Michele Vaccari torna in libreria con "Il tuo nemico", che tratta un tema purtroppo molto attuale. Su ilLibraio.it un capitolo dal romanzo

Michele Vaccari, nato a Genova nel 1980, si occupa di editoria e comunicazione dal 1999. È consulente per la narrativa italiana di Chiarelettere ed è copywriter per Paramount Channel. È stato direttore editoriale di Transeuropa Edizioni e ha scritto tre romanzi: Italian fiction (ISBN Edizioni), Giovani, nazisti e disoccupati (Castelvecchi Editore) e L’onnipotente (Laurana Editore). Ora torna in libreria per Frassinelli con Il tuo nemico, che tratta un tema purtroppo molto attuale.

Gregorio, il protagonista del romanzo, è un ragazzo prodigio, un genio dell’informatica, il bersaglio preferito dei bulli della scuola. Quando la professoressa di economia gli comunica l’intenzione di sostenere la sua candidatura al MIT di Boston, Gregorio vorrebbe gioire per la notizia ma non può: c’è un ostacolo, e sono i suoi genitori. Il padre, un genetista fallito afflitto dal peso di una colpa che da trent’anni lo soverchia, e la madre, una personalità ambigua, educata alla sottomissione e alla vendetta, sono una coppia borghese alla deriva, che sembra vivere per mantenere lo status quo acquisito e frustrare le speranze del figlio. Mentre la crisi incomincia a diventare una peste letale per chiunque, tra combattere contro un orizzonte di odio e ricatto o arrendersi e soccombere, Gregorio sceglie l’esilio, diventando un NEET (giovani che non studiano e non lavorano). Nel frattempo, dall’altra parte della città, una sua coetanea, Gaia, è stata arrestata per aver hackerato il sito di un noto esponente politico, sperando di farsi notare da Anonymous, in cui sogna di entrare. La madre, una marziale ex dirigente del ministero dell’Istruzione, per sfruttare le sue abilità e nel contempo punirla, la obbliga a partecipare a un’operazione governativa segreta senza precedenti nella storia del web…
frassinelli

 

Su ilLibraio.it, per gentile concessione dell’editore, un capitolo del libro

Gregorio si trova nell’ingresso, ad aspettarlo come al solito.

Nella luce dell’alba, suo padre è arancione.

Sembra sconvolto, come fosse arrivato il 2000 in anticipo.

Gregorio vuole stringergli le mani, gli porge le sue, il padre ricambia, lasciando qualcosa tra le dita del figlio. Gregorio apre a ventaglio le falangi e le guarda. Il qualcosa cade per terra. Un foglietto, che poi si scarta con l’aria e diventano due. Li raccoglie. Li apre per bene con delicatezza. Legge. Lo stupore lo zittisce.

«Un regalo per i miei primi dieci anni di servizio. Due biglietti per la finale di campionato di basket. Burghy e partita?»

Si era abbassato e aveva alternato le parole ai baci, come non avesse mai pensato nulla di male su Gregorio, come lo avesse davvero voluto questo figlio, come un padre da invidiare. Gregorio aveva sentito un brivido da nervi percossi. Per uno che era stato fino a quel momento educato a un affetto materno e monocratico, gli abbracci che si moltiplicano, la ricerca di una correità ereditaria, la condivisione di un evento pubblico, lui e quell’uomo, come persone che si vogliono bene, erano avanguardie che avevano bisogno di tempo perché Gregorio le potesse decodificare come familiari, piuttosto che respingenti. «Certo», rispose, sentendosi obbligato a dirlo. Euforia ingiustificata, scambio di complicità impreviste, il sangue, che sembrava essersi risvegliato, ristabilendo in un attimo una continuità padre-figlio esistita, finora, solo di fatto: sì, suo padre stava diventando pericoloso.

Si era alzato e l’aveva stretto. Poi aveva chiamato il palasport, chiedendo l’ora in cui era meglio arrivare, visto che erano neofiti.

Gregorio lo sentiva che diceva: «Capisco. Ah. Stanotte? Ma no. Ma certo. Ma ovvio, ovvio. Grazie e, okay. Direi che ci siamo detti tutto. Arrivederla».

Gregorio aveva piegato la testa su un lato, come un cane quando percepisce un suono nuovo. Il padre aveva allargato le braccia e non c’era stato nulla cui girare intorno. Il suo viso, un piano da cucina pieno di tagli.

«C’è stato un problema con un giocatore», disse suo padre, col tono che sbiadiva sillaba dopo sillaba.

«Tipo?» aveva chiesto Gregorio.

«La morte», aveva risposto il genitore, facendo crescere il figlio di tre anni in un secondo.

«La morte», aveva ripetuto Gregorio annuendo rassegnato, parendo al padre un vecchio prelato esausto di glorificare i lutti.

Poi erano rimasti in silenzio, finché Gregorio non aveva aggrottato le sopracciglia e non glielo aveva domandato, freddamente, come per un quesito clinico.

«E non hanno nessuno con cui sostituirlo?»

Sul momento, suo padre non ebbe nessuna reazione.

Rimase immobile, a capire se l’avesse detto davvero.

Poi, avvertì qualcosa staccarsi dallo stomaco, un pezzo che bruciava, un tonfo ideale accompagnò il dolore, durando poco, il tempo che la delusione prendesse il sopravvento. Il legame, l’osmosi percepita, l’avvio di una grande epica famigliare. Tutto dissolto. Sentiva una voglia di prendere quel figlio e gettarlo in una fossa comune, gli avrebbe ficcato volentieri la faccia tra i teschi, immerso il corpo in un mare di clavicole e radio, la sensazione di affogare nell’orrore che lo avrebbe accompagnato in quell’apnea di cadaveri, una nuotata nella cancrena, perché gli rimanesse addosso l’odore, gli restasse lucido il ricordo e gli fosse chiaro quanto crepare non fosse un qualcosa che si sostituisce, che i morti vanno onorati come i nascituri, perché è ciò che ci rende razionali ricordarci che cosa saremo, e le mani sarebbero volate forte, avrebbero insegnato, avrebbero rotto quella bocca e lasciato i segni, come ai vecchi tempi con tutti i coglioni cui aveva dovuto fare presente cosa fosse il rispetto; lo avrebbe fatto, se una sensazione non lo avesse reso fragile: la crudeltà pronunciata dal figlio, era colpa sua. Ma non solo. Quella crudeltà era proprio lui. Un suo modo di ragionare, una sua tendenza cinica al pragmatismo che il figlio, evidentemente, aveva ereditato. Se non voleva garantirsi una vecchiaia di recriminazioni, era meglio facesse finta di nulla, e trattasse quella che riteneva una pessima uscita del figlio per ciò che era, una cattiveria detta per innocenza, il frutto di una ripercussione genetica. Impostò una risata, la fece esplodere, allargò gli occhi, strinse le mani di Gregorio. Fu così che nacque l’idea, ma non subito.

«Allora canoa polo? Partita di Campionato sotto il tiro al piccione. Le persone con le pagaie, e le reti in alto. Sotto la pasticceria, vicino al bar del tramezzino col tacchino e il brie. Ci faremo un sacco di nuovi amici. Approvato?»

«Odio l’acqua», aveva replicato Gregorio, dirigendosi in camera sua: la domenica gli apparve ormai conclusa, una condanna da scontare.

«L’hai mai visti due uomini che si massacrano?»

Gregorio si bloccò senza pensarci: a pochi metri dalla sua stanza, a metà della scala, si girò verso il padre. Si specchiarono l’uno nell’altro. Massacrarsi. Una vergogna segreta gli faceva provare eccitazione per quell’idea così pura, la brutalità dei corpi che cercano l’offesa, la promessa fatta a se stesso di non abbandonare mai il padre, tutto gli tornò alla mente mentre correva verso di lui e lo abbracciava per la proposta. Furono le esse di massacrano a completare la conquista della sua dedizione a quell’invito. Gregorio non aveva dubbi a riguardo, nonostante suo padre l’avesse detto come fosse uno scioglilingua, una specie di fulmine nella schiena. Gli raccontò che adorava le zuffe a scuola, come a rivelarglielo, e non esserne vittima gli piaceva ancora di più.

«Dove sono queste risse?» aveva chiesto Gregorio, pensando a un rito collettivo molto vissuto, una messa in cattedrale.

«Allo stadio della boxe. La palestra delle arti marziali ospita degli incontri al pomeriggio dei festivi. Se ci sbrighiamo, magari riusciamo a entrare con i tifosi. Ci faranno sentire preparati anche a noi, vedrai. Non sono pestaggi come quelli in cui non sai mai come finisce, ma se le danno comunque. Alcune volte lo chiamano KO ma è coma.»

«Coma?» aveva ripetuto eccitato Gregorio.

Il padre aveva annuito. Poi, prendendolo sulle spalle, in camalletta, gli aveva sussurrato: «Non ci sono armi segrete. Contano solo i pugni. Sai quanti dicono che la boxe è come la vita? Non crederci. Sul ring ci siete tu e lui. La vita resta fuori. La morte fa il tifo. Chi eri, chi sarai, cosa hai perso, tuo padre. Non conta nulla, quando sono le botte che devono parlare. Per quello odiano i bulli. Perché rimettono a posto le cose. La legge del più forte è la legge dell’uguaglianza. Dammi il cinque».

Gregorio aveva tirato fuori la mano aperta.

«Prendo il montgomery!»

«Così sembri un commander. Bravo!»

Lo aveva fatto scendere e l’aveva guardato correre al piano di sopra. Aveva il cuore spalancato. «Sembra un test.»

Chiara era spuntata dalla cucina, mentre si sentiva Gregorio che si allacciava le stringhe.

«Puoi venire anche tu», le aveva risposto il marito senza aspettare la domanda.

«Un test dell’età della pietra», aveva continuato lei col solito sarcasmo.

«Non ho mai visto una domenica così a ottobre. Sarebbe stato bello al mare, con le urla dei giocatori, le cuffie strappate. Noi tre. Non farmene una colpa. Io manco ci sarei andato alla boxe, ci fosse stato altro. E poi è grande, non abbiamo nulla da temere. Ti prometto che non guardo le ragazze segna round.»
«Un test da maschio del re. Insegnargli le botte, quanta emancipazione. Libri teatro cinema. Ma no. Le tradizioni contano, la violenza apre gli occhi. Ci tiene un sacco a queste stronzate il dottor Menclasi, no?»

«Sono stato bene anch’io. Felice di averti rivisto. Ora torna pure di là. Non vorrei ti si ingelosisse la vodka.»

«Cosa pensi di fare?»

«Non so. Idee?»

«Lo sai a cosa lo stai educando. Te ne rendi conto?»

«Per me, non è né più né meno di un corso di civiltà contemporanea.»

«Ti avverto: ci sono anch’io nel suo DNA. Non dimenticarlo. La crudeltà non è un automatismo genetico. Ti piacerebbe.»

«E a te piacerebbe essere ancora insultata? Ricordi? C’è stata un’epoca che lo facevamo tre volte a settimana. Fino al giorno in cui hai deciso di rovinarmi la vita. Quindi? Si cambia, l’educazione, la stima per un marito, figurarsi per un padre. Chi ti adora ti odia e viceversa. Il DNA non conta un cazzo, amore mio. Come si dice? L’uomo è un animale adattabile. Gregorio sta solo imparando a conoscere la sua vera natura.»

«Sei un malato. Vedrai quando ce l’avrai contro.»

A quel punto, si era avvicinato, sfiorandole il viso con un bacio. Poi aveva puntato un dito contro il suo collo, come fosse un punteruolo, e glielo aveva digrignato nell’orecchio sinistro, rischiando di urlare: «Mi ringrazierà, maledetta che non sei…»

«Scivolata di potenza!» aveva urlato Gregorio a cavalcioni del corrimano.

Chiara aveva guardato il marito e si era sistemata i capelli; poi aveva scosso la testa, e si era rifugiata in cucina.

«Va bene il loden, papà? Cos’ha la mamma?» aveva esclamato appena atterrato dal piano di sopra. Glielo aveva chiesto con apprensione, come un amico. Non aveva sentito nulla del loro discorso; era stata solo una sensazione a farlo preoccupare.

«Niente, Gregorio. Ha solo paura che ti piacciano le botte.»

«Ma è così!» aveva risposto divertito Gregorio facendo gli occhi grandi.

Il padre gli aveva aperto la porta e gli aveva sorriso.

«Lo so. Sei mio figlio.»

Aveva ritrovato un po’ di orgoglio paterno guardandolo correre verso la macchina fendendo a dritti e ganci l’aria.

(continua in libreria…)

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