Teresa Righetti è al debutto narrativo con "Se mi guardo da fuori": su ilLibraio.it un estratto

Teresa Righetti è al debutto narrativo con Se mi guardo da fuori (DeaPlaneta). L’autrice (nella foto, ndr) vive a Milano, ha una laurea in Lettere e “una discreta esperienza come cameriera”. Alla protagonista del suo romanzo d’esordio, Serena, non manca niente per essere felice: ha venticinque anni, una laurea in arrivo, una famiglia che le vuole bene, una casa che era del nonno paterno e dove presto potrà abitare. Nella sua vita tutto può succedere, e invece non succede. Forse perché non sa ancora cosa vuole, qual è il sogno da inseguire, che tipo di donna essere. O forse perché si sente ovunque fuori luogo e inappropriata. E così, mentre resta in questo limbo e aspetta l’illuminazione, lavora come cameriera al Chiosco, dove ogni sera si radunano tutte le categorie umane di Milano, che bevono e ridono e si divertono come se non facessero altro da sempre. Ma in mezzo a loro, la paura di essere invisibile, o semplicemente “poco interessante”, diventa ancora più grande. Fino a quando l’incontro con Leo, un cliente del Chiosco, le porterà una dura conferma – a volte è dietro i sorrisi che si nasconde il dolore – e al tempo stesso la consapevolezza che non serve guardare lontano per trovare persone disposte a prenderci come siamo, anche quando non siamo ancora niente. E così Serena smetterà di osservare, e inizierà a scegliere…

teresa righetti

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Rimaniamo nella cucina di Marghe Maimone per un tempo indefinito, in mezzo a un viavai di persone che propongono shot di Braulio e vodka liscia Belvedere, e raccontano storie e si danno pacche sulle spalle e dicono cose tipo – Sono appena tornato da Londra – e – Ho il conto in rosso.

Gente cresciuta in corso Genova, via Morigi, Santa Marta. I Manzoniani doc: clienti abituali dell’Old Fox, del Bar Magenta, tutti giovani e belli, i figli ricchi di una generazione che gli anni Settanta non li ha visti nemmeno da lontano – di mamme architetti, magistrati, manager che a quei tempi iniziavano a fare carriera e si preparavano a sposare uomini belli e bravi, e a sfornare figli altrettanto bravi e belli. Ce l’hanno fatta, beate loro.

Negli anni Settanta mio padre picchiava i fascisti e mia madre entrava in analisi.

Sono la figlia brava e bella che avrebbero avuto se entrambi avessero sposato altre persone: il direttore artistico di una prestigiosa agenzia pubblicitaria, un notaio con studio in piazza Cadore, la caporedattrice di Vanity Fair.

In mezzo a queste persone ho come l’impressione che ci sia un divario incolmabile tra quello che è normale per me e quello che è normale per loro – vacanze in barca a vela, terrazze su piazza Vetra, case al lago con piscina –, la fastidiosa sensazione che tutti loro si capiscano e io sia l’unica a non capire. La ragazza del Chiosco, in piedi davanti al frigo.

Anche Vivi è una ragazza del Chiosco, ma se ne sta lì seduta in mezzo alla cucina di Marghe Maimone con le gambe incrociate sulla sedia, e lascia che le versino vodka gelata in un bicchiere di vetro e brinda alla salute di questo e di quello, gesticola e sorride e si fa abbracciare e baciare da chi arriva e se ne va, chiede – E la tua ragazza come sta? – con un interesse sincero. Non ascolta la risposta.

Perché Vivi conosce tutti ma non è amica di nessuno. Il modo in cui sta appoggiata al tavolo – come muove il collo, le sue dita che stringono il bicchiere, le parole che usa, perfino il gesto che fa per sistemarsi i capelli – tutto, della sua persona, trasuda sicurezza.

Come se, in qualche modo, volesse farmela pagare per quell’imbarazzo iniziale – Andre se n’è andato, vieni? – per aver pensato che potesse mai sentirsi fuori posto.

La sento lanciarmi degli sguardi furtivi, controllare se sono meno ubriaca di lei o più ubriaca di lei, e se sto parlando con qualcuno che potrebbe trovarmi interessante. Quando mi giro incrina solo un po’ le labbra in un sorriso che non cerca nemmeno di sembrare sincero.

Appoggio la mia birra su una mensola, l’ultima di una lunga fila di bottiglie vuote che domani Marghe Maimone fotograferà per le sue amiche per dire – Quanto abbiamo bevuto! –, e mentre la donna delle pulizie mandata da sua madre pulirà il porcile che avremo lasciato, si farà le unghie sul divano ad angolo con la certezza di essere estremamente simpatica e trasgressiva, e sarà soddisfatta di sé.

Ho l’impressione di essere invisibile. Che tutti stiano giocando nel loro ruolo in un modo impeccabile mentre io sto in panchina.

Non ho niente da dire e mi gira anche un po’ la testa.

Vorrei riuscire a parlare di qualunque cosa come se non facessi altro da tutta la vita. Raccontare le cose divertenti che mi succedono mentre sono impegnata a fare cose ancora più divertenti. O vorrei almeno saper fingere di trovarmi a mio agio a parlare della casa d’epoca di un nonno nobile, di una vacanza in barca alle Eolie, della retta della Bocconi, del prezzo di un drink al Lacerba o da Luca&Andrea. Vorrei saper fingere di interessarmi a problemi che non fanno parte della mia vita e che non possono coinvolgermi né commuovermi – da quando mi sono trasferita riesco a mettere da parte solo trecento euro al mese, gli altri seicento che mi danno i miei li faccio fuori come niente. Vorrei saper fingere di avere un obiettivo concreto che però sia sempre un po’ più lontano – farò la magistrale e poi farò il master e poi farò il tirocinio e poi farò lo stage e poi forse lavorerò, magari part time. Vorrei fingere di essere stata a quella determinata serata e di essere appassionata di quella determinata musica, di ascoltare l’elettronica a tutte le ore del giorno e saper dire che quel dj è più bravo di quell’altro.

Fingere di dire delle cose di me come se mi stessi esponendo senza espormi davvero, restare sempre sulla superficie senza andare mai a fondo.

Quelli che ti dicono – Quando sei tra gente che non ti conosce puoi essere la persona che vuoi – mentono.

(continua in libreria…)

 

 

 

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