In libreria "Amori letterari. Quando gli scrittori fanno coppia", il libro di Marialaura Simeone dedicato alle grandi coppie di autori e autrici della letteratura: da Francis Scott Fitzgerald e Zelda Sayre, al matrimonio tra Virginia e Leonard Woolf, passando per... - Su ilLibraio.it il capitolo dedicato a Sylvia Plath e Ted Hughes

L’amore, in tutte le sue forme, è da sempre uno dei temi portanti della letteratura. Il nuovo libro di Marialura SimeoneAmori letterari. Quando gli scrittori fanno coppia, Franco Cesati editore, prende spunto da questo tema per raccontare le storie d’amore di diverse coppie di scrittori e scrittrici della storia, i sentimenti che li hanno legati e le opere che ne sono scaturite.

L’autrice, docente e giornalista, dottoressa in comparatistica presso l’Università di Siena, prende in esame diverse coppie di autori e autrici della letteratura di tutto il mondo, da Francis Scott Fitzgerald e Zelda Sayre, al matrimonio tra Virginia e Leonard Woolf, passando in rassegna anche diverse coppie italiane, come Elsa Morante e Moravia, Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani, fino all’amore platonico tra Alda Merini e Giorgio Manganelli.

Simeone raccoglie queste storie e le racconta con le parole degli stessi interessati: le lettere, le poesie e le opere che sono nate dal sentimento che legava la coppia, in una rassegna che mette in evidenza gli effetti dell’amore sulla letteratura; ogni esempio, ogni autore è diverso nel dimostrare come il sentimento amoroso possa essere non solo tema dell’opera, ma anche fonte d’ispirazione.

amori letterari sylvia plath

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un capitolo del libro:

Amore a prima vista: la storia di Sylvia Plath e Ted Hughes

 Cambridge, febbraio 1956: Sylvia Plath e Ted Hughes si incontrano durante un party della rivista letteraria «St. Botolph’s Review». Sono giovani e belli ed entrambi vantano un talento precoce nella poesia: è amore a prima vista.

LUI SU DI LEI, LEI SU DI LUI: LE LETTERE AI FAMILIARI

Sylvia alla madre:

Ti racconterò un fatto miracoloso, strabiliante e tremendo e voglio che tu ci pensi e lo condivida in parte con me. È quest’uomo, questo poeta, questo Ted Hughes. Non ho mai conosciuto niente di simile. Per la prima volta in vita mia posso adoperare tutta la conoscenza, la capacità di ridere e la forza di scrivere che ho, e posso scrivere di tutto, fino in fondo, dovresti vederlo, sentirlo! …È pieno di salute, è immenso…

19 aprile 1956

 Ted al fratello:

La mia vita in questi ultimi tempi è splendida, meravigliosamente guarita rispetto a com’era prima. Il matrimonio è il mio elemento naturale. Anche la mia fortuna prospera grazie ad esso, e così pure quello che produco. Non hai idea di che vita felice facciamo io e Sylvia o forse ce l’hai. Lavoriamo, facciamo passeggiate, ripariamo a vicenda quello che scriviamo. Lei è uno dei migliori critici che io abbia mai conosciuto e comprende perfettamente la mia immaginazione, e anch’io credo di comprendere la sua.

 A marzo si rivedono a Londra, a giugno si sposano. Soltanto la madre di Sylvia assiste alla cerimonia, che avviene in gran segreto perché la poetessa teme sia contro il regolamento di Cambridge dove ha ottenuto una borsa di studio. Riescono a fare un breve viaggio di nozze tra Parigi e Madrid per poi stabilirsi a Benidorm, vicino Valencia, per il resto dell’estate. In ottobre Sylvia ritorna a Cambridge, Ted firma un contratto con la BBC e rimane nello Yorkshire. Stanchi della lontananza, decidono di rivelare il loro segreto che, per fortuna, non porterà ad alcuna sanzione. Trovano casa a Cambridge e mentre Sylvia dovrà frequentare ancora il college per un mese, Ted vi si trasferisce, trovando un lavoro fino a giugno come insegnante di inglese, sport e attività teatrali alla “Coleridge Secondary Modern School”.

Si scambiano tutto: i libri che leggono, le poesie che scrivono, le immagini che nascono nella mente di entrambi. Il loro amore è una fucina di idee ed esperienze. Nel 1957, su incitamento di Sylvia, Ted presenta a un concorso di poesia, che si tiene a New York, una raccolta di quaranta componimenti intitolata The Hawk in the Rain. Vince e pubblica subito con la Harper Bros e, in Inghilterra, con la Faber and Faber. Il volume, dedicato a Sylvia, viene segnalato dalla “Poetry Book Society” come il libro migliore dell’anno. Ted è felice e in una lettera al fratello afferma che da quando ha conosciuto Sylvia la sua vita è cambiata.

Ma il loro amore è un fuoco destinato a bruciare troppo in fretta. Sono troppo diversi: l’uno è pieno di vita, l’altra ha un tentativo di suicidio alle spalle, la depressione, la psicoanalisi. La distanza tra marito e moglie si vedrà anche nelle immagini poetiche a cui daranno vita: il rapporto con la natura e gli animali, con gli elementi primordiali per Ted; la fragilità mentale, l’insoddisfazione, il rapporto con la morte per Sylvia.

Si trasferiscono, intanto, a Northampton, dove la Plath ha ottenuto un incarico annuale presso lo “Smith College” e Hughes quello di professore per un semestre presso l’università. Nonostante Sylvia dimostri un vero talento per l’insegnamento, decide di non rinnovare il contratto per l’anno successivo per dedicarsi solo alla poesia. Successivamente, si spostano a Boston, dove la Plath partecipa a dei seminari di creative writing con Robert Lowell che avranno una profonda influenza sul suo stile. Ma, appena scoprono che Sylvia è incinta, decidono di tornare in Inghilterra. Dopo un breve periodo a Londra, si trasferiscono a North Tawton, dove nasce la prima figlia: Frieda Rebecca. Nel 1960 la Plath pubblica la prima raccolta di poesie, The Colossus. Ma i vecchi demoni tornano a tormentarla: l’esperienza del tentato suicidio giovanile torna alla sua mente ed entra a far parte del suo immaginario letterario.

Lui scrive, lei scrive: sulla morte

Spazio alla pagina scritta

 Sylvia Plath, Lady Lazarus

L’ho rifatto.

Un anno ogni dieci

ci riesco –

 

Una specie di miracolo ambulante, la

mia pelle

Splendente come un paralume nazi,

Un fermacarte il mio,

 

Piede destro,

La mia faccia un anonimo, perfetto

Lino ebraico.

 

Via il drappo,

O mio nemico!

Faccio forse paura? –

 

Il naso, le occhiaie, la chiostra dei

denti?

Il fiato puzzolente

In un giorno svanirà.

 

Presto, ben presto la carne

Che il sepolcro ha mangiato si sarà

Abituata a me,

 

E io sarò una donna che sorride.

Non ho che trent’anni.

E come il gatto ho nove vite da

morire.

 

Questa è la Numero Tre.

Quale ciarpame

Da far fuori a ogni decennio.

 

Che miriade di filamenti.

La folla sgranocchiante noccioline

Si accalca per vedere.

 

Che mi sbendano mano e piede –

Il grande spogliarello.

Signori e signore, ecco qui

 

Le mie mani,

I miei ginocchi.

Sarò anche pelle e ossa,

 

Ma pure sono la stessa, identica

donna.

La prima volta successe che avevo

dieci anni.

Fu un incidente.

 

Ma la seconda volta ero decisa

A insistere, a non recedere

assolutamente.

Mi dondolavo chiusa

 

Come conchiglia.

Dovettero chiamare e chiamare

E staccarmi i vermi come perle

appiccicose.

 

Morire

È un’arte, come ogni altra cosa.

Io lo faccio in un modo eccezionale.

 

Ted Hughes, Iside

La mattina che partimmo per fare

il giro dell’America

lei partì con noi. Era il più leggero

dei nostri bagagli. E tu avevi chiuso

la partita con la Morte.

Alla fine avevate raggiunto un accordo:

lei poteva tenersi Papà e tu avere un

figlio.

 

Macabro dibattito. Eppure ti era

costato

due, tre anni, giorni di disperazione

e pianti.

[…]

La Morte faceva parte del nostro

bagaglio?

 

Disoccupata per un po’, compagna di viaggio?

Viaggiò sul tetto della macchina, sul cofano?

Ci incontrò qua e là lungo la strada,

sorridendoci in un bar, a una pompa di benzina?

Clandestina nel nostro congelatore?

Correva nell’ombra della ruota?

 

Oppure restò a casa immusonita tra le tue carte, in camera da letto,

in attesa che le tue abitudini tornassero e si ricordassero di lei? L’avevi

nascosta

a te stessa e ingannato persino la Vita.

[…] La nostra Iside Nera era scesa dalla parete

scuotendo il sistro –

Polymorphus Daemon,

Magnae Deorum Matris – con la luna

tra i fianchi e incoronata di spighe.

 

La grande dea in persona

aveva indossato il tuo corpo, si era fatta piena,

aveva usato le tue spinte

come un guanto da chirurgo, per creare,

come una maschera morbida in cui trionfare ed essere grottesca

sul letto della nascita.

 

Non era la Morte,

dunque, che piangeva in te, quando distesa tra i panni insanguinati,

reggesti quello che era uscito da te per vagire.

 

Non fu la Morte poetica

che ti sollevò dal sangue e ti spinse

subito barcollante – esultante –

al telefono, per annunciare al mondo

ciò che la Vita aveva fatto di te,

il corpo preso in prestito

dall’immortalità e dalla sua promessa,

le braccia piene

di quello che non era mai morto, che mai aveva conosciuto la Morte.

 IL TRADIMENTO E LA FINE DEL MATRIMONIO

Un aborto spontaneo nel 1962 incide sulla fragilità di Sylvia e incrina il suo rapporto con Ted. Come se non bastasse, la scrittrice scopre la relazione extraconiugale del marito con la vicina di casa Assia Gutmann in Wevill. Dopo la nascita di Nicholas Farrar, i due si separano. Sylvia ritorna a Londra con i figli; affitta un appartamento in una casa dove aveva abitato William Butler Yeats, e si sente rinascere. Riprende a scrivere e dà vita alle più belle delle sue poesie. Nel febbraio del 1963 pubblica il romanzo autobiografico La campana di vetro, con lo pseudonimo di Victoria Lucas. Solo un mese dopo, lascia la colazione per i bambini sul comodino della loro camera, sigilla porte e finestre e mette la testa nel forno a gas. Qualche giorno prima aveva scritto Orlo.

Le altre raccolte usciranno postume a cura di Ted, che distrusse le pagine del suo diario in cui parlava della fine della loro relazione, preferendo pubblicare la sua versione dal loro incontro fino alla fine in Lettere di compleanno. Una bellissima riflessione sulla loro relazione, ma arrivata troppo tardi.

Leggiamo insieme gli ultimi versi disperati di Sylvia

Orlo

La donna è a perfezione.

Il suo morto

 

Corpo ha il sorriso del compimento,

un’illusione di greca necessità

 

Scorre lungo i drappeggi della sua toga,

i suoi nudi

 

Piedi sembran dire:

Abbiamo tanto camminato, è finita.

 

Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno

Come un bianco serpente a una delle due piccole

 

Tazze del latte, ora vuote.

Lei li ha riavvolti

 

Dentro il suo corpo come petali

Di una rosa richiusa quando il giardino

 

S’intorpidisce e sanguinano odori

Dalle dolci, profonde gole del fiore della

notte.

 

Niente di cui rattristarsi ha la luna

Che guarda dal suo cappuccio d’osso.

 

A certe cose è ormai abituata.

Crepitano, si tendono le sue macchie nere.

… e la risposta di Ted, in versi

Visita

[…] D’un tratto leggo tutto questo

– / le tue parole, nell’atto di

sgorgarti / dalla gola e dalla

lingua e di posarsi sulla pagina

– / proprio come quando tua figlia,

anni fa ormai,/ entrando piano e

guardandomi fisso, / disorientata, /

dove io lavoravo solo / nella casa

silenziosa, chiese a un tratto: /

«Papà, dov’è la mamma?». La terra

gelata / del giardino, mentre

la raspavo. / Tutt’intorno a me

l’enorme orologio di gelo / di quella

mezzanotte. E in un punto /al suo

interno, desideroso di non sentire

nulla, / un pulsare di febbre. In

un punto / di quell’intorpidimento

della terra / il nostro futuro che

cercava di essere. / Alzo gli occhi

– come per incontrare la tua voce /

con tutto il suo incalzante futuro /

che mi è esploso addosso. Poi torno

a guardare / il libro delle parole

stampate. / Sei morta da dieci anni.

È solo una storia. / La tua storia.

La mia storia.

(Continua in libreria…)

Commenti