"La rete e i social hanno bisogno di umanizzazione, così come ne ha bisogno la nostra società e tutto ciò che ci riguarda". In occasione dell'uscita di "Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello", un saggio di grande attualità, nell'era dell'interconnessione, degli haters e dei cyberbulli, ilLibraio.it ha intervistato gli autori, la sociolinguista Vera Gheno e il filosofo Bruno Mastroianni: “Ogni parola che scegliamo di usare è un atto di identità, cioè racconta agli altri qualcosa di ciò che pensiamo e, in definitiva, di ciò che siamo... Scrivere online è quasi scolpire nella pietra. Ecco perché le parole in rete hanno ancora più rilevanza”

In questa società sempre più interconnessa è importante trovare un modo per vivere senza conflitti continui, perché la l’esistenza “in rete” deve ormai essere riconosciuta come un aspetto fondante della nostra vita (volenti o nolenti). Nel saggio Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello (Longanesi), la sociolinguista Vera Gheno e il filosofo Bruno Mastroianni affrontano i tanti aspetti dello stare connessi senza demonizzazioni o perdite di speranza. Anzi, la sfida – tra haters, cyberbulli, detrattori della tecnologia, egocentrici del web – è quella di dare inizio all’“umanizzazione del web”. Per approfondire i tanti aspetti trattati nello studio, ilLibraio.it ha intervistato gli autori.

La rete è piena di contestatori: il vostro libro affronta l’argomento fin dal principio, analizzando le “sfumature di odio” presenti online. Come è possibile trasformare il dissenso in una “disputa felice”, per dirla con Bruno Mastroianni, senza incappare in scambi accesi, offensivi e quindi del tutto inutili?
“Intanto, bisogna riscoprire il valore del dissenso, anche quando espresso malamente e fastidioso. Di solito, nelle parole di un contestatore, per quanto maleducate e violente, c’è sempre qualche argomento da prendere in considerazione (a meno che non si tratti di pura irrazionalità o di soli insulti). Come esseri umani vorremmo non essere mai contestati da nessuno ed essere circondati da consensi; spesso questo ci porta a liquidare facilmente il dissenso come odio. Gran parte delle volte è invece solo differenza (di sensibilità, di prospettive, di linguaggio), che sui social si manifesta senza filtri”.

Quindi come ci si deve porre?
“Considerare questa differenza e tentare di argomentare raccogliendo le istanze avverse aiuta a mettere a fuoco meglio il proprio pensiero. Il dissenso permette il collaudo di ciò che pensiamo: se siamo in grado di argomentare serenamente anche di fronte a un altro totalmente divergente, è il segnale che ciò che pensiamo ha una sua consistenza. Quando invece andiamo in crisi, è forse più per una fragilità del nostro pensiero che non per la violenza dell’altro”.

Essere connessi e felici è possibile anche grazie alla pazienza, dote che torna utilissima online quanto nella vita di tutti i giorni.
“La pazienza è utile sempre; diventa, però, indispensabile in situazioni di crisi. La gestione dei momenti critici forse è apparsa fino a ora prerogativa di chi si occupa professionalmente di comunicazione; è invece una competenza utile – e forse necessaria – per tutti, dal momento che viviamo nell’iperconnessione”.

Perché?
“Mentre pensare di non commettere mai errori è davvero un’utopia, dobbiamo tutti imparare a gestirli. Online, questo significa saper reagire in maniera non scomposta se abbiamo pubblicato una foto nel luogo sbagliato, trovare una soluzione per controllare i danni (che non sia fare finta di nulla) quando ci siamo lasciati trasportare dalla rabbia e abbiamo scritto cose irripetibili, non andare nel panico quando ci rendiamo conto di esserci più o meno involontariamente esposti a pubblico ludibrio. Nel contesto della gestione di crisi, la pazienza e la calma diventano davvero fondamentali; altrimenti, se continuiamo ad agitarci, c’è la concreta possibilità di peggiorare la situazione”.

I più giovani fruitori del mondo online spesso sono portati a condividere tutto ciò che vivono, trasferendo quasi istantaneamente la vita reale nella dimensione virtuale, senza filtri. Immediatezza e condivisione onnipresente pagano?
“Prima di tutto, una controdomanda che è una mezza provocazione: possiamo davvero dire che questo errore lo commettano solo i più giovani? Rivolgiamo un pensiero anche agli adulti che condividono senza esitazioni la bufala del giorno… In ogni caso, secondo noi il problema non è quanto si condivide, ma come e cosa. Non c’è in realtà una divisione tra vita reale e dimensione virtuale: ciò che facciamo online e come ci comportiamo offline sono ormai intrecciati in maniera irreversibile”.

E quindi?
“Occorre lavorare sul significato che diamo a ciò che facciamo sempre, perché la connessione ci ha reso tutti dei piccoli personaggi pubblici con una certa visibilità. È giunto il momento di imparare a gestire questa dimensione pubblica aumentata non solo difendendosi da possibili errori, ma costruendo un racconto di sé online che migliori la nostra vita relazionale e sociale. Sui social, in una chat di WhatsApp o per strada valgono le stesse regole: siamo noi davvero? Siamo autentici? Che idea diamo di noi stessi? Da questo passerà il miglioramento (o il peggioramento) della nostra reputazione”.

Spesso si sentono genitori spaventati da quanto tempo i figli passano al telefono, o meglio in rete…
“Apparentemente i figli sembrano più capaci dei genitori nel gestire le loro attività online, ma è un errore di interpretazione. I più giovani sanno forse usare meglio lo strumento, ma questo ‘saper usare’ non basta. La sfida della connessione va molto oltre l’uso strumentale: i social hanno ampliato la nostra dimensione relazionale, hanno cambiato il nostro modo di socializzare, conoscere, lavorare… C’è bisogno di dare un senso a questa dimensione potenziata: proprio il contributo che le generazioni dei ‘nativi cartacei’ potrebbero dare grazie alla loro maggiore esperienza di vita. Insomma, vietando e proponendo come unica prospettiva lo spegnere i dispositivi non si affronta il problema: lo si evita”.

Nel vostro libro auspicate che si realizzi l’“umanizzazione del web”, forse la più grande sfida per gli internauti: di cosa si tratta?
“L’iperconnessione ci ha reso tutti più vicini, ma non automaticamente dei ‘buoni vicini’. Le distanze che prima potevamo frapporre fra noi e gli altri che non gradivamo saltano per via del continuo collegamento che il web produce tra ambienti culturali e sociali disomogenei. Il ‘buon vicinato’ nell’iperconnessione richiede uno sforzo di umanizzazione più impegnativo di quanto non lo chieda già la vicinanza fisica con i nostri simili. La rete prende la forma che le diamo in base al significato che diamo alle nostre relazioni all’interno di essa. Il web ha bisogno di umanizzazione, così come ne ha bisogno la nostra società e tutto ciò che ci riguarda. La vita dell’uomo in fondo è un cammino per essere all’altezza della propria umanità; di questo cammino fa parte pienamente la connessione, ormai un aspetto ordinario nelle nostre vite”.

Che cos’è il cosiddetto Google cv e quali accortezze dobbiamo avere nel condividere post, commenti, fotografie?
“Il Google CV, o Curriculum Vitae di Google, è l’insieme delle informazioni che ci riguardano che possiamo rintracciare tramite i motori di ricerca. Queste informazioni possono essere state inserite da noi volontariamente, e quindi, ove possibile, presentarci al meglio, oppure essere conseguenza di azioni indipendenti dalla nostra volontà, e magari metterci in cattiva luce. Cercare noi stessi con Google, scoprire che cosa vedono gli altri di noi (di bello o di brutto), saper rispondere in maniera pacata e informata anche davanti a una domanda inerente a qualcosa di imbarazzante che si vede in rete di noi è sempre più importante, dato che spesso i potenziali datori di lavoro cercano di farsi un’idea di chi valutano per un incarico, oltre che dal curriculum ufficiale da noi inviato, anche tramite una ricerca su Google. Se, davanti a ottime referenze, un controllo in rete svela che riempiamo il nostro profilo Facebook di frasi inneggianti all’odio e all’intolleranza, che effetto potremmo avere su chi pensava di assumerci? O ancora, se cerchiamo di proporci come esperti dei social, ma i nostri profili sono inesistenti o completamente sguarniti o trascurati, ecco che le nostre azioni raccontano una storia diversa rispetto a quanto abbiamo inserito nel CV che abbiamo presentato”.

Nel vostro studio leggiamo che le parole online sono ancor più rilevanti che offline. Volete spiegarci in che senso?
“Ogni parola che scegliamo di usare è un atto di identità, cioè racconta agli altri qualcosa di ciò che pensiamo e, in definitiva, di ciò che siamo. Quando ci vediamo di persona, e siamo l’uno di fronte all’altro, siamo aiutati, nel processo di comunicazione, da gesti, sguardi, espressioni del viso, posizione del corpo nello spazio, tono della voce e così via. Tutto questo non si ha online: lì siamo solo parole, e tutto ciò che siamo e pensiamo viene convogliato dalle parole che usiamo. Tra l’altro, si tratta di parole che sono scritte in pubblico, rimangono e sono riproducibili facilmente, molto più di quelle che usiamo in conversazioni a voce. Scrivere online è quasi scolpire nella pietra. Ecco perché le parole in rete hanno ancora più rilevanza”.

Rispetto al termine abusato di questi ultimi mesi “fake news”, preferite nel libro fare riferimento a “information disorder”: qual è la differenza? Siamo in un’epoca di ritorno alla disinformazione?
“Non c’è stata un’epoca della verità e della buona informazione, così come la nostra epoca non è quella della disinformazione. Ci sono gli uomini che da sempre sono alle prese con la fatica della conoscenza e con gli interessi di parte e le relazioni di potere che portano a manipolazioni e distorsioni. Quello che casomai è cambiato con il web è il fatto che non ci si può più nascondere dietro un dito: abbiamo tutti davanti agli occhi la realtà del disordine informativo in cui viviamo e in cui ciascuno tende a piegare la visione della realtà in base ai suoi interessi e alle sue convinzioni. Il fatto che molti si approfittino di questo per scopi commerciali o politici non è una novità; la novità è che i mezzi sono più potenti e efficaci. Ma attenzione: sono più potenti ed efficaci per tutti, anche nel difendersi. La domanda allora è: gli esseri umani fanno tutti gli sforzi necessari per conoscere la realtà, o si accontentano della versione che più compiace le loro sensazioni e percezioni? La sfida è prima di tutto culturale, solo dopo tecnica”.

Verso la fine del vostro libro si legge che è ora di autoregolamentarsi, prima di farsi regolamentare da altri: in cosa è più urgente intervenire? E come?
“Riteniamo che qualsiasi regola imposta dall’alto o da altri non possa che essere successiva alle regole che imponiamo a noi stessi. Usiamo una parola desueta, ma molto efficace: contegno. Dobbiamo imparare a mantenere un contegno in rete non perché lo dice la legge, non perché altrimenti facciamo uno sgarbo a qualcuno o a qualcosa e nemmeno perché potremmo fare arrabbiare gli altri. Lo dobbiamo fare in primo luogo per noi stessi, dato che l’essere umano è un animale sociale, e pensare di vivere tutta la vita senza curare i rapporti con gli altri è sciocco e, a dirla tutta, anche tremendamente noioso”.

Proviamo a immaginare il curriculum del perfetto utente della rete: quali prerequisiti sono richiesti?
“Un certo grado di educazione alla socialità (insomma, come stare bene con gli altri) e tanta, tanta curiosità. Nello scoprire cose nuove, nel comprendere i propri limiti in modo da darsi lo spazio e il tempo per crescere, diventando davvero pienamente cittadini di questa nuova società iperconnessa e ipercomplessa”.

 

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