Mentre le dichiarazioni di Eco sui social network continuano a far discutere (guarda il video integrale), su ilLibraio.it interviene lo scrittore Sergio Garufi. Che, tra l'altro, parla di "lotta di classe sui generis, con nuovi attori e nuove armi, in cui non si fronteggiano classi sociali separate dal censo, dai natali illustri o dal grado d’istruzione, bensì due categorie umane all’apparenza diversissime: quella dei personaggi famosi e quella dei comuni mortali...". La sua analisi

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Questo ha dichiarato Umberto Eco, ricevendo la laurea honoris causa in Comunicazione dall’Università di Torino. Ovviamente molti, sia su Facebook che su Twitter, sentendosi chiamati in causa hanno replicato con toni risentiti, sebbene Eco non fosse nuovo a uscite del genere.

Tempo addietro infatti aveva detto che “il bello dell’anarchia di internet è che chiunque ha diritto di manifestare la propria irrilevanza”, mentre prima ancora su diverse Bustine di Minerva aveva denunciato gli svarioni dilettanteschi di Wikipedia e i falsi storici circolanti in rete.

Liquidare il tutto come fosse uno sfogo dell’età o un rigurgito di luddismo verso un mondo che non comprende più sarebbe sbagliato. La sua presa di posizione e le polemiche che ha suscitato non sono il frutto di uno conflitto generazionale o la riedizione di apocalittici e integrati, ma l’ultima frontiera della lotta di classe. Una lotta di classe sui generis, con nuovi attori e nuove armi, in cui non si fronteggiano classi sociali separate dal censo, dai natali illustri o dal grado d’istruzione, bensì due categorie umane all’apparenza diversissime: quella dei personaggi famosi e quella dei comuni mortali. I primi sarebbero gli unici aventi diritto di parola, inteso come diritto di parlare a un vasto uditorio, mentre i secondi dovrebbero limitarsi ad ascoltare.

Ma l’erosione del principio di autorità è cominciata ben prima dell’avvento della rete. Fu in televisione che apparvero i primi tuttologi con un linguaggio da bar come Luca Giurato, perché era la simpatia l’unica qualità indispensabile, e se c’era quella il resto non serviva. Ma quel tipo di rapporto col pubblico non rimase confinato nel piccolo schermo. Oggi al corsivista del quotidiano non si chiede più di essere scomodo, di provocare, ma d’incarnare la vox populi; basta leggere i pezzi di Francesco Piccolo. La figura dell’intellettuale come coscienza critica del Paese è sparita ed è inutile lamentarsi troppo, perché l’intellettuale somiglia tanto al coniuge ricco, che non è mai così benaccetto come quando se ne può denunciare la scomparsa. È la sua funzione precipua, il mancare. Se la “rilevanza” sociale è questa, e si misura sul pubblico a disposizione, allora i social network che Eco tanto deplora si basano sulla medesima gerarchia; basta notare i continui aggiornamenti delle classifiche dei vip con più followers su twitter. Il problema è che ora i Pinco Pallini non parlano più a una decina di avventori del bar, ma possono rivolgersi anche a un migliaio di contatti, e quel che è più intollerabile possono sfruttare parassitariamente l’uditorio del vip, commentando un suo articolo sulla versione on line del giornale o replicando a un suo tweet. In questo scontro, conviene rammentare che i vip e i nessuno sono categorie relazionali. Ciascuna detiene il senso dell’altra e insieme vivono un rapporto osmotico, in cui entrambi hanno bisogno degli altri per esistere sebbene ne diffidino fortemente, come fossero uniti dalla reciproca avversione e dal mutuo sospetto (il vip teme sempre che l’adulazione sia interessata, ma senza fan non sarebbe tale).

A riprova di ciò ricordo che una domenica pomeriggio, di ritorno da una passeggiata in centro, in piazzale Flaminio a Roma sentii un uomo che parlava a voce alta al cellulare. Mi voltai per vedere chi fosse ma questi portava gli occhiali scuri e un cappello da baseball schiacciato sulla fronte, come a volersi nascondere, però il timbro baritonale e quello che diceva (l’organizzazione di uno spettacolo teatrale che stava per andare in onda in televisione) lo tradivano senza esitazioni. Era l’attore Enrico Brignano, che temeva e al contempo sperava di essere riconosciuto. In questo gioco delle parti l’imbecillità non è il lato oscuro della fama, il prezzo della notorietà, ma la sua essenza, e la frequentazione dei social network lo ha reso ormai evidente. Un fondo di stupidità bestiale riguarda in egual misura chi gode di quel privilegio e chi vi aspira, ecco perché la bêtise è la forza motrice della storia e del progresso, tanto che “tutti i grandi uomini sono bêtes”, come sapevano bene quei grand’uomini di Flaubert e Baudelaire. 

Umberto Eco in questo senso non fa eccezione, lui appartiene totalmente al nostro tempo, non foss’altro per la sua costante preoccupazione di distanziarsene. I saggi del primo e secondo Diario minimo a distanza di tanti anni restano ancora attuali perché dimostrano che tutto può nutrire la curiosità e offrire pretesto per soddisfarla: il memorabile e l’insignificante, il sublime e la paccottiglia, il paradosso arguto e la tautologia spicciola, e solo facendoci i conti si può sperare di capirci qualcosa.

*L’ultimo libro di Sergio Garufi, autore di quest’intervento, è il romanzo Il superlativo di amare (Ponte alle Grazie)

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