Il velo di Ma(r)ya(m): il mondo come preghiera e rappresentazione. La partitura in quattro atti in forma d’invocazione e ri-velazione, firmata dalla feconda coppia creativa Marco Martinelli ed Ermanna Montanari

Il velo di Ma(r)ya(m): il mondo come preghiera e rappresentazione. La partitura in quattro atti in forma d’invocazione e ri-velazione, firmata dalla feconda coppia creativa Marco Martinelli ed Ermanna Montanari (che tornano a far vivere sulle tavole del palcoscenico un testo dello scrittore Luca Doninelli, dopo che già il Teatro delle Albe aveva messo in scena nel 2005 il suo La mano) sonda gli abissi del dolore e s’interroga sul (non)senso del Male con astratta e statuaria compostezza, ma con un cuore che pulsa e si sente.

Elfo Puccini

Una donna dietro a uno schermo che sembra separare e vuole avvolgere, incorniciata da giochi di luci allusivi (ombre arabescate e ferite luminescenti e palpitanti), imprigionata da sovraimpressioni di paesaggi di rovine e fili spinati (l’impronta fotografica della guerra), ricamata sulla pelle da scritture che paiono quasi tridimensionali, disegnano enigmi ed evocano bellezza, alterità, errori e terrori (parlando letteralmente arabo), proferisce con la voce cangiante e precisissima di Ermanna Montanari.

Sola in scena, in posa minuta, relegata a latere, eppure potente e protagonista, amplificata da un microfono che ne riverbera le vibrazione e le sfumature delle corde vocali, l’attrice dà corpo, quasi senza muoversi, come posseduta da un’urgenza umile e indelebile, a tre donne palestinesi che interrogano e supplicano una Maria (la Maryam del titolo dello spettacolo, alla sala Fassbinder dell’Elfo Puccini solo fino a domenica 12 febbraio, poi a Parma), inatteso oggetto di culto e d’interpellazione di queste donne musulmane (fonte d’ispirazione reale dell’autore del testo viste alla Basilica dell’Annunciazione a Nazareth). Donne in cerca di risposte che possano dar tregua alle loro lacrime inconsolabili: la violenza gratuita, la follia ideologica suicida, la perdita di un figlio come buchi neri che risvegliano la voce ancestrale e incontenibile della vendetta, che appare lo scheletro, il fantasma e l’esito inevitabile di ciascuna di queste tre preghiere. E infine, incoronata in un’aureola di lucine natalizie (unico misurato guizzo ironico nel contesto di un’orazione tragica), Maryam racconta il suo punto di vista, la sua impotente potenza verginale, quella dell’amore, che si oppone debole e forte insieme, arma e resa al contempo, alla presenza originaria e inemendabile delle lacrime nella vicenda umana, ché il mistero del dolore pare inscindibile dal creato, fin da principio.

In una messa in scena di luci e ombre notevolmente efficace e raffinata, contrappuntata da sonorità ipnotiche, effetti di voci e composizioni elettroacustiche sincopate firmate da Luigi Ceccarelli, punto di riferimento delle colonne sonore del teatro delle Albe (e se volete sapere di più sulla storia artistica e personale unica della coppia Martinelli/Montanari, la potete trovare in un piccolo libro che racchiude la loro esperienza teatrale e non solo: Aristofane a Scampia), la straordinaria plasticità vocale ed espressiva della Montanari spicca e penetra, forse persino esaltata dalla staticità del quadro e dal fermo-immagine in cui è costretto il corpo contemplativo e reliquiario dell’attrice. Insomma, se non suonasse sottilmente blasfemo, e se alcune vocine malvagie della terza preghiera non avessero una qualche eco di troppo dell’Esorcista, si potrebbe parlare senza tema di smentita di un’interpretazione della Madonna. Letteralmente. Se non una rivelazione, una vera e propria ErManna dal Cielo. In stato di grazia.

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