Intervista a Piero Ottone autore di Italia mia ISBN:9788830426658

Oggi l’Italia, nel consesso internazionale, è una nazione di serie B, che «conserva ancora qualche affinità col Marocco o con la Tunisia», dichiara malinconicamente Piero Ottone. Ogni popolo ha virtù e difetti, e il giudizio cambia secondo la visuale di chi lo emette. Di noi italiani si può dire che nel complesso siamo buoni d’animo, gentili, spiritosi, ma anche disordinati e superficiali. Ma chi siamo, oggi, noi italiani? E come siamo cambiati negli ultimi cinquant’anni? A tali domande, che ne sottendono molte altre, Ottone risponde attingendo a una lunga esperienza di vita nel suo ultimo libro, Italia mia. Ne abbiamo parlato con lui.

D. Che cosa l’ha spinta a scrivere questo nuovo saggio?

R. Ho scritto per tutta la vita. A intervalli più o meno regolari sento il desiderio di scrivere. È successo anche questa volta.

D. Nel prologo di Italia mia Lei parla di Luigi Barzini. Perché è una figura di riferimento per Lei importante? Decisamente un modello da cui prendere le mosse oggi per parlare degli italiani?

R. Con tutto il rispetto per Luigi Barzini, non credo che si possa dire che sia stato per me una figura di riferimento di particolare importanza. È stato un buon giornalista, senza dubbio. Apparteneva a una famiglia giornalistica di rilievo: grande giornalista il padre, Luigi come lui, buona giornalista una figlia, Ludina. Ma ce ne sono stati altri bravi come lui. Lo spunto per il mio libro è stato offerto piuttosto da un precedente. Luigi Barzini junior (soprannome Gibò) ebbe un giorno ormai lontano una bella intuizione, quella che un libro sugli italiani, in un periodo in cui l’Italia era di moda, avrebbe avuto successo. Soprattutto se era scritto a uso e consumo degli americani, e lui li conosceva bene, avendo trascorso vari anni in America: era un po’ americano anche lui. Infatti: The Italians (nato in lingua inglese, solo in seguito tradotto in italiano, non dall’autore ma da un traduttore) è stato un best-seller, ha avuto un successo strepitoso, negli Stati Uniti, in Italia e in tanti altri paesi. Con i diritti d’autore, Gibò comperò un bellissimo yacht. Qualche tempo fa Luigi Brioschi, che pubblica da parecchi anni i miei libri, ha lanciato l’idea: se facessimo il punto sugli italiani, cinquant’anni dopo? Ed ecco questo mio libro (nato in italiano, naturalmente, con un titolo che si ispira piuttosto a Giacomo Leopardi).

A.Perché oggi l’Italia non le appare più come un grande Paese? Che cosa è venuto meno?

R. Che cosa è venuto meno? L’Italia non è cambiata. Sono cambiato io. O meglio: da ragazzo, cresciuto in un’Italia, quella del Ventennio fascista, in cui eravamo spinti ad avere un concetto piuttosto alto di noi stessi, credevo che l’Italia fosse a tutti gli effetti una Grande Potenza, una nazione di altissimo livello, pari grado con Inghilterra, Germania, Francia. E questo mio concetto dell’Italia è evidente nel primo capitolo. Poi, anno dopo anno, esperienza dopo esperienza, perdo le illusioni: approdo a convinzioni diverse. Il libro, autobiograficamente, ne dà atto. È come mettere a fuoco la macchina fotografica, per fare una fotografia sempre più fedele: l’Italia com’è. Eravamo così anche prima, ma non lo sapevo. Quel libro di Barzini non ignorava i difetti degli italiani: ma li presentava come un nostro charme. Ora basta: non è più il caso.

D. Il giudizio, le analisi sulla classe dirigente italiana che esprime in Italia miasono molto severi. Ce ne parla? È in particolare il confronto con la storia europea a penalizzarci?

R. Il mio giudizio sulla classe dirigente italiana ? Semplice: la classe dirigente italiana non c’è. Ogni nazione è la sua classe dirigente: con quella si identifica. L’Italia non ha mai avuto una classe dirigente nazionale. C’erano gruppi dirigenti in luoghi diversi: il Piemonte dei Savoia, il Mezzogiorno dei Borboni, Venezia e Genova coi loro mercanti, la Firenze dei Medici, e così via. Ma “la” classe dirigente italiana, dove era, dov’è? I piemontesi aspirarono a fornire la classe dirigente nazionale. Sarebbe stato bello se ci fossero riusciti: come i nobili prussiani in Germania, come l’aristocrazia inglese in Gran Bretagna. Ma non ne ebbero la forza. Purtroppo. E così, dopo i fasti della Destra Storica, che rappresentò per l’appunto il tentativo di piemontesizzare l’Italia, abbiamo annaspato.

D. Lei ha vissuto molto tempo all’estero. Ci dice qualcosa su come ci vedevamo un tempo da fuori e come ci vedono e ci giudicano oggi?

R. Gli stranieri, quando cercano di dare un giudizio sull’Italia, sono tratti in inganno dal nostro passato. Perché fino al Rinascimento, non dimentichiamolo, siamo stati in prima fila. Quindi si aspettano da noi (specie gli stranieri colti) grandi cose. Ma quando entrano in contatto con l’Italia contemporanea cominciano i guai. Tante arretratezze in Nordafrica o nel Medio Oriente sono scontate. Da noi no. Così nasce spesso una certa animosità, e anche, diciamolo pure, un certo disprezzo. «Ich will ins Land wo die Zitronen blühen…»: ai contadini del Mezzogiorno perdoni tante cose, trovi che sono così buoni, così umani, così simpatici, e poi ci sono gli aranci, fioriscono i limoni. Da coloro che occupano un posto più alto nella scala sociale ti aspetti un comportamento diverso, di livello europeo: e allora nascono i guai.

D. Ogni settimana allena il suo occhio critico attraverso la rubrica che tiene sul Venerdì dedicata a un’analisi spesso spietata, a volte umana, a volte ironica, della società italiana. Come l’ha vista cambiare in questi anni? Non salva nulla?

R. Attualmente attraversiamo un periodo particolarmente infelice. Forse perché oggidì in Europa siamo a più stretto contatto gli uni con gli altri, si viaggia più di prima, e le differenze, i segni di arretratezza, saltano all’occhio. Gli stranieri ci vedono ormai da vicino, ci vedono come siamo. E ci vediamo come siamo anche noi. Non salvo nulla ? Sì, salvo tante cose. I giovani viaggiano di più, sono di casa in Germania, in Inghilterra, in America: e questo aiuta. E ci sono anche in Italia alcune “enclave”: mi riferisco a istituzioni che hanno creato attraverso gli anni le loro tradizioni, la loro identità. Quelle funzionano bene: possiamo esserne fieri.

D. La politica italiana. La sua esperienza passata , le sue vicende come direttore di quotidiano prima e di opinionista successivamente, con quali occhi le permettono di assistere ai giochi di potere di oggi?

R. La politica italiana è il peggio. Chi sa: può darsi che gli uomini politici italiani, presi a uno a uno, siano tutto sommato persone normali. Quando sono messi insieme, quando fanno “classe”, sono patetici.

D. Cosa consiglierebbe a un giovane che sceglie la strada del giornalismo politico-sociale?

R. Torniamo a Barzini, col quale abbiamo cominciato. Diceva: non si dovrebbe affidare la direzione di un giornale a un giornalista che non abbia trascorso qualche anno in Inghilterra. E lui c’era stato.

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