"Tredici canti", esordio narrativo di Anna Marchitelli, è un viaggio nel passato che porta alla luce quello che accadeva nei manicomi prima del 1978: attraverso documenti d'archivio, il libro ricostruisce le vicende di tredici internati all'ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi, dando loro voce per raccontare la propria storia... - Su ilLibraio.it un capitolo

A quarant’anni di distanza dall’entrata in vigore della Legge Basaglia nel 1978, la memoria di cosa fossero gli ospedali psichiatrici, i manicomi, sembra un ricordo lontano: la comprensione scientifica delle malattie mentali era ancora da venire e, di conseguenza, i pazienti venivano spesso sottoposti a delle cure che nulla avevano a che fare con la medicina o con l’umanità: l’istituzione dell’ospedale psichiatrico si basava sulla prigionia e l’obiettivo, non confessato, era far sparire i “folli” dalla società, e talvolta anche chi folle non era, ma magari scomodo sì. All’interno di una di queste strutture prende vita la narrazione dei Tredici canti (12+1) (Neri Pozza), di Anna Marchitelli.

tredici canti anna marchitelli neri pozza copertina

Napoletana, classe ’82, laureata in Filologia Moderna all’università Federico II, collaboratrice della sezione culturale del Corriere del Mezzogiorno, dopo aver pubblicato una raccolta di poesie intitolata Certe stanze (Manni editori), Anna Marchitelli esordisce nel mondo della narrativa andando a scavare nel passato dell’ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi: Tredici canti nasce nell’archivio dell’ex manicomio, tra le sessantamila cartelle cliniche lì custodite. Ispirandosi a quei documenti l’autrice riscrive le tredici storie di altrettanti pazienti, confinati tra le mura della fortezza partenopea, tra i quali Renato Caccioppoli, matematico, Gennaro Abbatemaggio, camorrista pentito, e Clotilde Peani, anarchica. A ciascuno di questi “folli” l’autrice offre un riscatto della propria identità e un’occasione di raccontare la propria storia, al sicuro dal giudizio e dalle diagnosi, lasciandosi andare all’umanità che, anche nella follia, sopravvive.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it un capitolo del romanzo:

La profuga di guerra

Rosa Prosdocimo, nata nel 1862, ammessa al Leonardo Bianchi di Napoli nel 1917

[…] Quando mi rinchiusero sull’isola della follia, nel manicomio femminile di San Clemente, ero un’astrazione di donna dalle carni inconsistenti, restavano solo ossicini spuntati qua e là. Un inutile e insignificante residuo di donna che veniva ammucchiato ora su un letto di ferro ora nella latrina, disteso in sala operatoria o messo a sedere alla mensa. Solo porzioni di cielo lagunare, rubato tra una grata e l’altra, mi restituivano il senso dell’identità, la coscienza di essere nonostante tutto – e qualche giorno maledettamente – viva, e di poter quindi sperare di tornare a stare all’aria aperta, accarezzata dai miei figli, di cui erano sopravvissuti solo il maschio e una delle due femmine.

[…] La guerra non smise di presentarsi alla mia porta, nemmeno a quella dello stanzone che conteneva a fatica venticinque matte sedate, di cui alcune legate ai letti di ferro. Arrivò trionfale con gli aggiornamenti dell’ultima ora: «Abbiamo perso, siamo sconfitti, le difese italiane sono cadute, siamo nelle mani del nemico». Medici e infermieri si passavano la voce, preoccupati, dispersi, spaventati. Caporetto era caduta, gli austro-germanici stavano avanzando, all’alba del 24 ottobre del 1917 iniziava la sconfitta che Cadorna provò vigliaccamente a coprire. Fu la sua fine ma anche la nostra, il nemico invase la pianura veneta. Furono giorni di caos totale, l’ospedale smise di funzionare, fu ordinato lo sgombero. Donne accasciate sotto il braccio di altre donne portavano tra le braccia piccoli fagotti di lenzuola sporche e tutte si incamminavano verso l’uscita.
Il 21 novembre, quando la casa dello Scorpione lascia il posto a quella del Sagittario, nuovamente la guerra mi conficcò una punta di lancia dietro la schiena e, in quanto profuga della guerra del Veneto, mi trasportò a Napoli e mi ricoverò nel manicomio Leonardo Bianchi.

«Paranoia allucinatoria di persecuzione» così scrissero nella mia cartella. Avrei voluto sputar loro in faccia, senza pudore, senza garbo né femminile né umano. «Delirio persecutorio con allucinazioni uditive» aggiunsero. Avrei voluto conoscere chi in quegli anni non sussultava a ogni minimo colpo esterno o a ogni violenta apertura di porta, o al solo urlo di qualcuno seppure in lontananza. Anche i maltrattamenti e le sevizie erano allucinazioni, certo, non vivevo mica in manicomio, e prima ancora nell’ospizio, e gli uomini, seppure guardie, non si mettevano mica a farci il cinematografo, o ad approfittare dei nostri corpi stanchi e smunti; non c’era mica la guerra, no, per carità. Io ero solo stata strappata dal paradiso e gettata giù all’inferno senza la concessione di un purgatorio.

Ai medici non importava capire quale danno emotivo ci avesse costretto a sembrare, e talvolta essere, donne instabili, a loro interessava trovare un nome, una diagnosi che li autorizzasse a rinchiuderci nei luoghi di morte. Tanto tra dentro e fuori la situazione non era diversa. Anzi, devo dire che a Napoli fui trattata bene, mi misero anche a lavorare in sartoria, d’altronde ero molto brava a cucire, fu una delle due cose che dichiarai all’ammissione. L’altra fu che ero vedova: mentendo spudoratamente ma con lucidità volevo cancellare il passato e dimenticare di essere stata figlia, madre, moglie, sorella, rivoluzionaria, in quel momento ero solo un corpo capace ancora di essere autosufficiente.

[…] Trascorrevo intere notti sveglia a dondolarmi seduta sul letto proprio come una matta, poi mi calmavo, all’improvviso ricostruivo il filo che mi aveva riportato a quel presente in cui avevo cinquantacinque anni ed ero chiusa in manicomio, lontana dalla mia terra perché la guerra aveva infranto il sacro diritto di abitarla.

Un anno dopo, a pochi giorni dal Natale, ci fu uno strano trambusto. Ci convocarono tutte in una stanzetta e messe insieme, noi profughe di guerra, sembravamo un esercito, più numeroso di quante fossimo in realtà, soltanto venticinque. Riuscivamo a comunicare l’una con l’altra pur mostrando all’apparenza sguardo spento e guizzo assopito, ci scambiavamo ricordi e pene muovendo le sopracciglia. La gran parte di noi aveva conservato una buona dose di lucidità e, seppur stanche e tristi, riuscivamo già a sentire l’aria fredda che ci avrebbe pizzicato il naso quando di lì a poco ci avrebbero dimesso.

Sapevamo che una volta fuori saremmo state sole, senza familiari, senza casa, senza aspettative, tuttavia ci scambiavamo una sensazione di vaga contentezza. Nessuno ci aveva comunicato che la guerra era finita, ma preferivamo morire in libertà, per mano del nemico sotto il cielo di Venezia, piuttosto che chiuse in prigione. In quella stanzetta che ci conteneva a stento, mentre medici, infermieri e guardie erano presi dalla burocrazia, noi eravamo tranquille e pronte ad arrotolarci le maniche e ricominciare tutte insieme coi fantasmi che ci avrebbero seguito. Ma i nostri pensieri furono la trama di un libro che nessuno avrebbe mai letto. Chiuse le carte arrivò la sentenza: «Preparate le veneziane, domani verranno trasferite all’ospedale psichiatrico di Miano». Fummo condannate di nuovo, tutte e venticinque, e nel 1918 la pace sancì il nostro definitivo ruolo di vittime.

(Continua in libreria…)

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