo... - Su ilLibraio.it alcuni brevi estratti

Del calciatore Roy Keane e dei suoi trionfi sportivi si sa tutto, o quasi. Ma cosa dire delle sfide che ha raccolto al di fuori del campo? Com’è riuscito a reinventarsi come allenatore e giornalista televisivo e a gestire le sfide psicologiche che questo ha comportato?

In collaborazione con lo scrittore vincitore del Booker Prize Roddy Doyle, Il secondo tempo (Guanda) mescola aneddoti e riflessioni, e racconta un’odissea personale e che affronta il significato del successo.

Su ilLibraio.it alcuni brevi estratti da un libro che sarà apprezzato dagli amanti dello stile sincopato, molto ironico di Doyle (oltre che dagli amanti del calcio inglese) e che dipinge un calciatore di quelli che si piazzano in mezzo al campo ed entrano in ogni azione, che adorano il gioco fisico e i contrasti e quando è il caso non disdegnano una rissa, che al momento giusto sanno trascinare la squadra o stendere un avversario e beccarsi un cartellino. E soprattutto, di un giocatore leale, pronto a stringere la mano anche al nemico più odiato e a sostenere un compagno in difficoltà. Insomma, uno nato per essere capitano, dell’Irlanda e dei Red Devils…


La versione ufficiale della storia, quella che conoscono tutti, è che nel 1997, entrando in tackle su Alfie Håland, mi infortunai, rottura del crociato anteriore. Lui mi disse di rialzarmi e di smetterla di simulare. Così, appena mi capitò l’occasione, nel 2001, mi vendicai, entrai duro e misi fine alla sua carriera. Ma non è così che andarono le cose…”.

“Era una battaglia, era calcio: una giungla. Nella mia carriera ho fatto un sacco di falli e conosco benissimo la differenza tra entrare duro e voler far male a qualcuno. Io a Håland non volevo spaccare la gamba. Chi gioca a calcio sa come si spaccano le gambe. È per questo che la gente sul campo si arrabbia quando vede un certo tipo di tackle: capisce subito l’intenzione che c’è dietro. Nessun mio avversario storico direbbe qualcosa di così negativo su di me. Direbbero che ero cattivo, che mi piaceva il gioco fisico, ma non che ero sleale…”.

“Io ero un centrocampista, mica un terzino, che può passare un’intera carriera senza fare un solo tackle. O una di quelle mezzale furbette che non si fanno mai male. Io giocavo al centro del campo di battaglia… Nessuno avrebbe il coraggio di affermarlo in pubblico, ma il calcio non è il gioco delle pulci”.

“Nel corso degli anni sono stato tante cose diverse, ma a volte non saprei dire di preciso quale sia il mio ruolo. Sono un marito e un padre, sono un uomo di Cork, un commentatore televisivo; sono un editorialista sportivo e sono stato un giocatore con la testa rasata. A volte mi sono sentito un po’ un attore. Forse lo siamo tutti, non lo so. Sono stato un allenatore, un po’ distaccato dai miei ragazzi anche se avrei tanto voluto essere più presente… Io amo il calcio, ma mi ero distratto. Avevo dimenticato perché lo amassi tanto… Calcare l’erba, per me, è come essere in un campo di battaglia”.

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