Nella raccolta di saggi “Chiamare le cose con il loro nome” Rebecca Solnit riflette su quanto sia importante saper usare le parole giuste, e decifrarle, nel mondo contemporaneo, caratterizzato da una comunicazione istantanea – Su ilLibraio.it un capitolo

Chiamare le cose con il loro nome, in libreria per Ponte alle Grazie nella traduzione di Laura De Tomasi, è una raccolta di saggi di Rebecca Solnit, scrittrice, giornalista e attivista americana.

In questo nuovo libro Solnit, nata nel ’61, sottolinea come mai come oggi, per riprendere una frase famosa, “le parole sono importanti”. Nel mondo ultraconnesso della comunicazione istantanea, saperle usare è determinante quanto saperle decifrare; non è solo questione di vero o falso, ma di potere e di egemonia, di vita o di morte. Mai come oggi, quindi, chiamare le cose con il loro vero nome è un’urgenza etica, prima ancora che politica.

Solnit analizza quindi i temi che, a partire dall’America di Trump e dalle sue narrazioni fuorvianti, toccano drammaticamente il mondo intero: la violenza del cambiamento climatico e della gentrificazione, le ingiustizie economiche e sociali, la discriminazione e la violenza razziale e di genere. Indica anche le parole, gli eventi e le battaglie che, a dispetto o forse proprio per la loro apparente perifericità, sembrano già segnare la direzione del cambiamento.

I suoi scritti sono apparsi in numerose pubblicazioni, stampate e online, tra cui The Guardian, Harper’s Magazine (per il quale è la prima donna a scrivere regolarmente la colonna Easy chair, che esiste dal 1851) e LitHub.

In Italia Ponte alle Grazie ha già proposto il suo Gli uomini mi spiegano le cose, una raccolta di saggi in cui la Solnit riflette, tra le altre cose, sul “mansplaining”, cioè l’atteggiamento di molti uomini che sentono la necessità di dover spiegare qualcosa a una donna, usando un linguaggio paternalistico, nonostante la loro interlocutrice non ne abbia bisogno.

Per gentile concessione della casa editrice, ilLibraio.it pubblica un capitolo del libro:

Otto milioni di modi di sentirsi a casa

20 ottobre 2016

Caro Donald Trump,

Mi chiedo se lei ha mai veramente esplorato la città di New York in cui dice di vivere. Glielo consiglio caldamente, perché ha bellezze e splendori che smentiscono completamente tante affermazioni che le ho sentito fare durante la sua campagna elettorale, in particolare nel dibattito finale. Per prima cosa, la popolazione di otto milioni di persone comprende un’ampia percentuale di immigrati, musulmani, neri, messicani e anche bravissime persone che sono al tempo stesso nere, musulmane e immigrate. I bianchi sono solo un terzo dei residenti. Lei sostiene che nel caso arrivasse un gran numero di immigrati irregolari e di musulmani, la situazione diventerebbe pericolosa. Ho una notizia da darle: ci sono già, e a quanto pare tutto funziona piuttosto bene.

Le è mai capitato di scendere dalla sua torre senza ficcarsi subito in una limousine diretta a un jet? Lei inveisce contro gli immigrati, ma più di un terzo delle persone che risiedono a New York City sono immigrati: il 37 per cento. Circa cinquecentomila persone che vi risiedono sono clandestini, e sono tra quelli che lavorano più duramente per far funzionare la città. Se venissero espulsi, l’industria alberghiera e della ristorazione andrebbero in crisi. A differenza di lei, il 75 per cento dei residenti senza permesso di New York City pagano le tasse, come sostiene l’ex sindaco Michael Bloomberg. Il quale ha pure sottolineato il basso indice di criminalità all’interno di quella fascia di popolazione. Nel complesso, che siano addetti alle pulizie o medici, gli immigrati sono una forza e una ricchezza per questa città.

Dovrebbe fare un giro nel Queens, il quartiere in cui lei è cresciuto. Oggi è il luogo dove si parlano più lingue della Terra, la zona della città in cui si può udire la maggior parte degli ottocento idiomi conosciuti. Molti sono lingue in via di estinzione, come sono venuta a sapere da una delle più stupefacenti associazioni della città, la Endangered Language Alliance. Le persone vengono qui in veste di rifugiati portando con sé la loro cultura. Qui ci sono alcuni tra gli ultimi individui che parlano certe lingue dell’Himalaya e delle Ande, e rendono questa città un mondo in cui convivono tanti mondi, una conversazione in cui trovano voce tante lingue e un rifugio, come è accaduto ai nonni di mia madre, sfuggiti alla fame e alla discriminazione in Irlanda, e ai genitori di mio padre, passati per Ellis Island per salvarsi dai pogrom del tipo che lei sembra fomentare.

Lei tratta i musulmani come stranieri pericolosi, ma sembra ignorare il fatto che la città in cui dice di vivere conta almeno 285 moschee e tra i 400.000 e gli 800.000 musulmani, secondo l’eccellente studioso newyorkese di religioni Tony Carnes. Ciò significa che uno su dieci o uno su venti abitanti di New York pratica la religione islamica. Un pugno di musulmani – tra cui lo stragista di Orlando, nativo del Queens – hanno commesso azioni malvage, ma se si pensa a quanti sono i musulmani non si può che smettere di demonizzarne milioni a causa degli atti di pochi.

A proposito del killer di Orlando: la sua omofobia, la facilità ad avere accesso alle armi, la storia di violenza domestica sono problemi locali sui quali c’è bisogno di lavorare qui, non roba d’importazione. New York ha anche aperto la strada della liberazione dalla discriminazione di gay e lesbiche, o meglio si sono liberati loro stessi, con campagne, progetti, spazi protetti e comunità che spargono liberazione in tutto il Paese e oltre i confini. Sono appena stata a bere un bicchiere allo Stonewall Inn nel West Village, e per me è stato esaltante essere lì dove quasi cinquant’anni fa rivolta e resistenza hanno cambiato i termini della questione e fatto valere diritti.

Ma stavamo parlando di cittadini musulmani, non di gay e lesbiche, benché sia certa che tra quelli ci siano anche dei gay, perché qui ci sono tutti. Tutti. I musulmani di New York City Muslims sono tassisti, lavorano nei chioschi di cibo halal sparsi per Manhattan, sono anche avvocati e studiosi e professori, programmatori e designer. Sono padri e figli, nonne e liceali. Tra le cose particolarmente belle di questa città c’è la complessità delle classificazioni. Molti musulmani sono immigrati o figli o nipoti di immigrati e vengono dall’Africa come dall’Asia, ma una percentuale significativa è afroamericana, quindi ha radici che affondano nella storia di questo Paese molto più profondamente delle sue o delle mie. I loro antenati hanno letteralmente costruito questo posto, compreso il muro da cui Wall Street prende il nome.

E a proposito di afroamericani: lei è mai stato a Harlem o nel Bronx? Insiste a parlare dei neri come se non ne avesse mai incontrato uno né fosse mai stato in un quartiere di neri. Davvero: durante l’ultimo dibattito lei ha detto: «I quartieri poveri sono un disastro. Ti sparano quando vai a fare la spesa. Non hanno istruzione. Non hanno lavoro. Io farò per gli afroamericani e gli ispanici più di quanto [Hillary Clinton] può fare in dieci vite. Tutto quello che sa fare è parlare agli afroamericani e agli ispanici». Amico, dici sul serio? Hai ricavato queste conclusioni guardando la tv – nel 1975? La popolazione di New York City ha un 70 per cento di diplomi di scuola superiore, che si abbassa leggermente nel caso dei giovani neri e ispanici, e un tasso di disoccupazione del 5 per cento circa. E tra l’altro, parlare con la gente è un ottimo modo per scoprire dove ti trovi e con chi hai a che fare. Dovrebbe provare anche lei. «Quartieri poveri» è un termine datato, un avanzo di quando città come New York si stavano sgretolando a causa delle dismissioni e del calo della popolazione, e allora sì che il tasso di criminalità era alto (notizia al volo: la criminalità è calata in tutto il Paese negli ultimi venticinque anni, anche se a lei piace insistere sull’eccezione costituita da Chicago). Quando lei parla di «quartieri poveri», appare superato di quarant’anni.

Un giorno dovrebbe andare a vedere che città in rapidissima espansione è oggi New York. Harlem per esempio, uno dei maggiori centri di produzione culturale degli Stati Uniti, il grande cuore della cultura nera del Paese per almeno un secolo, dove sono cresciuti o sono arrivati alcuni tra i suoi più grandi scrittori. Oggi è piena di persone istruite e di eccellenti professionisti, e dire il contrario è dimostrazione di ignoranza oltre che di razzismo. Non è un quartiere pervaso dal crimine, a meno che lei non intenda per crimine la gentrificazione e l’espulsione dei residenti – e sono sicura che lei non intenda questo mentre io a volte sì, constatando come la memoria di una cultura e la continuità di un luogo vengano progressivamente cancellate colpendo i più vulnerabili. Ma lei e io siamo destinati a non andare d’accordo in tema di speculazioni immobiliari, quindi è meglio cambiare discorso.

Lo ripeto, faccia un giro per New York: è davvero un gran bel posto. Tra le altre cose è anche una grande città latinoamericana. Lo sapeva che le stazioni radio più ascoltate sono in lingua spagnola? Che il DJ Alex Sensation, un immigrato colombiano, ha la trasmissione di maggior successo tra le trasmissioni di maggior successo degli Stati Uniti? La sua trasmissione mescola diversi tipi di musica latinoamericana, perché New York è la capitale latinoamericana dove arrivano tutti, dai cubani ai dominicani, dai colombiani ai guatemaltechi. In questa grande mescolanza di culture, la musica salsa si è evoluta per emigrare a sua volta, diventando uno degli articoli che gli Stati Uniti esportano con più successo insieme allo hip-hop e al rap, nati nel South Bronx e oggi parte vitale della cultura popolare, dagli inuit del Canada all’Africa centrale.

Qui hanno trovato la libertà rifugiati di tutto il mondo, qui sono nate istituzioni, come Planned Parenthood, a cui lei minaccia di togliere i finanziamenti; gruppi come Black Lives Matter, che lei ha stigmatizzato. Forse è perché lei non conosce New York: la città non va d’accordo con lei, va contro la sua ideologia. Ci sono tante New York, e tutti noi possiamo scegliere la nostra, ma la New York dei ricchi è solo una piccola fetta della città. Dietro di essa ci sono mille New York con mille modi di vivere e di lavorare, centinaia di lingue, dozzine di religioni, e tutti ogni giorno si incontrano sui marciapiedi della metropolitana, per le strade, nei parchi, negli ospedali, nelle cucine e nelle scuole pubbliche. Perché i newyorkesi escono e si mescolano, e su questa meravigliosa coesistenza nella differenza si basa lo spirito autenticamente democratico, la fede in nome della quale tutti possiamo contare gli uni sugli altri e trovare, in senso letterale e figurato, un terreno comune di socializzazione.

Se lei non è pronto a uscire e a mescolarsi, ecco un semplicissimo consiglio di lettura: legga del denaro. Non un pezzo grosso, bastano dieci centesimi. E pluribus unum, c’è scritto: «uno fatto di molti». Questo motto è stato uno dei principi fondamentali di questo Paese sin dalla sua nascita. Viene messo in pratica nelle nostre città, nei grandi luoghi di coesistenza. Non si tratta solo di tolleranza o di differenza, ma di piacere e amore per la differenza, per la mescolanza, per i matrimoni misti, le ibridazioni e l’invenzione di nuove forme nate dalle differenze di cui siamo portatori quando ci uniamo. Molto di tutto ciò rende l’America un grande Paese quando è grande, e non un Paese arrabbiato, divisivo, iniquo e fuorviato. Un Paese che è proprio qui, tutto intorno a noi, in questa grande città.

Cordialmente,
Rebecca Solnit

(continua in libreria…)

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