"Un recente episodio di bullismo con al centro una rappresentante di istituto femminista ha catturato la mia attenzione per le modalità con cui alcuni compagni di scuola hanno deciso di perseguitare questa ragazza: non solo minacce e insulti, ma anche svastiche disegnate sotto casa delle amiche che l’hanno sostenuta. Mi chiedo perché le loro rimostranze abbiano preso la forma della croce uncinata, perché per dichiararsi contrari alla sinistra si finisca per indossare la maschera del nazista. Mi vengono in mente due cose: si fa perché si ritiene di esserlo; oppure si fa perché si è giovani e non c’è nulla che incarni meglio la rabbia, il vuoto e la paura che proviamo a quell’età come un simbolo di odio capace di riempire il vuoto e di incutere paura…". Su ilLibraio.it la riflessione, che prende spunto dall'attualità, della scrittrice e insegnante Giusi Marchetta, secondo cui "è evidente che affrontare l’antisemitismo a scuola come una lezione sul triangolo rettangolo o su Leopardi faccia perdere di vista il fatto che non si tratta di un argomento qualunque..."

Una volta ho disegnato una svastica sul muro. Il solo pensiero, a vent’anni di distanza, mi provoca una fitta allo stomaco; però l’ho fatta. Non c’entrava niente con i campi di concentramento o con lo sterminio degli Ebrei. Voleva dire: ti odio, non sai quanto. 

Cosa succede nelle nostre scuole? Quello che succede fuori, più o meno.

Da insegnanti siamo abituati a concepire il nostro tempo in ore, in lezioni, in moduli programmati per terminare con delle verifiche pensate come “restituzioni”. Quanto ha appreso o studiato di questo argomento Pierino? O, nei casi più illuminati, in che misura questo argomento ha reso Pierino più colto, abile e competente? 

Ora, nonostante la recente emancipazione da una programmazione standard e vincolante, si può stare certi che nel corso dell’anno scolastico verrà affrontato il tema della Shoah. Dalla primaria alla secondaria di secondo grado, mi è difficile immaginare una classe che non lavori sul tema della Memoria secondo le direttive del MIUR, l’indirizzo della scuola e la competenza dei docenti. Dico competenza, non sensibilità, perché sia dal punto di vista della Storia, che della Letteratura (ma anche delle Scienze), non mi sembra possibile considerarlo un tema secondario affidato alla “bontà” del professore. Insomma, arriva un certo momento dell’anno e in classe si studiano i campi di concentramento, Primo Levi o Albert Einstein.

Come si spiegano allora i fenomeni come quello dei meme che hanno al centro la figura di Hitler o l’utilizzo delle svastiche per veicolare generici messaggi d’odio? 

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Non mi riferisco solo al ritorno dell’antisemitismo ma anche a tutte le occorrenze in cui il nazismo e i suoi simboli vengono usati a sproposito con l’effetto di sminuire la portata di quello che hanno significato o di snaturarne il senso e le finalità atroci. È un fenomeno, questo, sempre più diffuso, e che riguarda adulti e ragazzi ma, come per tutto il resto, con i ragazzi si può ancora intervenire. 

Un recente episodio di bullismo scolastico con al centro una rappresentante di istituto femminista e le sue amiche ha catturato la mia attenzione per le modalità con cui alcuni compagni di scuola hanno deciso di perseguitare questa ragazza la cui colpa evidentemente è quella di essere attiva in un partito di sinistra e impegnata socialmente: non solo minacce e insulti (compreso l’evergreen maschilista “puttana repressa”), ma anche svastiche disegnate sotto casa delle amiche che l’hanno sostenuta, subito trasformate dalle ragazze in innocui fiorellini. Una parte della scuola si è stretta attorno alle ragazze: una risposta sana, pacifica, intelligente. 

Ma gli altri? I disegnatori di svastiche? Dimostrare loro che la nostra società ha degli anticorpi che si attivano contro razzismo e sessismo è una bella lezione. Mi chiedo se basti, però. Mi chiedo anche perché le loro rimostranze abbiano preso la forma della croce uncinata, perché per dichiararsi contrari alla sinistra si finisca per indossare la maschera del nazista. Mi vengono in mente due cose: si fa perché si ritiene di esserlo (magari in una versione moderna); oppure si fa perché si è giovani e non c’è nulla che incarni meglio la rabbia, il vuoto e la paura che proviamo a quell’età come un simbolo di odio capace di riempire il vuoto e di incutere paura.   

In un bellissimo, recente articolo, Vanessa Roghi racconta un episodio legato a una torta di compleanno corredata da meme di Hitler e battuta demenziale. Nell’articolo lo scrittore e docente Daniele Aristarco ribadisce la necessità di parlare con i ragazzi che incidono la scritta Dux sul banco. È evidente che affrontare l’antisemitismo a scuola come una lezione sul triangolo rettangolo o su Leopardi faccia perdere di vista il fatto che non si tratta di un argomento qualunque. Si deve affrontare la questione con i ragazzi, invece, in modo che diventi reale anche per loro: non più solo un punto del programma o, peggio, una messinscena ciclica impostata su una retorica sempre più distante, ma come una domanda rivolta alla classe per ottenere una risposta che va ascoltata. 

Può essere doloroso, certo, una doccia fredda. 

Ascoltiamoli e vedremo padri che hanno Mussolini come foto profilo su Whatsapp; vedremo le torte di compleanno con la faccia di Hitler prenotate con largo anticipo e pasticcieri che si impegnano nel farle per non perdere il cliente. Vedremo materializzarsi nelle nostre aule il rimpianto per i forni crematori pubblicato su Facebook prima e dopo il cesto di gattini. Oppure vedremo il vuoto, in alcuni casi: un’assenza di condivisione di quello che è stato. Gli ultimi nonni sono morti o ancora fascisti; i genitori lavorano, ci penserà la scuola. Un tuo alunno ti dice che su Instagram il 27 gennaio un suo amico ha pubblicato la frase di uno che è stato in un campo di concentramento, ma adesso non sa dirti il nome, il titolo del libro o l’anno in cui è successo tutto. Se hai pazienza lo cerca sul cellulare, ci vuole un attimo. 

Quello che succede a scuola è già successo fuori: in classe, a volte, non dobbiamo fare lezione ma rifarla. E non è questione di rendere tutte le opinioni sull’argomento valide: ha ragione Roghi da storica quando dice che un evento storico va contestualizzato storicamente ed è un discorso, questo, etico e intellettuale, che va affrontato, se vogliamo che la scuola sia veramente scuola, se vogliamo riprenderci quel vuoto che certe svastiche sembrano fatte a posta riempire. 

L’ultimo giorno del mio liceo ho disegnato una svastica sul muro della mia classe. Non l’ho proprio disegnata in realtà: ho solo guardato alcuni compagni che la disegnavano e me ne sono stata lì davanti col pennarello in mano senza avere il coraggio di contribuire. Ma avrei voluto farlo anch’io quindi non vedo la differenza.

Era larga e sproporzionata, un ragno schiacciato e storto che occupava buona parte della parete opposta alla cattedra. Dieci pennarelli si erano consumati in fretta, ingrassandola, e una volta finita ci è sembrata perfetta.

Era un messaggio per una professoressa che ci aveva tolto il fiato per un anno intero e che tra un atto di sadismo e l’altro non mancava di ribadire la sua fede nel comunismo. Avevo diciotto anni, mi ritenevo comunista e la odiavo con tutta me stessa. Odiavo l’impunità con cui faceva di tutto e quel senso di totale impotenza che, ero sicura, mi sarebbe rimasto a vita.

La svastica era solo per lei. L’abbiamo coperta con una cartina dell’Europa, immaginando il momento in cui l’avrebbe trovata e avrebbe pensato, amareggiata, che non ci aveva insegnato niente.

Tutte le ragazze avanti

L’AUTRICE – Giusi Marchetta, nata a Milano nel 1982, è cresciuta a Caserta, poi si è trasferita a Napoli. Oggi vive a Torino dove è insegnante. Per Terre di Mezzo ha pubblicato le raccolte di racconti Dai un bacio a chi vuoi tu (2008), con la quale ha vinto il Premio Calvino, e Napoli ore 11 (2010). Il suo primo romanzo, L’iguana non vuole, è stato pubblicato nel 2011 da Rizzoli. Nel 2015 è uscito, per Einaudi, Lettori si cresce. Il suo ultimo romanzo è Dove sei stata, Rizzoli. Per Add ha curato il libro collettivo Tutte le ragazze avanti!

Qui tutti gli articoli scritti da Giusi Marchetta per ilLibraio.it.

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