Oltreoceano se ne parla già da tempo, mentre in Italia è una tendenza che ha iniziato a diffondersi solo da qualche anno: parliamo del true crime, un genere che sta conquistando sempre di più l'interesse del pubblico e dei produttori di serie (e podcast).

Un approfondimento che cerca di analizzare i motivi di questa ascesa, partendo dal successo del podcast “Serial” e della serie-documentario “Making a Murderer”, e arrivando a prodotti più sperimentali come “American Vandal” e “Casting JonBenet”

Oltreoceano se ne parla già da tempo, mentre in Italia è una tendenza che ha iniziato a diffondersi solo da qualche anno: parliamo del true crime, un genere che sta conquistando sempre di più l’interesse del pubblico e dei produttori di serie.

Se si volesse identificare il momento in cui tutto è cominciato, si potrebbe dire che la rivoluzione del true crime è stata avviata dal successo di Serial, il podcast che ripercorre la storia di Adnan Syed, condannato per aver ucciso la sua ex ragazza Hae Min Lee nel 2000, e di Making a Murderer, la serie documentario di Netflix incentrata sulla figura di Steven Avery, un uomo di 41 anni rilasciato dopo aver scontato 18 anni di prigione per uno stupro che non aveva commesso. In questo caso, la polizia venne accusata di cattiva condotta e fu portata in giudizio, mentre Avery riuscì a essere scagionato grazie a una prova del DNA. Questo però è solo il primo episodio della vicenda perché due anni dopo, proprio quando stava per iniziare il processo, Avery fu arrestato di nuovo, questa volta per l’omicidio della fotografa Teresa Halbach.

Quando uscì, Making a Murderer fu un vero e proprio fenomeno che ebbe un impatto culturale incredibile, seguito da circa 20 milioni di persone soltanto negli Stati Uniti. Da come vengono raccontati gli eventi nella serie, Avery appare come una vittima del sistema giudiziario, condannato ingiustamente per un crimine di cui non era colpevole. Proprio per questo ci fu una reazione spropositata da parte degli spettatori, che iniziarono a protestare davanti al tribunale e arrivarono a presentare al presidente Barack Obama una petizione di oltre 275.000 firme per chiedere la liberazione di Avery e di suo nipote Brendan Dassey (anche lui accusato di aver preso parte all’omicidio).

La risposta a Making a Murderer va ben oltre quello che ci si potrebbe aspettare da un semplice show d’intrattenimento e rappresenta perfettamente il culmine dell’ossessione per il genere true crime. Sarebbe però inesatto affermare che l’interesse per le storie nere sia un fenomeno moderno: già nell’Ottocento Edgar Allan Poe scriveva racconti come Il mistero di Marie Rogêt partendo da fatti di cronaca reali, tuttavia non c’è mai stato nulla di simile alla qualità e alla quantità di attenzione a cui stiamo assistendo oggi.

Pensiamo alla nuova stagione di American Crime Story, l’antologia di Ryan Murphy che racconta alcuni dei casi di nera più significativi della storia americana. Dopo il successo della prima stagione, incentrata sul caso O.J. Simpson, questo nuovo capitolo ripercorre l’assassinio dello stilista Gianni Versace, ucciso il 15 luglio 1997 per mano del serial killer Andrew Cunanan.

E ancora, pensiamo al documentario su Amanda Knox, accusata per l’omicidio della sua coinquilina inglese Meredith Kercher, a The Jinx, la mini-serie sul multimilionario Robert Durst, a The evil genius sull’assassinio di Brian Wells, o a prodotti meno noti (ma non meno sconvolgenti) come The Confession Tapes e Rapita alla luce del sole.

Queste nuove serie-documentario mostrano la stessa potenza che ebbe A sangue freddo di Truman Capote negli anni ’60 (e che infatti appartiene proprio al genere della non fiction), perché non si limitano a riportare in modo distaccato un evento di cronaca nera, ma lo trasformano in una storia, raccontando pagine e pagine di inchieste attraverso un arco narrativo avvincente.

È questo a fare la differenza, secondo l’ex ufficiale di polizia Michael Arntfield, che durante un’intervista al Guardian ha spiegato: “Prima l’accesso ai dati era il problema principale. A meno che tu non avessi lavorato sul caso originale, non potevi conoscere le informazioni che ti servivano per raccontare queste storie, mentre adesso c’è una quantità illimitata di materiale”. Forse l’esplosione del true crime sta avvenendo in questo periodo proprio perché è più semplice per i narratori accedere a determinate informazioni, possibilità che permette a chi scrive di creare prodotti di maggiore qualità.

Infatti il genere nero, che tendenzialmente è sempre stato associato a un gusto morboso per il pettegolezzo e considerato un genere di serie b, adesso ha cominciato ad acquisire dignità intellettuale e la continua sperimentazione di linguaggi e strutture ne è una dimostrazione. Infatti, a differenza dei classici programmi generalisti che affrontano puntata per puntata casi diversi, la maggior parte delle serie uscite ultimamente è monografica, si concentra quindi su una singola storia. Questo è dettato ovviamente dal cambiamento delle modalità di fruizione dei prodotti audiovisivi, che ora si guardano in blocco, tutti di fila dall’inizio alla fine, ma ha rappresentato anche un’occasione per riformulare le caratteristiche tradizionali del genere. 

Tra gli esempi più interessanti ci sono le due stagioni di American Vandal, una parodia del true crime che, attraverso il genere del mockumentary (finto documentario), racconta le storie di giovani vandali che commettono crimini all’interno dell’ambiente scolastico, e il documentario sul caso ancora aperto della piccola JonBenet Ramsey, la reginetta di bellezza ritrovata morta nella cantina di casa sua in Colorado. La regista, l’australiana Kitty Green, decide di ripercorrere la vicenda attraverso un finto casting ambientato nella città in cui Ramsey viveva, per scegliere gli attori che avrebbero interpretato i protagonisti di un ipotetico film sull’omicidio della bambina.

In questo modo il centro della narrazione non è tanto cercare di individuare il colpevole dell’assassinio (una delle tesi dell’accusa sosteneva che fosse stato il fratello undicenne e che poi genitori avessero coperto il reato commesso dal figlio), ma indagare come le persone della comunità abbiano percepito e vissuto questo caso.

Quando si parla di narrazioni true crime, però, subentra sempre a un certo punto un dubbio di natura etica: è vero che le storie di cronaca nera sono coinvolgenti, ma fino a che punto ci si può spingere per raccontarle? È giusto trasformare le tragedie personali delle persone in uno show per intrattenere il pubblico?

È un problema a cui sembra difficile trovare una risposta, ma forse soffermarsi a riflettere sui temi delle serie di maggior successo può aiutare a fare chiarezza: molte si riferiscono a casi irrisolti e, riesaminando attraverso il racconto tutta la vicenda, cercano di sopperire alle mancanze delle istituzioni e di agire lì dove la giustizia ha fallito, proponendosi di trovare una soluzione definitiva o una nuova chiave di lettura dell’accaduto. In questo modo smettono di essere prodotti di puro intrattenimento, per diventare una sorta di strumento d’indagine.

Uno dei casi più significativi è il documentario The Keepers, che ricostruisce la storia di Cathy Cesnik, una suora di Baltimora scomparsa nel 1969 e ritrovata morta all’interno di una discarica. La serie segue due dei suoi ex studenti, ora sulla sessantina, mentre provano a individuare gli errori commessi durante il corso delle indagini e che riescono a svelare misteri rimasti sepolti a causa della corruzione dell’ambiente ecclesiastico. Infatti The Keepers ha scatenato delle conseguenze concrete nel sistema giudiziario locale che, dopo l’uscita della serie, ha iniziato a occuparsi maggiormente di reati sessuali nella chiesa cattolica.

Ma non è soltanto l’eventualità che le serie true crime possano risolvere casi ancora irrisolti a definire la questione etica, perché quello che rende questi prodotti sempre più popolari è la capacità che hanno di dare voce a un sentimento di frustrazione di fronte alle ingiustizie. Si presentano quasi come “storie antistatali”, che rivelano lo scetticismo del pubblico nei confronti del potere e del sistema penale. E allora, se è vero che siamo attratti sempre da quello che ci tocca da vicino, riguardare queste serie e interpretarle secondo quest’ottica può permettere di capire qualcosa di più su chi siamo e su cosa stiamo vivendo.

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