Il viaggio è un topos narrativo molto caro a chi fa fumetti: il racconto itinerante non è più solo un semplice genere, ma un'ispirazione che guida i lettori a mettere lo zaino in spalla e partire. Sono tanti i graphic novel che mescolano reportage e diario intimo, raccontando le esperienze personali di autori alla scoperta di territori nuovi... - L'approfondimento

Il fumetto non ha inventato niente: il carnet de voyage, i quaderni di viaggio, esistevano prima ancora della fotografia, che gli artisti usavano per imprimere sulla carta le proprie impressioni del viaggio. Non esistevano cartoline e l’unico modo per ricordare un luogo era appunto disegnarlo. Era il 1832, e grazie alla nuova tecnica dell’acquerello, portatile e facile da usare in ogni situazione, Eugène Delacroix tenne un diario del suo viaggio tra Marocco e Spagna, realizzando quello che oggi definiremmo un reportage di viaggio illustrato. Nel ‘900 questa tipologia di tecnica venne largamente impiegata tra gli esploratori che ancora non potevano portare la macchina fotografica con sé e tra gli artisti viaggiatori. Un quaderno, degli acquerelli e una matita: il disegno è il metodo ideale per conoscere e approfondire lo spazio circostante, permettendo innanzitutto di prendere tempo davanti ai paesaggi per studiarne i tratti essenziali, conferendo una maggiore profondità all’ambiente che si prova a conoscere. Nei fumetti invece, quando si racconta un viaggio, sembra quasi inevitabile mettere in gioco l’interiorità dell’autore stesso e i graphic novel in cui il confine tra fiction e non-fiction è labile sono la maggioranza.

 Carnet di viaggio Craig Thompson

Marocco e Spagna, gli stessi paesi visitati da Delacroix, sono illustrati in Carnet di viaggio di Craig Thompson, pubblicato per la prima volta nel 2004, ma ampliato e riedito nel 2017 in Italia da Rizzoli Lizard, nella traduzione di Veronica Raimo. L’autore, uno dei massimi esponenti del graphic novel statunitensi, raccoglie nei suoi taccuini appunti personali e sketch del suo viaggio, non uno qualsiasi: si tratta delle tappe europee del tour promozionale del suo capolavoro Blankets. Il viaggio è rappresentato come una sequenza di istanti e la memoria ha il compito di tenerli insieme ed esprimerli attraverso il disegno, una “strategia d’interazione col mondo” per il fumettista.

In Italia, prima ancora di Zerocalcare con Kobane Calling, tanti si sono cimentati con il tema del viaggio. Igort ha realizzato i suoi famosi “reportage disegnati” nel 2010 con i Quaderni ucraini e i Quaderni russi nel 2011 (entrambi riediti da Coconino nel 2015), a cui ha fatto seguire di recente i due libri dei Quaderni giapponesi (Oblomov), una vera dichiarazione d’amore per la cultura nipponica. Già nei primi due, la definizione di “quaderno” definisce un genere che sta a metà tra il diario di viaggio e il racconto giornalistico di un paese, colto in un momento storico-politico particolare. Mentre a proposito del primo Quaderno giapponese, che narra la sua esperienza lavorativa in terra nipponica negli anni ’80, Igort ha dichiarato in un’intervista a Doppiozero: “È un libro di viaggio, certo, ma anche un saggio disegnato che indaga la pratica del “perdersi”, come possibile sentiero per scoprire un disegno non logico, non pianificato nei dettagli. Una piccola modestissima ricerca. Il protagonista del libro sono i paesaggi, che furono per centinaia di anni protagonisti delle stampe giapponesi”.

Il Giappone è un paese molto caro ai fumettisti italiani per la tradizione di fumetti manga, la cui estetica ha influenzato tanto il nostro paese tra anni ’80 e ’90. Vincenzo Filosa ha visitato il Giappone nel 2007 per seguire le tracce dei più grandi maestri di fumetto gekiga (manga di genere realistico) e ha inserito gran parte della sua esperienza in Viaggio a Tokyo (Canicola), pur modellandola attorno a un protagonista fittizio. La sua ricerca spasmodica e febbrile si prolunga per un periodo di tempo molto lungo (circa un anno), vagando per la grande metropoli senza obiettivi se non quello di fare esperienza della cultura giapponese, assorbendone ogni aspetto, in una forma di reverenziale ammirazione.

Il viaggio, nei fumetti italiani e non solo, è spesso un pretesto per raccontare un’esperienza interiore. Così accade in Palacinche di Alessandro Tota e Caterina Sansone, nel quale i due autori ripercorrono il percorso della madre di Caterina, Elena, esule fiumana, intraprendendolo a loro volta al contrario. L’esperienza della migrazione attraverso i campi profughi lungo l’ex Jugoslavia e infine in Italia e il conseguente esilio, sono il frammento di storia che i due autori mettono in scena ripercorrendo quel viaggio, usando una tecnica mista fumetto-fotografia.

Parlando di non-fiction a fumetti, capita spesso che il confine tra racconto di viaggio e graphic journalism sia molto sottile. Escludendo quelle opere dalla vocazione chiaramente giornalistica come Joe Sacco o Sarah Glidden, è possibile invece annoverare i romanzi grafici del canaedese Guy Delisle, che è noto grazie al suo stile di racconto molto ironico e al tratto molto minimalista. Delisle ha scritto ben 4 libri da luoghi differenti: Shenzhen (2000), Pyongyang (2003), Cronache birmane (2007) e Cronache da Gerusalemme (2011) in Italia tutti editi da Rizzoli Lizard. Il motivo di tanto girovagare, come spiega l’autore, è legato alla professione della moglie di Delisle, ovvero un’ammistratrice di Medici Senza Frontiere. I fumetti di Delisle sono l’espressione dello stupore e del disagio di chi è costretto a viaggiare non per spinta di scoperta ma per necessità, acquisendo piano piano la curiosità e l’abilità di muoversi in paesi con uno scenario politico controverso.

Diario di un fantasma di Nicolas De Crecy

Diario di un fantasma di Nicolas De Crecy è un graphic novel di rottura, che usa l’esempio della narrazione di viaggio per fare della teoria. De Crecy, importante cartoonist francese, si pone in maniera critica rispetto all’approccio intimista, usando la sua esperienza del viaggio per fare un meta-racconto del suo approccio alla narrazione: il “fantasma” del titolo è il suo disegno personificato, che prende la parola, che esprime il suo disagio e le sue perplessità di fronte a certe modalità di racconto. L’opera è uscita nel 2007 in Francia, ma è stata tradotta in italiano solo dieci anni dopo da Eris Edizioni, e prende le mosse dalle esperienze in Giappone e in Brasile e il suo ritorno al fumetto dopo anni alle prese con l’illustrazione. Il viaggio è un pretesto per spiegare cosa significhi fare fumetto, e non l’oggetto del racconto. Come ha raccontato a Fumettologica: “Il libro nasce dalla voglia di raccontare la mia esperienza con il disegno e di girarlo in fiction e parlare di me usandomi come personaggio. La moda dell’autobiografia era molto viva all’epoca e io volevo deviare da questa tendenza: parlare quindi di me, ma attraverso la finzione”.

Portugal di Cyril Pedrosa

Uno dei romanzi a fumetti più importanti degli ultimi tempi, che ruota attorno al racconto di un viaggio reale e metaforico, è Portugal di Cyril Pedrosa (Bao Publishing). Nel libro, il protagonista è un giovane illustratore francese, arrivato in un punto della sua vita in cui non si sente sperso, senza direzione e privo di bussola; spinto da questo senso di insoddisfazione parte alla ricerca delle sue origini in territorio portoghese. Pedrosa stesso è francese ma di origine portoghese, ed è uno dei disegnatori e coloristi migliori della sua generazione – e infatti nominato Best Painter agli Eisner award 2018 – formatosi nell’animazione. Anche qui l’eco personale è evidente. Prima Lisbona e poi l’entroterra, i luoghi toccati dal viaggio del protagonista creano un percorso che tocca la memoria della sua famiglia, dove nomi, volti e ricordi si sovrappongono. È incredibile il talento di Pedrosa nell’uso dei colori, attraverso i quali riesce a evocare emozioni e sentimenti mai provati. Come per i viaggi, se il lettore dovesse provare nostalgia del Portogallo di Pedrosa, esiste anche il Quaderno di Portugal, libro che imita la moleskine che lo stesso autore ha usato per raccogliere gli schizzi dal vero del viaggio. A ulteriore dimostrazione che il viaggio è forse la forma di racconto più vera del reale.

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