Stefano Brusadelli, in libreria con il romanzo "Gli amici del venerdì", noir ambientato nella periferia romana, su ilLibraio.it parla del ruolo che stanno assumendo i quartieri periferici delle città, in cui non mancano i problemi e che, allo stesso tempo, sono luoghi di rinascita della cultura e dell'arte

Per Pasolini, che venendo dalle campagne friulane colse qui l’anima vera di Roma, erano “la corona di spine che cinge la città di Dio”. Definizione folgorante; ma non solo per l’evocazione dell’asprezza e del dolore che accompagnano l’idea della spina. È alla corona, piuttosto, che bisogna pensare; perché le periferie romane (per quanto mal nate e ancor peggio cresciute) sono le più preziose e maestose che esistano.

In quale altro luogo del mondo capita che la periferia sia uno sterminato campo archeologico ? E dove altro, a conferma d’una vocazione regale che niente riesce a offuscare, le vestigia imperiali convivono, e disinvoltamente, con l’edificazione moderna? I più struggenti (e autentici) paesaggi romani non sono quelli di un centro storico sterilizzato, in formato cartolina. Sono il mausoleo dei Severi tra le palazzine del Quadraro, la tomba di Elio Callistio che intimorisce il quartiere Africano, le rovine gigantesche della ville dei Gordiani che spezzano l’edilizia intensiva del Prenestino, il Mausoleo di Sant’Elena in mezzo ai pratoni di Tor Pignattara. È qui che la città compie il suo prodigio estetico, e continua a impartire, anche attraverso le pietre, la sua millenaria lezione di assimilazione.

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Se un forestiero mi chiedesse dove andare per capire cos’è davvero Roma, gli direi di esplorare il Quadraro, da entrambi i lati della Tuscolana; oppure di percorrere i primi dieci chilometri della via Prenestina, da Porta Maggiore fino alla borgata di Tor Tre Teste, dove c’è la chiesa di Richard Meier, la più intensa tra le chiese moderne. Se poi volesse scoprire il posto più sorprendente di tutti, lo manderei al Mandrione, un budello di campagna rimasto incastrato in mezzo ai grandi casamenti del Tuscolano e del Casilino, sotto i fornici giganti dell’Acquedotto Felice.

Inoltre, nessun’altra periferia al mondo è abitata da gente che conserva legami altrettanto forti con la storia della città. Merito (o demerito) degli sventramenti mussoliniani. Nei suburbi, i primi nuclei di residenti non sono arrivati da fuori, bensì dal Centro. Romanissimi, deportati dopo le demolizioni volute per aprire via della Conciliazione, via dei Fori Imperiali, corso Rinascimento, la via del Mare, o per ripulire le aree intorno al Campidoglio e al Mausoleo di Augusto. Niente di simile è accaduto nelle altri metropoli del mondo. Oggi ci sono più romani veri al Quarticciolo, o a Monte Sacro, che nei rioni Campo Marzio, o Trevi. Senza contare che anche per i nuovi immigrati, ogni rudere appare come un antenato dal quale ricevere in eredità almeno un frammento di orgoglio identitario.

Le periferie sono diventate anche il luogo della creatività. E non solo, come ripete Renzo Piano, perché qui nascono, e crescono, quasi tutti i nuovi esseri umani. Nel centro storico, ma anche a Trastevere e a San Lorenzo, per colpa degli affitti, è proibitivo aprire uno studio o un laboratorio d’artista. Nei suburbi invece è ancora possibile affittare un’officina o un magazzino per poche centinaia di euro al mese. E così Pigneto, Mandrione, Quadraro, sono i nuovi eden di pittori, scultori, grafici, fotografi. La gente del posto gradisce, è divertita, curiosa. Al Quadraro, ogni anno, tutti gli studi d’artista vengono aperti al pubblico,
ed è sempre un successo.

Le periferie, infine, risplendono della nuova e più sensazionale espressione artistica di questo inizio millennio, e cioè la street art. Gli edifici di San Basilio, Ostiense, Quadraro (ancora), Tor Pignattara, Tor Marancia, offrono schegge di bellezza, di colore, di ottimismo, proprio dove l’esistenza è più difficile. Aggiornamenti delle tante Biblia Pauperum che nel Medioevo erano le pareti affrescate delle chiese; solo che qui la parete dipinta è quella esterna, visibile a tutti.

Nei sobborghi di Roma ci sono oggi gli artisti e gli scrittori più brillanti, i sacerdoti più capaci, e (forse) gli amministratori pubblici meno cinici. Faticosamente, piccole librerie e centri culturali tengono accesa la fiamma della lettura. Nella Borgata Finocchio, sulla Casilina, è stata inaugurata di recente quella che è probabilmente la più bella biblioteca pubblica della capitale, dotata di uno spazio dedicato ai videogiochi per invogliare i ragazzi a scoprire poi pure i libri. Moderna versione, in fin dei conti, del vecchio oratori, dove si doveva scoprire Dio dopo aver giocato a pallone.

Non è un caso se – a prescindere dalle proprie personali biografie – le sterminate e struggenti periferie romane continuano ad affascinare tutti i narratori. Sono uno straordinario luogo fisico, sospeso tra gli opposti, la campagna e la città, l’archeologia e la cementificazione; e dunque un perfetto simbolo dell’incertezza di ogni destino. Ma sono anche un gran posti dell’anima, dove l’asprezza mantiene vivo il senso della solenne tragicità della vita. E sono – a Roma oggi più che mai – i soli luoghi dove si mantiene accesa una qualche speranza per un futuro che sia migliore del presente.

Stefano Brusadelli, Gli amici del venerdì copertina

L’AUTORE E IL LIBROStefano Brusadelli, romano, classe 1955, ha lavorato per diverse testate giornalistiche, tra cui Il Mondo e Panorama, oggi scrive per Il Domenicale del Sole 24 ore. Nel 2010 ha pubblicato Piccole atrocità (Vallecchi), una raccolta di racconti ambientati nella capitale. In questi giorni torna in libreria con Gli amici del venerdì, un romanzo noir che prende vita nella Roma odierna, nei quartieri periferici e fatiscenti, dove Gerardo Pavese, un uomo come un altro, viene trovato sgozzato nel suo bagno, in un palazzone qualunque. Spetterà ad Ausilio Serafini risolvere il caso, un ex poliziotto deluso dalla sua professione e amareggiato dalla vita, che conosceva la vittima e si ritrova, suo malgrado, coinvolto nelle indagini. Serafini verrà messo davanti alla sconcertante rete di loschi traffici che intreccia sordidi legami tra la Roma più ricca e potente e quella più povera e disperata.

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