Raffaella Silvestri torna in libreria con "La fragilità delle certezze", la storia di Anna, una giovane donna che si sente sempre fuori posto... - Su ilLibraio.it un estratto del libro

Anna ha trent’anni, vive a Milano e non si è mai sentita al suo posto in vita sua, sente una profonda inadeguatezza: al liceo prima, all’università poi, in famiglia, dove la fanno sentire ingrata. Si sente fuori posto anche nella relazione con Valerio, un uomo molto più vecchio di lei, un attore che ha raramente il tempo o la voglia di farsi vivo. Tuttavia Anna riesce ad avviare una start up di successo, nonostante le sue paure e le sue insicurezze.

Dall’altra parte c’è Teo che, a trent’anni, sembra non essersi mai sentito inadeguato in vita sua, né alla Bocconi né durante la rapida carriera che lo ha portato a diventare il socio di Anna. Li lega un sentimento impalpabile, forte, come un filo elettrico che trasmette una scossa a ogni loro contatto; allo stesso tempo una diversità incolmabile li divide.

Saranno le difficoltà comuni a definire il destino del loro rapporto: quando la start up va incontro al tracollo finanziario la storia del romanzo e quelle italiana si intrecciano, nella battaglia di una generazione che paga per la sopravvivenza di un altra, la battaglia che Anna e Teo dovranno combattere insieme, combattuti tra la la rassegnazione e la speranza.

In questo nuovo romanzo, Raffaella Silvestri, nata a Milano e laureata all’Università di Cambridge, dipinge l’incertezza del presente, rievocando un passato che al confronto appare facile e splendido; l’autrice, esperta di marketing e comunicazione, ha esordito con il romanzo La distanza da Helsinki, pubblicato da Bompiani, e ora torna in libreria con La fragilità delle certezze, Garzanti, un libro che mette in dubbio non solo le certezze dei personaggi, ma anche quelle del lettore.

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Per gentile concessione dell’editore su ilLibraio.it pubblichiamo un breve estratto dal romanzo:

Lo riconosce mentre varca la porta: è alto, dritto – gli apici delle spalle sostengono il cappotto come la gruccia in un armadio ordinato. Si guarda intorno, nello spazio che lei ha scelto per il colloquio. È un ufficio condiviso e si chiama coworking: si usa, oggi, lavorare insieme agli sconosciuti come un tempo si studiava in biblioteca. Nessuno qui può permettersi un ufficio suo. Ma forse nessuno lo vorrebbe: c’è, in questa comunanza di spazi, una certa disperata lotta alla solitudine e al silenzio; un bisogno del brusio altrui, per ricordarsi di essere parte di qualcosa – questo rumore sottile e soffuso per ricordare a sé stessi di essere in movimento, di avere una direzione.

Lei lo riconosce perché lui qui non c’entra. Ha la postura di chi è abituato a possedere le cose, non a condividerle con gli altri. Niente car-sharing, co-working, smart-living; non c’entra, lui, con queste schiere di trentenni confusi che condividono il banco di lavoro come la mensa alle elementari – perenni studenti fuori corso che hanno bisogno di questo spazio come di uno scopo, per togliersi il pigiama e uscire di casa.

Gli fa un cenno breve alzando la mano, seduta al tavolo comune di legno eco-bio che qui si usa per le riunioni. O per fare merenda con certi spuntini vegani, senza glutine, che hanno preso il posto dei cibi consumati velocemente, quando il lavoro non poteva aspettare.

Quelli come lui la intimidiscono. Erano i bambini più bravi negli sport; gli adolescenti con più opinioni; gli universitari che sapevano cos’avrebbero fatto da grandi. Non erano queste caratteristiche, prese singolarmente, a intimidirla – era il loro portamento, il loro modo di possedere lo spazio, invece di occuparlo a titolo provvisorio.

Avevano una fisicità sicura e i loro gesti erano naturali ma precisi, di quella naturale precisione che nessun attore avrebbe saputo imitare, nessun comune mortale, che non fosse nato così, avrebbe mai acquisito.

Erano belli. E la bellezza ha quella sua via primitiva di dominare le altre virtù. Tutte le sovrastrutture caricate in secoli, millenni di civiltà: non esistono, in fondo. Solo i belli, e i forti. E quelli che sono entrambe le cose, in cima alla piramide del nostro viver civile. E come questo poi si intersechi con la ricchezza. I figli dei ricchi sono sempre biondi.

Teo non era biondo: aveva i capelli castani, ma c’era comunque una certa chiarezza, una certa luce che si portava dietro – quella che in inglese chiamano fairness, che poi vuol dire chiaro, ma vuol dire anche giusto. Chiaro e giusto.

Di tutti i modi in cui queste caratteristiche possono intimidire una come Anna, Anna doveva scordarsi, perché era lì per fargli un colloquio, e capire se di lui, di questo alieno chiaro e giusto, c’era da fidarsi per il futuro del suo lavoro.

Teo era abituato ad altro: altri pensieri, altre facce. Mentre le vagliava una a una, non ne riconosceva nessuna – non erano solo persone sconosciute, erano modi sconosciuti.

Quelle facce e quei modi erano esistiti fino a ora lontano da lui, fuori. Aveva immaginato che fuori dal suo mondo esistessero persone che si arrangiavano nella precarietà; ma non aveva mai davvero pensato a come fossero, come facessero.

Gli sembravano irreali – la stessa nozione che si potesse vivere con una marcia scalata gli era estranea. Quelli fuori guidavano in terza, lui andava in quinta: era abituato a non risparmiarsi, a disgregarsi a furia di darsi – dare delle parti di sé, dare tutto.

Fino a che aveva lavorato da Harlington, quelli fuori non erano esistiti. Il mondo era fatto di avanzamenti di carriera, soldi, presentazioni ai clienti e cene in ufficio; era un mondo comunitario che escludeva l’esterno. Andavano tutti veloce e tutti vedevano gli ostacoli con la stessa prospettiva, nella stessa scala di priorità.

Non sarebbe esatto dire che fossero alienati, come tanti dicono dei manager, o che vivessero in una bolla: ognuno di noi vive in una bolla. Vivono in una bolla anche questi, seduti qui a questo tavolo che vorrebbe essere di design: nella bolla di chi non si è mai davvero dedicato al lavoro tanto da annullarsi in esso, fondersi; nella bolla di chi si lamenta ma non ha mai investito risorse, tempo ed energia per il raggiungimento di un obiettivo; nella bolla di chi non ha idea di cosa significhi passare venti ore in ufficio e andare a casa solo a cambiarsi la camicia, di cosa significhi dover eccellere sempre, andare lontano, e il condizionamento di certe aspettative, non potersi permettere di vivere al risparmio.

Teo entra nel «co-working», che gli sembra più semplicemente un bar. Deve incontrare una donna dai capelli rossi, che gli vuole parlare di un suo certo progetto imprenditoriale – una delle tante cose che Teo non avrebbe mai previsto, nella sua vita. La piccola imprenditoria è un modo di arrangiarsi: ci sono sempre troppi rischi, sproporzionati rispetto alle prospettive di guadagno, e per ogni startup di successo ce ne sono mille che perdono tempo e denaro in mille idee e progetti senza consistenza.

Eppure eccolo lì. Questo è il suo modo di scalare marcia. Ha trentatré anni e una serie di circostanze impreviste, nella sua vita, l’hanno portato a quel tavolo, a sedersi con un sorriso stampato in faccia e nessun reale interesse per il progetto di cui lei sta per parlargli.

(Continua in libreria…)

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