Il film della regista tedesca Maren Ade è capace di raccontare, attraverso il registro del grottesco (divertente, a tratti esilarante, malinconico e poetico insieme), uno scorcio dell’Europa odierna e di quello che sta diventando... - La recensione

Dopo la delizia surreale, giocosamente allegorica e divagante, eppure attualissima, del film belga Un re allo sbando, ecco una nuova pellicola, questa volta dalla Germania (terzo lungometraggio della regista tedesca quarantenne Maren Ade, candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero, anche se poi è stato premiato l’iraniano Il cliente) capace di raccontare, attraverso il registro del grottesco (divertente, a tratti esilarante, malinconico e poetico insieme), uno scorcio dell’Europa odierna e di quello che sta diventando. A testimonianza che questo modello sovranazionale oggi in bilico, forte e debole insieme, di pace e di Occidente, in crisi economica e d’ideali, d’identità e di riconoscimento, ha ancora risorse, almeno d’immaginario, per raccontare, con mezzi modesti e stile antiretorico, spazi vuoti e di perdizione, falle e paure, ma anche inattese potenzialità, del suo presente, attraverso gli strumenti dell’intelligenza e dell’ironia, dell’invenzione e della veggenza.

Non appare un caso che entrambi i film ruotino attorno alla figura maschile che rappresenta la Legge, il (pad)re, per raccontare anche la crisi di legittimità che attraversa il Vecchio Continente, diviso e disintegrato, minacciato e incerto sui suoi valori, senza fonti vere e riconosciute di autorevolezza e orizzonti chiari di crescita (privo di guide e maestri?). Ma questa fondamentale umanità dei padri, che vengono riconosciuti nel loro fallimento o quantomeno nella crisi di autorità e direzione che vivono, nel loro essersi, a tratti letteralmente, smarriti e indeboliti (nel loro es-patriare), li rivela anche e ancora portatori di quella che si potrebbe dire un’imperfezione amorevole, attori di una fallibilità e di un limite che, invece di descrivere soltanto una disfatta (personale, pedagogica e politica), rivelano un’imprevista riserva educativa ed esistenziale, sotto forma di humor che alleggerisce e risveglia, di paradosso che rivela il tragico e smaschera il serioso, di travestimento che denuda le convenzioni e le convinzioni, di gioco dei ruoli che, mettendo in crisi la rigidità delle parti, scopre il senso vero delle relazioni, dando respiro e vita alla commedia umana, rivelando un tratto di orizzonte e un barlume di speranza in un terra per molti aspetti desolata.

Ecco che papà Winfried, ex hippie col gusto per la burla provocatoria, maestro di pianoforte in pensione, vecchia cagnetta a carico e anziana madre a cui badare, attraverso il suo doppio invadente e molesto, il sedicente coach dalla dentiera prominente e dall’aggancio facile Toni Erdmann, come un clown triste double-face che incupisce e sconvolge, punzecchia e svela, decide di far visita non preventivata alla figlia Ines, e di insediarsi abusivamente nella sua esistenza di fuga e di negazione, come un sabotaggio salvifico. La donna è infatti continuamente altrove (le simulate chiamate al cellulare per fingersi indaffarata ne sono l’epitome), incastrata e raggelata in un percorso infernale di carriera quale unico orizzonte esistenziale e alibi emotivo perfetto, in esilio volontario e iper-professionale a Bucarest per facilitare il “lavoro sporco” d’impresa nello sfruttamento dell’outsourcing (leggi licenziare). Ines vive una vita fatta di frustrazioni continue e controllo delle emozioni, solitudine mascherata di sorrisi, presenzialismo sociale finto e funzionale, rospi da inghiottire a buon viso e gioco cattivissimo. Il totale azzeramento e annichilimento di una qualsiasi dimensione relazionale ed emotiva degna di questo nome non le consente nessun atto che esuli dalla parte spietata e impeccabile – coltello tra i denti, fisico asciugato dallo stress, uniforme managerial-sexy, svago come forma coatta di pubbliche relazioni e sesso come giochino di potere – che ha scelto e di cui al tempo è prigioniera.

Se possiamo immaginare e riconoscere una responsabilità genitoriale in quest’esito, l’intervento poco ortodosso, la terapia d’urto che adotta con naturalezza questo padre joker, che pur riconosce di aver fallito, è un crudele contrappasso ma anche un perverso percorso riabilitativo e di redenzione, reciproco. Winfried prende a modello (per esplicito riconoscimento della regista) il comico situazionista americano Andy Kaufaman (sul quale si riveda il bellissimo Man on the moon di Miloš Forman), che sfidava (insieme al suo alter ego Tony Clifton) il suo pubblico, sottoponendolo a innumerevoli prove, provocazioni, frustrazioni, e, trasferendo questo stile di performance radicale dal palco alla vita privata senza soluzione di continuità (come lo stesso Kaufman faceva), rende il gioco pericoloso, sempre al limite, ma compie anche la mossa efficace, e decisiva per aprire una via di liberazione. La figlia, spossata e sedotta da questo assedio del corpo estraneo del padre, ritrova infine, sembrerebbe, la possibilità di scegliere altrimenti, trovando una fenditura nella cella che si è costruita attorno, almeno questo è quello che l’acting out finale, inquietante ed incredibilmente spassoso insieme, lo spogliarsi letteralmente delle innumerevoli finzioni del ruolo e la capacità di indossare finalmente i denti mordaci e giocosi del padre, pare suggerire. Se non di catarsi, si tratta di una buona premessa/promessa: qualcosa è cambiato. E chissà che qualcosa di questo spirito, paradossale e redentore (di cambiamento), non si aggiri pure per l’Europa.

Commenti