Nella nostra quotidianità all'insegna dell'incertezza e dell'ansia, i social hanno cambiato davvero il modo in cui ci innamoriamo? Su ilLibraio.it la riflessione dello scrittore Giorgio Biferali, in libreria con il romanzo "L’amore a vent’anni"

C’è una ragazza che si misura un vestito davanti allo specchio, nella sua stanza. Si passa le mani sui fianchi, si volta, per immaginarsi come la vedrebbero gli altri, quando lei è di spalle. “Come sto?”, chiede alla madre. “Benissimo, piccola”, le risponde, con un’aria un po’ commossa, “sei diventata grande”. Qualche ora dopo è in un parco, seduta alla fine di uno scivolo, con il suo primo ragazzo, il suo primo amore, forse, nel loro primo appuntamento. Arriva il primo bacio, intenso, sembra non finire mai. Lui le solleva il vestito, le scatta una foto, lei si imbarazza, gli dice di smetterla. Il giorno dopo, a scuola, quella foto la vedranno tutti. C’è un ragazzo che ogni notte, prima di addormentarsi, chiama una certa Sara, una donna ideale inventata da skype per trovare il giusto volume della voce, la chiama, sì, per darle la buonanotte. Un altro, invece, prende per mano la sua ragazza, dopo averla bendata, la porta nella mansarda, dove tengono un vecchio proiettore. Le toglie la benda, ed ecco che appaiono, una dopo l’altra, le immagini delle feste, delle cene, dei pranzi, dove lui, senza farsi notare, l’ha sorpresa a parlare con altri uomini.

Sì, è vero, la vita a volte può somigliare a un episodio di Black Mirror, di Tredici, a una scena di Her, però a volte, non sempre. Michel Serres parla di me, di noi, come di una generazione di Pollicini e Pollicine, non perché abbiamo lasciato qualcosa per strada, gli indizi del nostro passaggio, magari, le nostre tracce, no, ma perché passiamo gran parte del tempo con gli occhi persi dentro un piccolo schermo luminoso, a scrivere, a mandare faccine, a cliccare play o pausa, a mettere like, a scorrere su e giù con il pollice per farci un’idea delle vite degli altri. Pollicini e Pollicine, sì, che poi diventano personaggi di un romanzo, poi di un film, mantenuti dai grandi, dagli adulti, dai genitori che vanno a lavorare ogni giorno perché i figli possano permettersi una vita sdraiata sul divano davanti allo schermo di uno smartphone.

La verità, al di là della retorica, è che il mondo è cambiato, davvero. Facebook, instagram, tinder, ormai, fanno parte della nostra quotidianità, sono diventati un’abitudine, una cosa normale. Per quale motivo, in Italia, il 70% delle persone entra su Facebook non appena si sveglia? Come mai le app per single, da 500 che erano, sono diventate 4500? Perché, a Tinder, si sono aggiunte app come JDate (per le persone di religione ebraica), Silver Singles (per gli over 50), Mouse Mingle (per gli amanti della Disney)?

Davvero basta Topolino perché nasca una storia d’amore? Forse, tutto nasce dalla mancanza di certezze, dall’ansia, da un’insicurezza generale dovuta a diversi fattori, primo fra tutti il lavoro, che coincide sempre meno con i nostri sogni, con quello che volevamo diventare da grandi, e che spesso nemmeno si trova, per cui ci si sente costretti a vivere nel presente, o tuttalpiù nel passato, evitando di pensare a quello che verrà.

Le città sono piene di nostalgia, di cabine telefoniche deserte, di buche postali vuote, come fossero dei musei a cielo aperto. Le ultime lettere d’amore le hanno scritte sui muri, ma basta un temporale, un po’ di smog, perché vengano cancellate. Ne esistono delle altre, a pensarci bene, ne scriviamo tante ogni giorno, e possiamo addirittura assistere mentre qualcuno sta scrivendo una lettera per noi (sulla chat di whatsapp, per esempio). Le richieste d’amicizia su Facebook, di following su Instagram, i match su Tinder, è come se fossero nuovi metodi d’approccio per chi dal vivo non avrebbe mai il coraggio di farsi avanti, di avvicinarsi, di pronunciare la prima parola. Forse è un’illusione, perché prima o poi ci si dovrà incontrare dal vivo, e la realtà, si sa, è tutta un’altra storia, ma intanto è un inizio, è già qualcosa. Magari nasce una storia d’amore che durerà per sempre, una di quelle che durante le feste crea un po’ di imbarazzo nello sguardo di lui, sulle guance di lei, quando qualcuno chiede: “E voi, come vi siete conosciuti?”. Ma che importa come, quello che conta è che è successo. A volte succede anche il contrario, ci si incontra in un caffè, durante un concerto, per caso, e si dà prima il contatto di Facebook, rispetto al numero, per mantenere un po’ le distanze, per andarci piano e capire chi si ha di fronte. Poi si mandano le note vocali, che sono come delle chiamate in differita. Si ascolta il messaggio, più volte, ci si prepara la risposta, il tono della voce, e via. Ognuno per dare il meglio di sé. Ok, non saremo così naturali, così spontanei, ma chi riesce a esserlo davvero, le prime volte? Sarebbe il caso di parlare di timidezza, della paura di farsi del male, dell’ansia di rimanere soli ancora per troppo tempo, più che di alienazione, di pigrizia, di generazioni allo sbando.

“Mi è successa una cosa, non sai, quando ci vediamo ti racconto”. Me l’ha detto un amico qualche giorno fa, in una nota vocale che durava sì e no cinque secondi, giusto il tempo di accorgermi che anche lui era per strada, forse a piedi, forse in macchina, immerso nel traffico. Non ci vedevamo da un po’, anche perché lui era sempre in giro per il tour del romanzo. Ci siamo visti, e il suo sembrava un racconto di Amos Oz. Mi ha ricordato di quando aveva presentato il suo romanzo in una fiera a Milano, che nella sala c’erano delle luci fortissime e faceva caldo, quasi non si respirava. Lui guardava il pubblico, mentre parlava, mentre parlavano i suoi relatori, e immaginava le vite di tutti, quelli seduti all’ultima fila, quelli in piedi, quelli arrivati in ritardo. E tra questi, me lo ricordo ancora, aveva visto una ragazza che lo guardava e che gli sorrideva, come se si conoscessero, come se lei l’avesse riconosciuto. E invece no, era passata di lì per caso, aveva letto il titolo del suo romanzo nel programma e l’aveva attirata. Dopo, lei ne ha comprato una copia, si è fatta fare una dedica da lui, un po’ timidamente, e se ne è andata, prima che si scambiassero i numeri. Passati tre, quattro giorni, forse una settimana, lei gli ha scritto su Instagram. Gli ha detto che il romanzo, per lei, era stato come un colpo al cuore, che le aveva fatto pensare alla sua infanzia, a tutto quello che non c’era più. “Dovrei passare a Roma, nel weekend, sarebbe bello vedersi”, gli ha scritto lei. Adesso, così dice lui, stanno insieme, anche se a distanza. Sembra felice. Il tempo delle storie, in fondo, non è finito. Facebook, Instagram, Tinder, Twitter, Sarahah, forse, sono solo altre occasioni per dirsi: “Quando ci vediamo, ti racconto”.

L'amore a vent'anni di Giorgio Biferali

L’AUTORE – Giorgio Biferali ha pubblicato i saggi A Roma con Nanni Moretti, (Bompiani 2015, con Paolo Di Paolo) e Italo Calvino. Lo scoiattolo della penna (La nuova frontiera 2017). L’amore a vent’anni (Tunuè), tra i 41 libri segnalati dagli Amici della Domenica per il premio Strega 2018, è il suo primo romanzo, ambientato a Roma. Giulio e Silvia, i protagonisti, abitano nella stessa strada, ma si conoscono in facoltà. Lui, cresciuto con due fratelli e genitori che stanno insieme da sempre, vive nel ricordo di amori infantili fatti di sguardi fugaci e imbarazzi; lei, figlia unica e costretta a vivere con una madre che non sopporta, ha varie storie tormentate alle spalle e si sente ormai incapace di legarsi a qualcuno. L’incontro con Silvia trascinerà Giulio in un amore simile a un’altalena, dalla quale sarebbe bene scendere, a meno di non voler scoprire il più inaspettato e beffardo dei segreti…

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