La protagonista di "Fare l'amore" (Ponte alle Grazie), l'ultimo romanzo di Rossana Campo, sembra volerci dire che abbandono e coraggio possono essere sinonimi, e che ciò che conta alla fine è la bellezza... - Leggi un capitolo

Susi ha 46 anni, è sposata e vive a Parigi ed è appena uscita con le ossa rotte da una storia travolgente. Per provare a distogliere lo sguardo dal passato e staccarsi un po’ da tutto torna in Italia. La accoglie una caldissima estate romana, che le fa incontrare Mario, un bassista leggermente rozzo ma anche sensuale e allegro, con tre figli e due ex mogli da mantenere, più una relazione in corso: ma non importa, perché da questo incontro fortuito tra Mario e Susi nasce una passione improvvisa e totale…
La protagonista di “Fare l’amore” (Ponte alle Grazie), l’ultimo romanzo di Rossana Campo,  sembra volerci dire che abbandono e coraggio possono essere sinonimi, e che ciò che conta alla fine è la bellezza…

Per gentile concessione di Ponte alle Grazie, Cado in piedi pubblica il primo capitolo del romanzo

Una donna che non ha mai perso la
testa non sa cosa ha perso

Guido Gozzano

 

Ho preparato la borsa con la tuta e l’asciugamano, mi sono infilata i jeans e il giubbotto e mi sono diretta alla palestra di boulevard Raspail. Continuavo a dirmi, te lo sei voluto, era chiaro che finiva male, era un ragazzino, era pazzo come un cavallo, te lo sei voluto, vecchia mia. Il fatto di assumermi la responsabilità dei miei atti è una cosa che avevo imparato in un gruppo di terapia qualche anno fa.
Aveva funzionato. Il trucco è non sentirmi vittima, non sentirmi la solita disadattata, quella che non ha il diritto di stare al mondo. Prendermi la responsabilità di quello che mi capita. È dura, mi era sembrato durissimo all’inizio, come faccio a prendermi la responsabilità della mia vita? Della mia storia? Di tutti gli stronzi con cui ho avuto a che fare? Di tutte le umiliazioni subite, dei sentimenti messi male, sempre nel posto sbagliato. Come faccio.

Eppure è così, funziona. È così. Mi prendo la responsabilità di non aver voluto vedere.

È andata così, ancora una volta avevo sbagliato tutto, ancora una volta avevo messo troppe cose nel posto sbagliato, avevo messo parole e pensieri e lettere e telefonate e messaggi notturni, e mani e carezze e lingua saliva le braccia i capelli ancora una volta avevo puntato tutto nel posto sbagliato. Cercavo di capire le regole della vita, dell’amore, della sofferenza e della gioia, cercavo di capire se per caso esistono delle leggi segrete dei movimenti che stanno dietro o sotto o dentro le cose per cui quando ti muovi in una
direzione e quella direzione è sbagliata stai andando contro queste regole stai andando contro te stessa.

Avevo letto un romanzo giapponese, citava un proverbio che dice: chi scala un’alta montagna deve poi riscenderla. Avevo scalato la montagna dell’amore, a quarantasei anni, sposata da dieci, mi ero messa ancora una volta a scalare la montagna dell’amore per un altro uomo, un ragazzo. La voglia ancora una volta di aprire
lo stronzissimo cuore, le trippe, il mio corpo, i batticuori, le ferite, le
lacrime improvvise per qualche parola detta male, per un suo gesto sgarbato, per un’occhiata annoiata o lontana. L’amore non lo puoi forzare non puoi cercare di cavarlo fuori da qualcuno che non ne possiede la grammatica. mi ero detta: cercare di spremere fuori l’amore in casi come questi è come cercare di aprire una porta blindata a calci e spallate, finisci solo per farti del male.
Allora adesso cerchiamo di ricominciare. A partire da quest’anno, quest’anno che apparentemente non è stato granché, ci rimettiamo al mondo da sole. Avevo passato più di nove mesi a rimettermi in piedi.

Avevo cercato di vivere giorno dopo giorno occupandomi di me come ci si occupa di un malato convalescente, una persona cara che ha appena fatto una lunga e grave malattia. A volte scoprivo che parlavo a me stessa come mia madre parlava a sua madre quando era avanti negli anni e era tornata a essere una specie di bambina non più autonoma, e ricordavo le parole di mia madre che in molte
occasioni della giornata ripeteva una serie di frasi che ormai sapevo a memoria. Al momento di mangiare, al momento di andare al gabinetto, di staccarsi dalla televisione per andare a dormire, mia madre ripeteva, su coraggio ancora un piccolo sforzo e è fatta. Hai visto che oggi va un po’ meglio? Hai visto che brava che sei? Coraggio, un altro piccolo sforzo, un altro boccone, un altro sorso e ci siamo.

Avevo passato nove o dieci mesi a trattare me stessa in questo modo. Un’altra ora, un altro pomeriggio, un’altra serata. Coraggio che passa, sta passando devi solo tenere duro. Non è certo la prima storia d’amore che va a puttane, non è certo la prima delusione, non è certo il primo pazzo a cui permetti di farti del male. E così era passata la prima settimana dalla fine dell’amore, poi il primo mese,
la prima estate, il primo autunno, eccetera. Avevo cercato di riprendere il gusto di vivere, e di farlo da sola. Avevo cercato di dare il massimo di energia e il massimo di valore a qualunque cazzata stavo affrontando. Andando a fare la spesa al mercato, mi concentravo sullo scegliere la migliore insalata i migliori pomodori, avevo scoperto una panetteria che faceva un pane molto
croccante che mi ricordava le pagnotte pugliesi della mia infanzia, e poi la palestra, era uno dei momenti migliori, mi concentravo sul mio corpo, sui muscoli, la respirazione, il sudore, il battito del cuore, il movimento delle gambe, dei piedi, le mani, la schiena. Avevo trovato una nuova palestra, una di queste dove puoi fare di tutto. Avevo iniziato con le macchine, come mi aveva consigliato Yussuf, l’istruttore, e mi ero messa lì le prime due settimane a
cercare di intostarmi i muscoli. Yussuf mi aveva fatto pesare (sovrappeso di quattro chili) aveva misurato la massa di grasso del mio corpo, mi aveva fatto una serie di domande sulle mie abitudini di vita e aveva stampato un foglio con il mio programma giornaliero per due settimane. Prima di tutto dovevo iniziare il riscaldamento con la cyclette, quindi saltare da una macchina all’altra:
prima mi lavoravo i muscoli dell’addome, quindi passavo alla trazione di quelli del dorso, un’altra macchina e ci davo dentro coi pettorali, le spalle, i bicipiti, le cosce e i glutei. Ero andata nella saletta dove una decina di uomini e un paio di donne lavoravano al sollevamento pesi. Producevano dei versi che ricordavano quelli del sesso, degli amanti quando godono. Io avevo cominciato
coi pesetti da un paio di chili, nel giro di una settimana li avevo raddoppiati e poi triplicati.

Mentre facevo i pesetti per i bicipiti pensavo ai film di Rocky, cercavo di sentirmi come Rocky quando si sta allenando per risorgere dalle sue ceneri, poi guardavo il mio corpo riflesso nella parete rivestita di specchi, la pelle bianca senza abbronzatura, le tette pesanti, un po’ di panza e un corpo per niente  in forma se paragonato a quello degli altri uomini e donne che vedevo riflessi
nello specchio. Ero lì, bianca, goffa, con la faccia pallida, le occhiaie,
come a dichiarare chi ero e cosa mi era successo. Il mio amante non mi amava più, il mio amante mi aveva lasciata e io dovevo combattere con l’umiliazione, la delusione il senso di solitudine e il dolore che questo fatto mi procurava. Avevo cercato di lottare contro la vecchia sensazione che le palestre e le attività sportive mi hanno sempre dato, di essere la solita imbranata della classe, quella tagliata fuori, quella a cui i professori dedicano una riunione a parte per discutere del suo caso.

D’accordo, forse a quarantasei anni non ero ancora da buttare via ma i vecchi sentimenti di inadeguatezza tornavano sempre, si rifacevano vivi e dopo una delusione d’amore uscivano più prepotenti che mai, come un fiume a cui è stato costruito un argine con qualche mattone e un po’ di fango e alle prime piogge autunnali quel lavoro malfatto e provvisorio dimostra la sua insufficienza.

Però continuavo, e mi concentravo sul cuore che pompa veloce, il corpo sudato che produce le sue endorfine, mi dicevo che mi sentivo viva, mi dicevo, sono qui, ci sono ancora e sono pronta a combattere di nuovo. Affanculo la mia dipendenza dai maschi stronzi, affanculo la mia pazzia che mi spinge a mettermi sempre nelle situazioni più assurde che mi spinge sempre vicino al baratro. Sono viva, ho il mio corpo, i miei muscoli, e le tette e un cuore che pompa e vado avanti, fino al prossimo casino. Non mi faccio sconfiggere, non ci sto a farmi buttare giù, deve ancora nascere lo stronzo che mi manda giù. Appena arrivavano le tre del pomeriggio prendevo il metrò e mi dirigevo nella palestra di boulevard Raspail. Entravo spedita negli spogliatoi, mi cambiavo in fretta e dopo il solito riscaldamento alla cyclette mi fiondavo nella sala delle macchine e pian piano mettevo sotto sforzo tutti i muscoli. Dopo le macchine, i pesi. Avevo provato tutti i tipi di ginnastica che la palestra offriva, body combat, yoga flex, aerobica, mi piacevano queste nuove palestre che mischiano arti marziali, yoga e ginnastica classica. Forse era solo una grande cazzata, ma mi permetteva di stare a galla.

Stavo reagendo, ma veniva fuori ancora un volta la mia natura compulsiva, non riuscivo a tenere sotto controllo il fatto che le mie giornate adesso ruotavano intorno all’attività che svolgevo in palestra, non riuscivo a darmi una misura e la sera tornando a casa ero contenta di sentire i muscoli che mi facevano male, le gambe dure, la testa vuota, ero soddisfatta di ritrovarmi in uno stato simile a quel torpore coi brividini di freddo che si hanno prima che arrivi l’influenza.

Almeno, questa volta le mie energie le mettevo in qualcosa che non era solo e completamente distruttivo. Questa volta dal mio carattere infantile dipendente e confusionario avrei tirato fuori almeno un buon fisico, forte e muscoloso, pronto a reagire all’aggressività del mondo e alla pazzia delle persone che ti usano e poi ti buttano via.

Io che ero stata antisportiva per gran parte della mia vita, io che nell’ora di ginnastica a scuola mi nascondevo negli spogliatoi e inventavo sempre qualche scusa per starmene acquattata a sfumazzare e sparare cazzate con le ripetenti, io ero diventata una fervente devota della palestra. Mi ero salvata il culo. Nel giro di tre, quattro mesi ero sicura di avercela fatta, avevo quasi dimenticato il mio amante e le umiliazioni che mi aveva procurato. Non mi faceva più male pensare a lui e ai momenti buoni che avevamo avuto insieme, non mi piegavo in due ascoltando nell’ipod una canzone che sentivo percorrendo la strada verso casa sua.

Ero piuttosto contenta di come stavano andando le cose. Mi ero anche attaccata sulla scrivania una frase di Colette che diceva: Una donna rinasce sotto tutti i cieli dove guarisce dal male d’amore. Colette faceva ginnastica, e anche a lei piacevano gli uomini giovani. Colette era una gran figa nelle cose dell’amore, era pronta a vivere tutto a testa alta, mantenendo sempre la sua dignità, e rinascendo ogni volta.

E io porca miseria stavo guarendo dal male d’amore, da un’altra cantonata, da un’altra inculata micidiale e riuscivo a non attaccarmi alla bottiglia, a non mettermi a rimorchiare qualche nuova testa di cazzo in giro per i baretti, a non stare chiusa in casa a frignare sotto le lenzuola per giorni e giorni. Reagivo, parlavo alla piccola demente che abitava dentro di me, parlavo con gli esseri umani, se qualche amico mi invitava a una cena andavo, provavo a partecipare con tutta me stessa a quello che la vita mi proponeva. Avevo richiamato vecchi amici trascurati da tempo, trascurati per tutto il tempo della mia passione con D. E alla fine mi ero anche iscritta a un centro di Ashtanga Yoga, come mi aveva consigliato la mia amica Catherine. Ero rinata dalle mie ceneri, come Rocky, come Colette.

(continua in libreria…)

Commenti