Incontro con Albert Espinosa autore di Tutto quello che avremmo potuto essere io e te se non fossimo stati io e te ISBN:9788862564328

Marcos può vedere i pensieri delle persone che gli stanno accanto, i ricordi più belli e quelli che non avrebbero voluto vivere. Marcos ha un dono che in tanti vorrebbero, ma ha da poco perso la madre e tutto ciò che lo circonda non ha più valore. O quasi. Con Tutto quello che avremmo potuto essere io e te se non fossimo stati io e te, Albert Espinosa ci racconta una Madrid futuristica, dove le persone hanno smesso di sognare e dove la vita del giovane protagonista viene sconvolta nel giro di poche ore da una ragazza speciale e da uno straniero di cui tutti hanno timore. Infinitestorie.it ha incontrato e intervistato lo scrittore spagnolo.

D. Quella che descrive in Tutto quello che avremmo potuto essere io e te se non fossimo stati io e te, è un’umanità che non dorme mai, che ha deciso di non dormire, abusando di una sostanza, la Cetamina, che tiene perennemente svegli. Dove ha tratto l’ispirazione per raccontare questa storia?

R. Mio nonno è stato un farmacista molto in gamba, che per poco non si è aggiudicato il premio Nobel proprio per aver messo a punto un farmaco capace di annullare il sonno. Il nome che lui avrebbe dato a questo medicinale era Cetamina. Ho voluto pertanto inserirlo nel mio romanzo per ricordami di lui. Proprio in questi giorni ho letto che, in Inghilterra, stanno sperimentando un medicinale grazie al quale, dormendo solamente quattro ore, si otterranno i benefici di otto ore di sonno.

D. Marcos, il protagonista di Tutto quello che avremmo potuto essere io e te se non fossimo stati io e te, ha un dono davvero speciale, quello di sentire, intuire e leggere le emozioni e i ricordi delle persone che incontra. Oltre a tutto ciò Marcos ha un modo particolarissimo di amare. Ce ne vuole parlare?

R. Sì, Marcos ha sicuramente un modo diverso di amare, molto simile al mio. Per descriverlo meglio vi racconto una storia che ha condiviso con me un uomo che ho conosciuto in ospedale. Quell’uomo mi ha parlato delle diverse modalità che le persone hanno di amare, quasi fossero diversi pezzi di una scacchiera. C’è chi ama, per esempio, come gli alfieri, facendo mosse lunghe e certe, chi invece ama come i cavalli con balzi casuali e improvvisi e chi, infine, ama come i pedoni procedendo di casella in casella molto lentamente. Marcos ama proprio così, facendo pochi passi per volta. Ma i pedoni, pur con lentezza, sono capaci di percorrere passo dopo passo tutta la scacchiera, raggiungere il fondo e cambiarsi poi in altri pezzi.

D. Di lei è stato scritto che è “lo scrittore che ha 4,7 vite” in riferimento al fatto che, come sopravvissuto al cancro, avrebbe vissuto anche le vite di chi non ce l’ha fatta. Che effetto fa per lei questa definizione?

R. Tra i quattordici e i ventiquattro anni ho avuto numerosi tumori che mi hanno privato di una gamba, di un polmone e di metà fegato. Sono molte le domande che uno si pone nel momento in cui si ammala: innanzitutto “perché è toccato proprio a me?”. Poi quando sopravvivi e tanti intorno a te, non ce la fanno, ti chiedi nuovamente “perché proprio io?”. Non mi considero un eletto, ma una persona fortunata. Nei dieci anni che ho trascorso in ospedale pensavo che sarei stato felice di vivere almeno fino ai ventidue anni. Ora che ne ho trentotto mi rendo conto di vivere un tempo extra e ne sono entusiasta. Parlare della mia esperienza significa parlare anche di coloro che non ce l’hanno fatta.

D. Il mondo che ha creato in questo romanzo è un mondo nel quale non si muore in modo definitivo. Questo continuo passaggio da un pianeta all’altro rende la vita quasi immortale. C’è l’idea di un conforto, di una speranza in questa sorta di ‘eterno ritorno’?

R. Credo di sì. La vita che stiamo vivendo è una sorta di saga cinematografica che dura, così mi è stato detto, almeno sei episodi. Trovo che quest’idea sia davvero confortante. Ciò che più importa è riuscire ad assaporare al meglio ciascuna esperienza e, magari, fermarla nel punto che reputiamo più interessante.

D. Che cosa desidera fare da grande Albert Espinosa?

R. Vorrei continuare a occuparmi di tutto ciò che faccio ora: cinema, teatro e letteratura. Credo che la mia scrittura col passare degli anni continui a modificarsi, e io stesso dopo ogni libro mi sento un po’ diverso. Una persona che ho conosciuto in ospedale mi ha detto: ‘Quando pensi di avere tutte le risposte arriva l’universo e ti cambia le domande’. L’universo continua a cambiarmi le domande e io continuo a cercare nuove risposte.

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