La forza di William Somerset Maugham (1874-1965) è in gran parte nella sua esibita estraneità morale a ciò che narra, nella distanza, nell’assenza o nel taglio radicale di qualsiasi forma di giudizio. Ma come racconta su ilLibraio.it Mario Baudino, lo scrittore “cattivo” ci fa amare i suoi personaggi proprio per le loro debolezze

«In tutto il mondo ci sono storie meravigliose da scrivere. Basta avere le palle». Fu l’ultimo consiglio che Somerset Maugham dette al nipote Robin, e che suona in Conversazioni con lo zio Willie, tradotto anni fa da Adelphi, come il vero testamento spirituale di uno scrittore che aveva fama di “cattivissimo” e di cinico, oltre va da sé a uno smisurato talento: e un altrettanto dilagante successo ben oltre la data della sua scomparsa, a Saint-Jean-Cap-Ferrat, nel 1965, chiuso in una villa che pareva una reggia, ricchissimo e solo.

Già nel ’54, quando compì 80 anni, l’editore Heinemann aveva provato a pubblicare un libro di saggi in suo onore, ma non ci riuscì perché i critici e gli scrittori invitati, anche quelli che sulla carta gli erano amici, si defilarono con le più svariate motivazioni.

Lo scrittore non se ne adontò. Del resto fino all’ultimo, anche nel pieno della demenza senile, non aveva mai versato una lacrima. In una sua biografa, Selina Hastings, lo definisce “violento come un tumore maligno”, e naturalmente fedele al principio che la vita non abbia senso. Il che forse è eccessivo, perché quando si riapre o si riscopre un suo libro, non si può fare a meno di chiedersi se davvero, nella sua totale impassibilità di fronte ai personaggi e agli eventi, non esercitasse invece una sorta di carità universale, proprio nei confronti di quella vita imperscrutabile e violenta di cui fu testimone in apparenza assai distaccato.

La forza di Maugham è in gran parte nella sua esibita estraneità morale a ciò che narra, nella distanza, nell’assenza o nel taglio radicale di qualsiasi forma di giudizio: ciò che ne fa, quantomeno, un testimone enigmatico. E pericoloso: in uno dei romanzi più celebri, Il fantasma nell’armadio (Cakes and Ale, del 1949), mise talmente in ridicolo la figura dell’amico Hugh Walpole, scrittore molto popolare – ne ricavò il personaggio di Alroy Kear, fatuo emblema del perfetto imbecille – da farlo, si dice, morire di crepacuore.

Ciò non toglie che si ritenesse, al fondo, un uomo buono. “Credo nell’amore, credo nell’entusiasmo… anche se sono incapace di praticarlo”, disse ancora al nipote Robin, per il libro delle Conversazioni. Si considerava potenzialmente tale, almeno quanto il principe Miskin, l’idiota di Dostoevskij, che solo per la sua natura di uomo buono scatena, pur senza esserne toccato, il male intorno a sé. L’interpretazione di Maugham, che sembra voler riscrivere, in tutta la sua opera, questo stesso libro, è evidente: così facendo svela la malvagità del mondo, oltre che appunto l’insensatezza della vita. L’uomo buono resta una sorta di santo, un’idea di Cristo ben presente allo scrittore, che ormai obnubilato faceva ripensando alla propria vita ironici paragoni, sul tipo: «Gesù aveva certi vantaggi che a me mancano».

Era – o si riteneva – un Cristo insensato a sua volta, ma non per questo meno ammirevole, proprio come alcuni dei suoi personaggi, per esempio il giovane americano Laurence Durrel, Larry che, nel Filo del rasoio rifiuta la promozione sociale e un ricco matrimonio per compiere liberamente le sue esperienze in giro per il mondo, e spogliatosi di tutto sparire infine nella sterminata provincia, a vivere di un lavoro modesto. O come Walker, amministratore di un’isoletta nel Pacifico, irlandese autoritario e volgare che ama gli indigeni al modo ferocemente paternalistico dei colonizzatori; li aiuta, li protegge e li opprime. Ma quando viene assassinato, a opera del suo secondo che lo odia, muore come un santo, perdonando tutti.

Walker è il protagonista di Makintosh, il primo racconto della raccolta Honolulu, scritto nel 1920. E Augustus Hare lo è nel primo dei saggi pubblicati ora da Adelphi col titolo Lo spirito errabondo, usciti per la prima volta nel ’52, dove la narratività è così marcata da trasformarli in formidabili racconti. Quella di Hare è una biografia, non sappiamo quanto immaginaria, ancora una volta di un uomo “buono” che ha subito a causa di un’educazione folle e bigotta tali e tante violenze nella vita da esercitare in vecchiaia una bontà bizzarra, “idiota” e a tratti feroce. Considerato un terribile snob, aveva avuto un successo notevole con inutili libri sull’aristocrazia britannica, ma Maugham vuole “rendergli onore”: e lo fa con dolce trasporto, senza tuttavia dimenticare che quando cominciò a pubblicare la Storia della propria vita, il povero Augustus divenne lo zimbello dei recensori.

Maugham, imperturbabile, costruisce il ritratto di uomo ridicolo e tuttavia amabile proprio per i suoi difetti: profondamente infelice, ma soddisfatto di se stesso, un “gentiluomo” che si riteneva scrittore solo per accidente, mentre, avrebbe dovuto pensarsi esattamente all’opposto. Che cosa resta di Hare, alla fine? Esattamente ciò che resta di Kant (anche a lui è dedicato un saggio) le cui celebri passeggiate diventano l’emblema piuttosto funereo di un piccolo borghese sostanzialmente sordido e avaro (di sé e di denaro), oltre che di un genio.

W. Somerset Maugham

Lo scrittore “cattivo” ci fa amare i suoi personaggi proprio per le loro debolezze. E per fortuna, ogni tanto scarta improvvisamente, come nella conferenza su leggere libri gialli – e incidentalmente sul leggere a letto. Il punto di partenza è autobiografico, diremmo gnomico, come l’incipit dei suoi racconti: “Avevo trascorso parte della prima guerra mondiale in un sanatorio per tubercolotici nel Nord della Scozia e lì avevo scoperto quanto può essere piacevole starsene a letto, che delizioso senso di liberazione dalle responsabilità delle vita si prova e quanto ciò favorisca le riflessioni più proficue e le fantasie più oziose. Da allora, ogni volta che riesco a conciliarlo con la mia coscienza, mi metto a letto”.

E tuttavia lo fa, lo deve fare, in perfetta solitudine, non per scelta ma perché così è la vita: visto che “Un forte raffreddore dà una grande afflizione che non suscita alcuna solidarietà. Le persone con cui entri in contatto ti guardano con ansia, non perché temano che possa trasformarsi in polmonite e causare la tua scomparsa, bensì perché temono di restarne contagiate. Quasi non si danno neppure pena di nascondere l’irritazione per il rischio cui le esponi.” La conclusione è dunque obbligata, sublime, beffarda: “Da parte mia, quando soffro di questi sintomi, mi metto subito a letto. Con aspirina, borsa dell’acqua ala, un punch al rum la sera, una mezza dozzina di polizieschi, sono pronto a fare di un’equivoca necessità un’ambigua virtù.”

Sapere di essere solo pur nell’enorme rete di rapporti sociali che sapeva intessere era la sua ambigua virtù, e la coltivava ferocemente. Fra i molti scrittori che lo detestavano c’era però una significativa eccezione: Raymond Chandler, il creatore di Marlowe, che adorava i racconti dedicati all’agente segreto Ashenden (dove Maugham fa ampio uso della propria esperienza spionistica nella Prima guerra mondiale). “Non esistevano – scrisse Chandler – altre grandi spy story – nemmeno una” che potessero stare alla pari. In Lo spirito errabondo viene ricambiato cordialmente. Dopo averne analizzato e lodato le tecniche (le sue e quelle di Dashiell Hammet), Maugham conclude però a modo proprio: “Non so chi possa succedere a Raymond Chandler”, visto che  il poliziesco è arrivato al culmine ed è quindi morto, osserva, proprio con lui. Per aggiungere subito, con sublime retorica dello scarto, che “questo però non impedirà a una moltitudine di autori di continuare a scrivere questo genere di romanzi, e non impedirà a me di continuare a leggerli”.

 

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