Marco Buticchi racconta il suo nuovo romanzo Il respiro del deserto ISBN:9788830427235

Una nave in disuso è ormeggiata in un porto italiano, dimenticata da tutti. Eppure si tratta di un’imbarcazione importante, la Casa Bianca galleggiante del trentatreesimo presidente degli Stati Uniti, Harry Truman. L’acquista Oswald Breil, interessato a scoprire se tra le sue paratie si celino ancora alcuni di quei segreti. Non rimarrà deluso, e l’avventura che inizia lo porterà niente di meno che sulle tracce di Gengis Khan. Questo e molto altro nell’ultimo romanzo di Marco Buticchi, Il respiro del deserto. L’autore svela ai lettori di Infinistorie dove è cominciato tutto.

È stata una nave la molla che ha fatto scoccare il colpo di fulmine da cui prende vita il mio nuovo romanzo di storia e d’avventure. E si tratta, vi assicuro, di uno degli yacht più belli che io abbia mai visto. Giace appoggiato a una banchina, come un vecchio stanco che si sostiene con un bastone. Lo scafo è solcato da striature rosse di ruggine, la vernice rimasta sembra una patina giallastra fusa con il robusto acciaio. Nella parte poppiera vi sono tracce evidenti di un incendio devastante. Eppure la linea si mantiene austera, orgogliosa, incurante dello scorrere del tempo. Il Williamsburg, questo il nome dello yacht lungo una settantina di metri, venne varato nel 1930 su commissione di un magnate americano e all’epoca costò la ragguardevole cifra di due milioni di dollari. Ma è sul finire del 1945 che quella nave diventa il fulcro attorno al quale ruotano i destini dell’umanità intera. Colpito anch’egli da un’irresistibile passione il trentatreesimo presidente degli Stati Uniti d’America scelse il Williamsburg come propria residenza, tanto che la nave passerà alla storia con il l’appellativo di “Sea going White House”.

Il trentatreesimo presidente statunitense si chiamava Harry S Truman e forse il suo aspetto di gentiluomo dai modi garbati sarà il motivo per cui il suo mandato passerà ben più inosservato di altri. Tocca infatti a Truman dare ordine alle forze armate di sganciare sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki gli ordigni nucleari che posero fine di fatto al secondo conflitto mondiale. È Truman che strenuamente vuole il processo di Norimberga col suo carico mediatico. È sempre Truman che risponde all’avanzare del comunismo con la macchina della Guerra fredda. Sorge a questo punto, nell’autore, una prima domanda: chissà quali segreti avrà custodito un presidente che ha così energicamente calcato le pagine della Storia? Il primo novembre 1950 due separatisti portoricani si rendono protagonisti di un attentato che ancora oggi non è facile comprendere. Portorico, all’epoca, viveva pesanti moti di dissenso e sanguinose rivolte di piazza. Oscar Collazo era il referente del partito separatista portoricano a New York. A lui si presentò, un giorno nel 1950, Griselio Torresola appena giunto dall’isola caraibica per mettere in opera il suo piano omicida.

Harry Truman sulla terraferma risiedeva alla Blair House di Pennsylvania Avenue, poco distante dalla Casa Bianca, dato che quest’ultima era oggetto di consistenti lavori di ristrutturazione. Ma quella sistemazione al presidente non piaceva. Oggi si potrebbe pensare si fosse trattato di un presagio. In concomitanza a una cruenta insurrezione scoppiata a Portorico, Collazo e Torresola si presentano alla residenza presidenziale. Senza esitazione aprono il fuoco riducendo in fin di vita quasi tutte le guardie di sicurezza in servizio. Harry Truman, svegliato dal trambusto, si affaccia alla finestra del secondo piano. I suoi occhi incontrano quelli freddi di Griselio Torresola. Il portoricano è un ottimo tiratore. Potrebbe uccidere il presidente degli Stati Uniti ma, inspiegabilmente invece di sparare, si avvia lungo la scalinata d’accesso alla Blair House. Qui viene colpito a morte dal disperato tentativo di un agente in fin di vita. La seconda domanda sorge spontanea: come mai Torresola non ci ha neppure provato, dato che era proprio lì per uccidere Harry S Truman?

La prima logica risposta è che, prima di uccidere il presidente degli Stati Uniti, i terroristi volevano qualche cosa. Magari essere messi a conoscenza dei più reconditi segreti dell’uomo più potente del mondo. Qui la fantasia incomincia a galoppare, trasportata da un soffio di vento simile a un respiro, per andarsi a posare sulle terre scosse dei venti gelidi delle steppe asiatiche, nell’impero più grande di ogni tempo. Alla morte di Gengis Khan nessun testimone sopravvisse per svelare al mondo il luogo in cui l’imperatore venne tumulato. Qutula, scrivano imperiale, si accorge della dimenticanza poco dopo la morte di Gengis Khan: conosce bene il luogo della sepoltura, ma nessuno gli ha chiesto il sacrificio estremo. E così Qutula si trova costretto a fuggire e vivere una vita diversa da quella che avrebbe immaginato. E non appena quella stessa esistenza sembra sorridergli, lo scrivano dell’imperatore decide di tramandare ai posteri la storia del suo amato sovrano e delle sue genti, senza omettere nulla.

I Clipper erano le navi a vela più veloci che mai avessero solcato il mare: riuscivano a percorrere quasi cinquecento miglia nell’arco delle ventiquattro ore. A bordo si trovavano i più esperti tra i lupi di mare, uomini capaci di annusare il vento e riconoscere l’incedere della tempesta. Nel gergo marinaresco venivano chiamati Blackballer. E un Blackballer, dopo aver speso la vita a battere il mare e combattere i demoni che gli hanno divorato l’esistenza, incontra un giovane capitano di artiglieria su un piroscafo che sta rimpatriando dall’Europa i reduci del primo conflitto mondiale. Tra i due nasce un’amicizia sincera, al punto da spingere il lupo di mare a svelare i propri segreti al giovane capitano statunitense. Leopold Thomas W Skinner il nome del primo, Harry S Truman quello del secondo. Nel racconto di Skinner ritorna prepotente il ricordo di un astuccio di legno molto antico, all’interno del quale uno scrivano orientale aveva racchiuso il lavoro di una vita: dei rotoli di seta sui quali aveva scritto la storia del popolo di Gengis Khan.

Un antico adagio racconta che solo il marinaio che abbia doppiato almeno uno dei capi oceanici possa indossare l’orecchino e mettere i piedi sul tavolo. Oswald Breil non è certo un lupo di mare, ma è un piccolo uomo capace di enormi passioni: una, quella per Sara Terracini, lo accompagnerà per tutta la sua non convenzionale esistenza. L’altra è simile a un colpo di fulmine nell’osservare un antico yacht dal passato glorioso, che giace quasi appoggiato alla banchina di un porto italiano come un vecchio stanco ma non domo che si appoggia a un bastone…
Ma adesso è meglio fermarsi: corro il rischio di svelare l’intera trama del romanzo. Vi assicuro però di essermi appassionato nello scrivere, pagina dopo pagina, questa nuova avventura. Una passione che sono convinto possa risultare contagiosa.

Marco Buticchi

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